di
Cristina Ravanelli

Si allunga la lista dei geni in comune tra il modo in cui il cervello prende forma e, con il passare dell’età, si disgrega. Una scoperta che apre nuove prospettive di cura per entrambe le condizioni

Secondo nuovi studi, ci sarebbe un legame tra due condizioni agli estremi opposti della linea della vitaautismo malattia di Alzheimer potrebbero, infatti, essere biologicamente collegati. Quando, alcuni anni fa, sono apparsi nella letteratura medica i primi indizi di una connessione sono sembrati inverosimili: l’autismo è una condizione legata allo sviluppo cerebrale in età precoce, l’Alzheimer causa di declino in età avanzata
Ma i segnali hanno continuato ad accumularsi, aprendo la strada a una ricerca che potrebbe portare a una maggiore comprensione di entrambe. «Sono arrivato a questa conclusione con molta riluttanza. Non volevo crederci», ha affermato Joseph Buxbaum, professore di Psichiatria, Neuroscienze e Genetica della Icahn School of Medicine del Mount Sinai. 

Il collegamento ha attirato l’attenzione per la prima volta tra la fine degli Anni ’90 e l’inizio degli Anni Duemila: casi clinici di adulti autistici che sviluppavano demenza in giovane età suggerivano un rischio maggiore per questo gruppo. Oggi i dati sono ancora scarsi, ma il numero di studi sull’invecchiamento con autismo sta crescendo rapidamente. Questo perché l’autismo è stato a lungo considerato quasi esclusivamente una condizione infantile, con scarsa attenzione alla sua evoluzione con l’età. Solo di recente, con la crescente consapevolezza e con il raggiungimento della mezza età da parte della prima ampia coorte di persone che hanno ricevuto la diagnosi, i ricercatori hanno iniziato a studiare gli adulti autistici in età avanzata




















































L’incidenza dello stile di vita 

Un’analisi del 2021 dei dati Medicaid pubblicata su Autism Research va nella stessa direzione, affermando che le persone con autismo hanno circa 2,6 volte più probabilità di ricevere una diagnosi di Alzheimer a esordio precoce e di demenze correlate rispetto alla popolazione generale (leggi qui lo studio pubblicato su Jama nel 2025). 
Questa analisi ha generato una serie di interrogativi: le barriere comunicative rendono più difficile ricevere un’assistenza medica adeguata? Le abitudini relative all’esercizio fisico sono diverse? Quali sono gli effetti a lungo termine dei farmaci? I problemi di coordinazione potrebbero portare a un maggior numero di traumi cranici? Quanto incide l’elevato livello di stress presente in tutte le fasi della vita? «L’idea è che l’autismo porti a cambiamenti nello stile di vita che potrebbero predisporre alla neurodegenerazione», ha affermato l’epidemiologo Brian Lee (Drexel University) coinvolto nello studio. 

Fattore genetico 

Abitudini e ambiente, però, non sembrano sufficienti a spiegare questo schema. I ricercatori stanno scoprendo sempre più spesso che il legame sia di natura biologica. In nessun altro ambito, infatti, la sovrapposizione tra autismo e Alzheimer è più evidente, né più concreta, che nella crescente lista di geni condivisi. Una revisione del 2025 pubblicata sull’International Journal of Molecular Sciences ha identificato almeno 148 geni in comune, molti dei quali legati agli stessi processi fondamentali che modellano e mantengono il cervello nel tempo. 
L’elenco dei geni condivisi è lungo e continua ad ampliarsi: MeCP2, Adnp, Grin2b, Scn2A, Nlgn, Cntnap2 (molti di essi sono coinvolti nel modo in cui le cellule cerebrali si connettono, trasmettono segnali e si adattano nel tempo). Non tutte le loro funzioni sono comprese, ma, prese nel loro insieme, indicano un filo conduttore comune: i cambiamenti nel numero, nella qualità e nella posizione delle sinapsi (i punti di giunzione in cui i neuroni comunicano) potrebbero influenzare il modo in cui la mente prende forma e, successivamente, si disgrega.

Il gene Shank3

Nell’autismo, le mutazioni del gene Shank3, che codifica per una proteina omonima che funge da struttura di supporto a livello delle sinapsi, facilitando la comunicazione tra i neuroni, possono interrompere queste connessioni nelle prime fasi dello sviluppo, alterando la formazione dei circuiti neurali. Nella malattia di Alzheimer, si è osservato un calo dei livelli della stessa proteina con il progredire della patologia, un cambiamento associato alla graduale perdita di connessioni. 
Joseph Buxbaum ha dedicato decenni allo studio dell’Alzheimer, sta indagando direttamente su questa sovrapposizione. Nel suo laboratorio, topi geneticamente modificati con mutazioni del gene Shank3 e caratteristiche simili all’autismo vengono addestrati a orientarsi nei labirinti: prima imparano a orientarsi in un labirinto, poi a reimparare a farlo dopo che le regole cambiano. Con l’avanzare dell’età, i topi faticano ad adattarsi, impiegando più tempo a reimparare il compito. Questi deficit richiamano una caratteristica distintiva dell’Alzheimer: la ridotta flessibilità cognitiva. Eppure, questi topi presentano un paradosso. Nonostante queste menomazioni, sono insolitamente resistenti allo sviluppo di una patologia conclamata simile alla demenza. «Bisogna raddoppiare o triplicare gli sforzi nell’introdurre elementi nocivi nel cervello del topo per ottenere qualcosa che assomigli all’Alzheimer», ha dichiarato Buxbaum.

Sistema glinfatico 

Altro denominatore comune tra autismo e Alzheimer va ricercato nei geni che controllano l’autofagia, ovvero il processo mediante il quale le cellule eliminano i detriti, riciclano i componenti e rimuovono le proteine tossiche. In un articolo pubblicato su Frontiers in Neuroscience, i ricercatori hanno descritto possibili analogie nei risultati della risonanza magnetica tra autismo e Alzheimer, in particolare per quanto riguarda il sistema glinfatico, una rete cerebrale che contribuisce a eliminare le scorie metaboliche, soprattutto durante il sonno. In entrambe le condizioni sono stati riscontrati pattern quali spazi allargati intorno ai vasi sanguigni e un aumento del liquido cerebrospinale, sebbene questi risultati siano preliminari (la ricerca rimane in gran parte finalizzata alla generazione di ipotesi; pur potendo indicare percorsi biologici comuni, non stabilisce un collegamento diretto tra le due condizioni). 

William Phillips, specialista in medicina nucleare della UT Health San Antonio e autore dello studio, ha affermato che i risultati hanno attirato la sua attenzione perché il sistema di depurazione del cervello è strettamente legato all’olfatto. Nell’Alzheimer, le persone spesso perdono il senso dell’olfatto prima che insorgano problemi di memoria e, sebbene siano stati segnalati problemi di olfatto nell’autismo, questi sono stati perlopiù liquidati come una semplice anomalia sensoriale piuttosto che come un possibile indicatore della salute cerebrale. Concentrandosi su questi meccanismi gli scienziati potrebbero essere in grado di sviluppare «strategie di trattamento integrate che affrontino entrambi i disturbi simultaneamente, migliorando la qualità della vita delle persone colpite».

Scenari futuri 

Grazie alla diffusione delle tecniche di neuroimmagine, i ricercatori possono osservare lo sviluppo di queste condizioni in cervelli viventi, e gli schemi che emergono stanno diventando simili.
Per anni, la ricerca sull’autismo e sull’Alzheimer si è concentrata su singole regioni cerebrali: quali parti fossero più grandi o più piccole, più o meno attive. Gli scienziati erano incuriositi, per esempio, dal fatto che l’Alzheimer sia associato alla riduzione di una regione del cervello nota come amigdala (una struttura coinvolta nelle emozioni, nella paura e nell’elaborazione sociale); nell’autismo, l’amigdala è spesso ingrandita, sebbene i risultati siano variati a seconda dell’età e del disegno dello studio.

Tuttavia, l’attenzione si è spostata sempre più sulle connessioni tra queste regioni: le reti che permettono al cervello di funzionare come un sistema integrato. In due ambiti che per lungo tempo hanno operato separatamente, i ricercatori sono giunti alla stessa conclusione.
Nell’autismo, i risultati presentati lo scorso anno alla conferenza annuale dell’American Neuropsychiatric Association suggeriscono che la densità e la forza delle connessioni sinaptiche potrebbero essere correlate al funzionamento cognitivo; in alcuni casi, una connettività più robusta è associata a un migliore funzionamento nella vita quotidiana
Nell’Alzheimer, al contrario, la perdita di queste stesse connessioni è fortemente correlata al declino cognitivo e alcuni ritengono che possa essere un indicatore anatomico più affidabile rispetto all’accumulo di placche amiloidi o di grovigli di una proteina nota come tau, a lungo considerati gli indicatori distintivi della malattia. 
Nel frattempo, un altro filone di ricerca suggerisce la direzione opposta: la proteina tau, un segno distintivo dell’Alzheimer, potrebbe avere un ruolo anche nell’autismo: A San Francisco, gli scienziati dei Gladstone Institutes hanno pubblicato nel 2020 sulla rivista Neuron uno studio in cui affermavano di essere riusciti a prevenire i sintomi principali dell’autismo nei topi, modelli di alcune delle forme più gravi della malattia, riducendo del 50% i livelli di proteina tau. 

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6 aprile 2026