Monza – Un misterioso dipinto di Leonardo da Vinci. Un’opera che sarebbe potuta essere acquistata dal Comune di Monza assicurando fama e gloria. Oppure una topica sventata in extremis. Raccontano anche questo le carte ingiallite custodite nell’archivio storico di Monza. Primi anni Sessanta del secolo scorso. In Municipio a Monza arriva una curiosa offerta. Ad avanzarla, un commercialista milanese che sostiene di avere per le mani un dipinto di enorme valore e di volerlo offrire a un ente pubblico come il Comune di Monza motivato – assicura – dall’intenzione di sottrarlo a speculatori e acquirenti stranieri. A ricevere la lettera direttamente nel suo ufficio, il 4 luglio 1962, l’allora sindaco Giovanni Centemero.

L’occasione 

Un’occasione ghiotta, quella di mettere le mani a un prezzo ragionevole su un “Leonardo“ ritrovato miracolosamente, che avrebbe potuto impreziosire un giorno “i già ricchi musei e pinacoteche esistenti” a Monza (così assicura la missiva), garantendo l’immortalità ai compratori. Il dipinto in questione era una pala d’altare, già ribattezzata la Pala di Santa Caterina dal suo venditore: un’occasione da non perdere, tenuto anche conto che un altro affare artistico di portata mondiale aveva visto appena dieci anni prima il Comune di Milano acquistare la Pietà Rondanini d Michelelangelo.

Il celebre 'Autoritratto' di Leonardo da Vinci - Foto: ANSA / ALESSANDRO DI MARCO

Il celebre ‘Autoritratto’ di Leonardo da Vinci – Foto: ANSA / ALESSANDRO DI MARCO

Perché l’affare non si fece?  

Perché non cogliere dunque un’occasione simile a Monza? Il caso, emerso in occasione del concorso “I documenti raccontano”, grazie al lavoro di Gabriele Locatelli, responsabile Archivi della Cooperativa CAeB che gestisce l’Archivio storico di Monza, merita di essere approfondito. Partendo dalla lettera recapitata al sindaco. In una raccolta di dipinti – scrive il commercialista – “è stato scoperto, nell’anno 1950, sotto un’altra pittura, un “leonardesco” che in seguito a studi accurati di vari periti esperti di fama e con l’aiuto di diverse radiografie, si è accertato essere non soltanto “leonardesco”, ma opera e composizione di Leonardo da Vinci in persona”. E aggiunge: “Ritenendolo grande OPERA di interesse NAZIONALE e perciò desiderando che non vada in mano di privati speculatori, lo offre a codesto on. Comune per essere sicuro che resti costà ad arricchire maggiormente i già ricchi musei e pinacoteche esistenti”.

La Vergine delle Rocce di Leonardo  da Vinci

La Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci

Il nodo dell’autenticità  

Di fronte alla proposta, si scatena la bagarre. Alcuni giornali cominciano subito a parlarne ma, prima di muoversi, bisogna accertarsi della autenticità del presunto capolavoro. E la maniera che si segue in questi casi, ancora oggi, è quella di rivolgersi a critici d’arte qualificati, di chiedere un’expertise. Il dipinto offerto dal commercialista con ufficio in pieno centro storico a Milano, ne l’aveva già una. Datata 16 gennaio 1953 e firmata da un critico di chiara fama, non lasciava dubbi: “All’esiguo elenco delle rare e sublimi testimonianze dell’arte pittorica di Leonardo Da Vinci, reso ancor più scarno dall’ipercriticismo di taluni studiosi si aggiunge inaspettato e benvenuto un unicum di eccezionale bellezza e interesse. È una vasta tela con figure a tre quarti dal vero che La chiameremo “Pala di Santa Caterina“.Insomma, il capolavoro è servito.

Il critico si sofferma poi sulla “omogenea perfetta unità del gruppo”, “l’inimitabile e viva potenza delle espressioni”, “la straordinaria purezza del seno”. E soprattutto su “quel modo singolare e caratteristico di fondere colore e chiaroscuro che è proprio di Leonardo Da Vinci”. E preso dall’entusiasmo non esita a fare paragoni con altri capolavori leonardeschi come la “Vergine delle rocce” al Louvre. Dubbi? Nessuno. Perché “è noto come Leonardo sia il creatore del cosiddetto chiaroscuro pittorico, di quello sfumato che rende morbidi e vaporosi i contorni, contrasti magistrali e suggestivi, dei quali l’opera esaminata costituisce un nuovo e prezioso documento”. In Municipio si leccano i baffi.

Il vorticoso giro di perizie 

Tra l’altro la Pietà Rondanini era costata 115 milioni. Stavolta, per appena 50 (661mila euro odierni), l’occasione sembrerebbe unica per bagnare il naso a quegli spocchiosi di Milano. Il sindaco Centemero chiede aiuto però al direttore dei Musei monzesi, Giuseppe Galbiati, un’autorità, mentre il Comune diventa il centro di un vorticoso giro di perizie. Che non dicono tutte la stessa cosa. Anzi. Il dipinto in questione non è sicuramente un falso, o una “crosta”, l’epoca di realizzazione è quella giusta, ma sicuri si tratti proprio di un Leonardo? Uno dei critici consultati da Colombo sembra confermare la paternità leonardesca. Ma poi gli vengono dubbi su quell’opera di “grandi dimensioni” (230×165 cm) “di alta qualità pittorica”, “leonardesca, genericamente, ma forse non di Leonardo”. E a un certo punto ipotizza una paternità di Marco d’Oggiono, di Bramantino o di Boltraffio. Nomi importanti, ma non paragonabili al Genio.

Il dubbio 

La confusione è grande. Comprare o no? Il direttore Colombo, che è uomo rigoroso e serissimo, l’11 gennaio 1963 scrive al sindaco esprimendo le proprie perplessità. Si può anche acquistare il dipinto, l’opera è notevole, ma di qui a definirla di Leonardo ce ne corre… Il Comune ci pensa sopra ancora un po’ e chiede una nuova perizia al celebre pittore monzese, allievo di Anselmo Bucci, che è pure consulente d’arte per il Tribunale di Milano. La sua perizia inviata il 13 febbraio 1963 abbatte ogni velleità d’acquisto: “Il mio giudizio economico non può essere separato dal mio giudizio artistico e non è favorevole all’acquisto… non posso consigliarlo, nemmeno per cinque milioni”. Fine dei giochi. Fra delusione ma anche sollievo per non essersi imbarcati in un’operazione avventata. Il quadro si troverebbe oggi in un museo in Calabria. Non come opera di Leonardo, ovviamente, anche se i proprietari pare si stiano informando per una nuova perizia.