di
Lorenzo Cremonesi
Almeno otto ore di ricerca poi l’individuazione, la strategia e il bluff della Cia. L’intervento delle forze speciali, gli scontri a fuoco e gli elicotteri impantanati nella sabbia
BAGDAD – Evoca le immagini di un film di guerra il racconto che arriva dagli Stati Uniti del recupero nella notte tra sabato e domenica dell’aviatore americano disperso in Iran. Lui nascosto in un piccolo anfratto dove si è rifugiato ferito a 2.000 metri di quota. Nel cielo l’aviazione Usa, che lo cerca con elicotteri, droni, satelliti e aerei, oltre a cento teste di cuoio pronte all’intervento. Ma da terra le squadre di ricerca iraniane determinate a trovarlo a ogni prezzo.
L’aviatore è ormai diventato un simbolo. Per l’Iran rappresenta l’impotenza della macchina militare americana in un conflitto pianificato male e carico di imprevisti. Per Donald Trump trovarlo è il riscatto, la dimostrazione che si può fare tutto e continuare a colpire.
Ma l’operazione è estremamente complessa. Il primo pilota è stato trovato dopo 8 ore di ricerche. Però per il suo navigatore la situazione è critica, col passare delle ore gli iraniani si avvicinano sempre più. Ad oggi non è chiara l’entità delle sue ferite, gli americani dicono che è «grave» e comunque lui trova la forza di lasciare la vallata dove si è paracadutato e raggiungere una cresta rocciosa.
È un paesaggio brullo, l’assenza di vegetazione ad alto fusto rende più difficile trovare un rifugio. Lui usa il suo segna persone satellitare a tratti, sa che potrebbero individuarlo anche gli iraniani e c’è anche il rischio che lo trovino e lo utilizzino per attirare in una trappola le squadre di soccorso: è già avvenuto nel passato. Per difendersi ha solo la pistola d’ordinanza, inutile se lo individuassero gli iraniani. Comunque, i suoi segnali a intermittenza vengono intercettati dal Pentagono. La Cia diffonde un messaggio mirato a confondere l’intelligence di Teheran: fa dire che lui sarebbe stato trovato e verrebbe lentamente evacuato con un convoglio via terra verso l’Iraq. Sta poco in piedi, ma serve per confondere le idee ai nemici che potrebbero distogliere uomini e mezzi per cercare il convoglio.
Sabato mattina Trump aumenta le minacce contro l’Iran e dice che vorrebbe fare saltare le loro infrastrutture energetiche. Intanto si prepara il team 6 dei Navy Seal, con uomini scelti della Delta Force e Rangers. Si usano equipaggiamenti speciali per individuare l’anfratto dove sta nascosto l’aviatore. Si è fatta notte l’aviazione israeliana collabora lanciando bombe, gli aerei sparano contro le forze di terra iraniane, sparano anche le teste di cuoio, ma evitano di ingaggiare battaglie dirette.
Viene utilizzata una vecchia pista sabbiosa nelle vicinanze. Quando trovano l’aviatore, le squadre speciali lo caricano subito su di un elicottero. Ma due C-130 restano impantanati nella sabbia. Non riescono a decollare. Pare che anche due elicotteri leggeri abbiano problemi. Una versione, ancora da chiarire, è che siano stati tutti distrutti dagli stessi americani dopo l’arrivo di una nuova squadra aerea in sostituzione.
Il New York Times sostiene siano stati bombardati durante l’evacuazione finale. I media iraniani mostrano le immagini delle carcasse dei velivoli americani bruciati sul terreno sabbioso. «Lo abbiamo preso», scrive in maiuscolo Trump su X. Poi torna a minacciare sia gli impianti energetici che i ponti iraniani. «Aprite il fottuto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete nell’inferno. Vedrete! Gloria a Allah», aggiunge in toni non esattamente presidenziali.
6 aprile 2026 ( modifica il 6 aprile 2026 | 12:47)
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