di Lorenza Cerbini
Vita da neorurale. Elia Serafini, 32 anni, ha fatto mille lavori prima di riuscire, come giardiniere, a coltivare il suo amore per l’ornitologia. Ha lasciato Prato per Ponte alla Piera: la sua esistenza è scandita dai ritmi di falchi e pappagalli, sempre seguito dalla gru Iso. Il prezzo da pagare? Una casa con molti spifferi: «Ma per il prossimo inverno mi regalerò la stufa a pellet»
Catherine Birmingham, Nathan Trevallion e i loro tre bambini hanno scelto una vita di isolamento in un casolare a Palmoli, in Abruzzo: mesi fa sono finiti al centro della cronaca dopo l’intervento del tribunale dei minori che ha deciso di allontanare i figli. La vicenda della “famiglia nel bosco” ha riportato l’attenzione sul mondo dei neuorurali cioè di chi decide di restare lontano dalle città e, spesso, dai servizi di base. Sono storie molto diverse, ispirate da un obiettivo comune, quello di costruirsi esistenze alternative. Ecco i racconti di alcuni “neorurali”, tra utopie e scelte di vita controcorrente.
«Ciao Ciao è un piccolo mascalzone dal becco robustissimo. Quando viveva a Prato era libero di volare e si divertiva a giocare con i vasi da fiori, li faceva cadere giù dai balconi. Alcuni sono piombati sui cofani delle automobili parcheggiate e i proprietari si sono parecchio arrabbiati. Il bricconcello si divertiva pure a rovinare le selle dei motorini, gli piaceva tirare fuori la gomma piuma. Un altro disastro ed è finito in gabbia. Soffriva, era stressato e così me lo hanno regalato».
Elia Serafini, 32 anni, passeggia con le zampette di Ciao Ciao poggiate sulla spalla. «È un pappagallo cacatua dal ciuffo giallo. Qui a Ponte alla Piera adesso è felice, non può fare danni. Il borgo è piccolo. Intorno ci sono solo campi, boschi e tanti amici pennuti», dice Serafini.
UNA NUOVA CASA
Ciao Ciao ha per casa la natura e una voliera che condivide con una decina di pappagalli. «Sono tutti nati in cattività», spiega Serafini che ha lasciato «la civiltà cittadina, il rito dell’aperitivo, il pettegolezzo, il traffico e i rumori» per dedicarsi alla sua passione: l’ornitologia. Accudisce una quindicina di specie di uccelli addestrati al volo libero. «Attraverso uno specifico allenamento, cerco di riavvicinarli al loro istinto», dice in un pomeriggio di metà febbraio, il sole che va e che viene, i prati intrisi di pioggia. Le voliere si trovano sul pendio di una collinetta e pure a ridosso di un’area boscosa.
«Ciascuna ospita una specie animale ed è adattata alle esigenze della specie stessa». Ciao Ciao & partner si divertono tra corde, grossi tronchi e giochetti. Volano. Si arrampicano. Amoreggiano. E gli altri? Le aquile stridono. I nibbi trillano. I gufi bubolano. Sui loro tralicci le cicogne schiamazzano, battendo i becchi come in un canto. Una gru del paradiso le accompagna con un onomatopeico kru kru. Una piccola arca di Noè, mancano solo i due unicorni.
LA SCELTA DI LASCIARE LA CITTA’: «QUI MI SENTO A MIO AGIO»
«Sono nato e cresciuto a Prato dove i miei genitori gestivano una piccola azienda tessile» spiega. «Fin da bambino ho provato una profonda attrazione per gli uccelli e il loro volo. Ricordo la felicità di quando in estate venivo quassù, a trovare i nonni materni in campagna».
Quassù è Ponte alla Piera, un borgo antico situato a circa sette chilometri da Anghiari (Arezzo). Un luogo isolato e ancora originale. A ovest dominano i Monti Rognosi (dal 1998 riserva naturale), pietrosi e aspri, nel nome conservano le loro insidie e nei resti delle miniere di rame una storia che affonda fino agli etruschi. A est gli Appennini che separano la Toscana da Emilia Romagna e Marche. Il torrente Sovara divide il paese in due parti. Emblema del luogo è il ponte a dorso d’asino punto di transito dell’antica via Ariminensis, in epoca romana collegava i municipi di Arezzo e Rimini.
A fine agosto, Ponte alla Piera si riempie di attori e turisti per la Festa del Contrabbandiere, una rievocazione storica basata sullo scambio della polvere da sparo prodotta in Casentino col tabacco tifernate.
«Qui mi sento a mio agio», dice Serafini. «A Prato, mi ero iscritto ad Agraria, ma ho lasciato dopo due anni. Non mi piace prendere ordini e avvertivo una certa costrizione. Dovevo anche studiare matematica che non fa per me. Alla scuola ho preferito il lavoro e ho fatto di tutto, anche il falegname e le consegne con un furgoncino. La felicità? Solo quando mi dedicavo all’ornitologia».
Un giorno a Prato comparve una cicogna. «Un evento. Grandi titoli sui giornali e grandi foto. Mi feci portare sulla piana a vederla cacciare gli insetti. Rimasi ammaliato». Oggi di cicogne ne ha cinque. «Tutte regalate da alcuni allevatori che mi conoscono e sanno che pratico volo libero. Adesso, le facciamo alzare».
Escono dalla voliera una ad una. Cacciano gli insetti tra le zolle umide. Spiccano il volo, volteggiano sopra i tetti delle case, sopra la valle, per poi planare dolcemente ai piedi di Serafini. Basta un fischio per richiamarle alla base. E non migrano. Possibile? «Le cicogne sono animali eleganti e pacifici. Tendono a tornare e a nidificare dove sono nate. Qui non hanno ragione per volare in Africa. La temperatura è mite anche in inverno e hanno cibo continuo e a volontà. Il pesce lo compro per loro». E l’intrusa? «Non amo dare un nome ai miei animali, ma Iso è speciale. È una gru del paradiso. Mi è stata regalata da un allevatore di Foligno. La specie è difficile da riprodurre in cattività e solo dopo anni e molti tentativi di accoppiamento, i suoi genitori deposero un uovo, solo un uovo. Per timore di perdere il nascituro, l’allevatore ricorse all’incubatrice. Iso è con me da quando ha un mese e mezzo. Vive con le cicogne così non si sente sola».
Ogni uccello ha la sua personalità. Iso è docile e curiosa, accompagna Serafini nelle lunghe passeggiate nel bosco. Ha il passo elegante e leggero di una ballerina di danza classica.
«Dedico tutto il mio tempo libero ai miei animali», dice Serafini. «Non potrei vivere senza le mie cicogne e i miei gufi». Un amore cresciuto frequentando la Fondazione Paolo Malenotti, nata dopo la scomparsa di questo studioso di rettili e anfibi.
«Con altri ragazzi, mi presi cura della sua collezione. Lì conobbi Massimiliano, appassionato e allevatore di rapaci. Un giorno, un suo gufetto di circa un mese cadde dal nido e la madre non se ne curò più. Che fare? Insistetti a tal punto da adottarlo. Lo portai a casa, lo misi in una grande scatola vicino al mio letto. Feci i turni per dargli da mangiare ogni quattro ore. Gli portavo la carne migliore. Poi, quando iniziò a volare, cominciai a portarlo fuori. Lo feci alzare prima nel giardino dell’azienda di mamma, poi nelle colline intorno alla città». Quel piccoletto è adesso un maestoso gufo reale, con le zampe robuste, gli occhi furbi di un arancio brillante, il piumaggio morbido, le orecchie dritte e pelosette.
«Siamo insieme da dodici anni. Lo faccio volare tutti i giorni», dice Serafini. «Lui ha le sue abitudini e segue l’istinto degli animali notturni, predilige il crepuscolo e l’alba. Di giorno ama riposare nella sua voliera dove si sente al sicuro».

LE GIORNATE: «SVEGLIA ALLE 5, IN INVERNO È BUIO PESTO»
Intanto, i pappagalli snocciolano delle arachidi. Sono golosi. «Mantenere tutto questo ha un costo. Spendo circa 600 euro al mese in cibo per i miei animali. Hanno bisogno di prodotti adeguati alla loro biologia. Compro online o nei negozi specializzati. Poi, c’è da pagare il veterinario quando ce n’è bisogno. Non sono ricco, faccio il giardiniere. Amo stare all’aria aperta, sentire sulla pelle il cambiamento delle stagioni, il freddo in inverno, il sudore in estate».
La sua giornata è lunga. «Sveglia alle cinque. In inverno c’è un buio pesto qui, si vedono le stelle. Vado nelle voliere e controllo che i miei animali stiano bene. Cambio l’acqua. Aggiungo del cibo. Apro porte e cancelletti che richiuderò al ritorno dal lavoro. In estate, le giornate sono lunghe e a rotazione porto i miei uccelli a volare nei luoghi più adatti. Adesso liberiamo l’aquila e il falco, sono animali diurni. Li portiamo lontano, vedrai».
L’auto, un’utilitaria grigia da strade di campagna, è attrezzata per il loro trasporto. Ceste, guanti, radio e il “logoro” uno strumento usato per allenare i rapaci in volo. «Le aquile hanno bisogno di quote e correnti particolari. Le porto sulle vette dei Monti Rognosi, più in alto possibile. I falchi, invece, preferisco liberarli su una collina che guarda verso la Val Tiberina».
L’istinto naturale degli uccelli viene supportato dalla tecnologia. «Di recente, è capitato che un falco sia volato lontano e non sia rientrato. L’ho individuato grazie alla radio trasmittente e sono andato a riprenderlo. Mi aspettava su un albero». Serafini ruota il logoro velocemente. È un volo controvento quello del falco, con picchiate rapide sulla preda che cattura in aria. «Sta arrivando, scatta!». Clic. Preso.
L’ambiente è antropizzato e per ridurre lo stress visivo, Serafini copre col chaperon (cappuccio) la testa del suo falco. «Gli uccelli non possono essere sottomessi come i cani, addomesticati in un processo millenario. Tutto quello che si può instaurare è un rapporto paritario basato su affezione, opportunismo, fiducia e in alcuni casi amicizia.
Tutto dipende dal loro ordine sociale. I pappagalli, ad esempio, vivono in stormi e possono stabilire un rapporto di affezione con l’uomo. Io sono il loro punto di riferimento e la voliera non è un luogo di detenzione, ma la loro confort zone, dove si sentono tranquilli, lontani dai predatori». La relazione con i rapaci? «Di opportunismo, li cibo. E di fiducia».
Da due anni mamma Alice ha raggiunto Elia a Ponte alla Piera. «È tornata per prendersi cura di nonna che oggi non c’è più. Viviamo vicini, ma separati. La mia casa è piccola. Pago l’affitto allo zio Nevio, uno scapolo incallito che da piccolo mi ha fatto da baby-sitter. Era lui a viziarmi. Mi portava a pescare, a camminare nei boschi e a vedere le rane nei fossi».
La porta di casa avrebbe bisogno di una sistematina. «Ci passa il vento e dovrei decidermi a costruirne una nuova». Si apre sulla cucina. Nel camino il fuoco che arde. Un divanetto, una piccola tv non databile («funzionano solo tre canali, non la guardo mai, alle nove sono a dormire»), i fornelli vanno a metano («l’unica vera comodità»), sui fuochi una padella con un pasticcio di patate e cipolle. «Sono vegetariano», dice Serafini. «Seguo regole alimentari precise. Ho eliminato zucchero, sale e fritture, niente soffritto. Olio solo a crudo. La spesa? Una volta ogni quindici giorni. Preferisco ciò che produco: melanzane, peperoni, patate, fagioli, cavoli per l’inverno».
Zio Nevio lo aiuta a fare l’orto. «Piantiamo almeno duecento piante di pomodoro e finisce che ne regaliamo i frutti a tutto il vicinato». È mamma Alice che trasforma le verdure in sottaceti, conserve e passate. Poi ci sono le castagne. «Abbiamo un piccolo castagneto, pulito, potato e rimesso a frutto. Al mattino faccio colazione con i pancake di farina di marroni che usiamo anche per pasta e dolci. Quando è terminata mi rifornisco in un negozio di prodotti biologici, vende anche farine di grani antichi».
Il vento passa attraverso le fessure. «Non ho i termosifoni. Mi riscaldo con il camino e una stufetta. Faccio io la legna. Quando torno dal lavoro la casa è freddina, non più di dodici gradi e sinceramente sono un po’ stufo. Stando tutto il giorno all’aperto, vorrei trovare un po’ di tepore». Gli amici? I social? «Mi muovo di rado. Vengono loro. I social li evito. Vi si leggono tante idiozie, soprattutto sugli animali selvatici».
Il fine settimana, arriva da Firenze la fidanzata Caterina. «È lei la studiosa, laureata in Scienze Faunistiche». Le ferie le trascorrono a Ponte alla Piera. «Gli animali regalano affetto e stima, ma richiedono molte attenzioni. Mangiano e vanno puliti ogni giorno. Non esistono pause, neppure se abbiamo la febbre», dice Caterina. «Sono una naturalista a tutti gli effetti. Sto facendo un dottorato di ricerca in gestione sostenibile delle risorse agrarie, forestali e alimentari. A Elia do consigli sulla gestione dei nostri animali e ho un rapporto di amicizia soprattutto con Iso».
I PROGETTI FUTURI: «UN’ASSOCIAZIONE PER FAR CAPIRE CHE GLI ANIMALI NON SONO GIOCATTOLI INERTI»
Con l’amico Tommaso Bellisario, Elia e Caterina hanno dato vita all’associazione “A Bird’s life”, per trasmettere passione e conoscenze con l’obiettivo di «far capire alla gente che gli animali non sono giocattoli inerti. Non si può tenere un gufo legato in salotto. Non si possono comprare dei pappagallini per moda. Sono contrario alle fiere dove centinaia di animali sono venduti a persone che non sanno come trattarli e farli vivere bene. Oggi, siamo di fronte ad un commercio fuori luogo e smisurato. Chi ne fa veramente le spese sono gli animali stessi che, maltrattati o malnutriti, muoiono oppure vengono abbandonati. Una vera crudeltà». A Ponte alla Piera, in estate, Elia e Caterina accolgono nel loro piccolo zoo famiglie e amici che arrivano dalle cittadine vicine per una passeggiata nei sentieri circostanti in compagnia di Iso e Ciao Ciao. «Sono momenti di relax e di socializzazione». Il futuro? «Vorrei poter dedicare tutto il mio tempo ai miei animali e tenere dei corsi conoscitivi. Intanto, penso che per il prossimo inverno mi prenderò una stufa a pellet con l’accensione automatica. Un lusso per me».
6 aprile 2026
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