di
Davide Stoppini
La disfatta con l’Inter mette a nudo i problemi: la Roma non ha fatto il salto di qualità e la Champions resta lontana. E il gioco di Gasperini non è sostenibile se gambe e testa non reggono
Un anno fa, giusto di questi tempi, la Roma trionfava a San Siro contro l’Inter: riguardare il tabellino, ricontrollare la formazione allora allenata da Claudio Ranieri, l’attacco era formato da Dovbyk e Shomurodov, non esattamente i due più grandi rimpianti tra quelli che ieri sera non c’erano, nella disfatta giallorossa contro l’Inter. Disfatta che ha scatenato le reazioni dei tifosi: «Indegni», tra i commenti più urbani che vagano per i social. Ma tanto così funziona, in casa Roma. Così è funzionato fin dalla scorsa estate: una stagione intera a parlare di chi non c’è, settimane e mesi infiniti a raccontarsi degli acquisti che non sono arrivati che se fosse l’unico vero problema.
Il record di sconfitte
E poi a sette giornate dalla fine ti ritrovi ogni anno sempre allo stesso punto, come un gioco dell’oca assai noioso. La verità è che questa Roma sta fallendo in campo, nelle partite. Certo, il mercato non avrà dato a Gasp tutti i giocatori che voleva (che poi, quale allenatore in serie A ottiene tutto ciò che vorrebbe?). Ma undici sconfitte in campionato (stagionali si arriva a 15) non si vedevano dal 2012-13, quando la panchina se la divisero Zeman e Andreazzoli. Una stagione allora considerata disastrosa. Qui, anche qui, siamo a un passo dal fallimento. Forse anche meno di un passo. Fuori dalla Coppa Italia per mano del Torino, dall’Europa League mandata a casa dal Bologna, in campionato la narrazione vuole l’obiettivo Champions ma la realtà dice di una squadra che oggi lotta per un posto tra Europa League e Conference.
Gasperini: il confronto con Ranieri, De Rossi e Mourinho
Gasperini ha 54 punti dopo 31 giornate. Ranieri un anno fa ne aveva 53 e all’ultima giornata arrivò a giocarsi il quarto posto. E poi, a ritroso: De Rossi post Mourinho 55, lo stesso Mou 56 e 54, addirittura Fonseca 54. Siamo in linea con tutta l’era Friedkin: il salto di qualità, se atteso dalla panchina, non c’è stato. E sì che era atteso. Oggi la Roma è diventata una squadra fragile, rispetto alla prima parte di stagione. Annichilita dal 3-3 di Gatti in Roma-Juventus dell’1 marzo, da allora 4 punti in 5 partite di campionato, 9 gol subiti, un’eliminazione sanguinosa dall’Europa. E soprattutto, la sensazione in ogni partita che la testa e le gambe — più la prima delle seconde — non riescano più a sostenere il gioco aggressivo chiesto da Gasperini. Gioco senza un piano B, che diventa facilmente attaccabile se la condizione psicofisica non ti sostiene.

La tensione fra tecnico e dirigenti si è riversata in campo
Resta un dubbio, in fondo ai numeri e alle riflessioni. Che il continuo stressare le situazioni e i rapporti interni (quelli con Ranieri e Massara sono pessimi), il continuo riferimento ai giocatori non arrivati — l’ultimo giusto sabato, «avremmo potuto migliorare di più la rosa quest’anno» — non abbia finito per logorare anche i giocatori e condizionare in negativo sul piano dei risultati. Un dubbio, non una certezza. Ma del resto, questa Roma certezze non ne ha. Non le ha sul futuro dell’allenatore, del resto è lo stesso tecnico a seminare dubbi un giorno sì e l’altro pure. E non può averle su nessun giocatore: senza Champions, sarà caccia grossa alle plusvalenze e viaggio veloce verso l’ennesimo anno zero, il prossimo. Il gioco dell’oca, appunto.
6 aprile 2026 ( modifica il 6 aprile 2026 | 10:49)
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