di
Paolo Mereghetti
Il nuovo film di Emanuela Piovano, presentato al Bif&st, è un racconto intimo tra memoria, desiderio e seconde possibilità
Già l’idea di raccontare la storia di una ottantenne, senza per forza caricarle addosso le malattie per cui quell’età è frequentata dal cinema (Alzheimer, demenza, immobilità et similia) merita l’apprezzamento.
Così come scegliere di farla interpretare da Barbara Bouchet, regina indimenticata del B-movie italiano (e non solo B, visto che ha recitato per Scorsese, Risi, Salce, Bolognini, Di Leo e ne dimentico), troppe volte sottovalutata (ma non dalla giuria del «Bif&st per il cinema italiano», che le ha dato il premio — meritato — come miglior attrice protagonista).
E se a questo si aggiunge il tema del fine vita e del diritto di essere la sola a doverlo decidere, ecco che Finale: Allegro di Emanuela Piovano mette già in campo una serie di argomenti che dovrebbero attirare l’attenzione dello spettatore.
A cui va aggiunta la delicatezza di tocco con cui la regista ha saputo guidare tutto il film, che naturalmente non parla solo di come decidere del proprio destino, perché affronta lateralmente ma neanche troppo almeno un altro paio di temi.
Ed ecco che questo film diventa una delle piccole belle sorprese di una stagione non molto gratificante per il cinema italiano.
All’origine c’è il libro di Margherita Giacobino L’età ridicola (Mondadori) che però la sceneggiatura della regista (a cui hanno collaborato Cristina Borsatti, Céline Gailleurd e Olivier Bohler) asciuga e concentra, eliminando i flashback sul passato della protagonista e unendo le due sue amiche in una, così da concentrarsi su sei mesi della vita di Karina (Barbara Bouchet), pianista di fama e insegnante al conservatorio che proprio all’inizio del film riceve un premio, come a dimostrare che il suo nome è ancora ammirato.
Questo però non la ferma: è decisa a mettere fine a una vita che sembra dover affrontare da sola e verso cui non dimostra più alcun interesse.
Ma è proprio vero che Karina è così sola? A mettere in discussione questa apparenza c’è l’entrata in scena di Elena (Anna Bonasso), esuberante amica che sembra non volersi arrendere a una demenza che la insidia e che ci fa capire — senza gridarlo, ma quasi di soppiatto: altra bella idea di regia — come tra le due donne ci sia stato un grande amore.
Un amore scandaloso si direbbe visto che Elena era sposata e suo figlio Marco (Diego Casalis) non vede di buon’occhio le visite che Karina le fa nella casa di cura dove è ricoverata.
Ma dal passato di Karina sbuca anche un vecchio amico, Max (Luigi Diberti), con cui la donna deve aver condiviso più di un’amicizia e sicuramente una militanza: lui è venuto a recuperare i libri e le riviste che aveva lasciato nella sua soffitta, pubblicazioni che testimoniano come entrambi dovessero aver molto lottato per il femminismo e una società più giusta.
Con l’una (e qualche momento di simpatica «follia») e con l’altro ritorna un passato che Karina non ha certo abiurato ma che sembra non darle più l’energia necessaria a guardare con fiducia nel futuro: Max tornerà presto sulla Costa Azzurra dove si è trasferito e Elena non sembra avere molta vita ancora davanti a sé.
Ma c’è un terzo «incomodo» che vuole mettere in discussione le decisioni d Karina: è la giovane georgiana Suliko (Nutsa Khubulava), che fa le pulizie a casa sua, che ha un promesso sposo (Luca Chikovani) con cui non si sente molto in sintonia e che troverà in Karina un’alleata non facilissima da abbracciare («quelle come te — le dice — nel mio Paese le mandano a morte»).
Tutto questo e come evolverà, trova nella musica (né poteva essere diversamente) un elemento non solo d’accompagnamento ma capace di interloquire con il film e la sua narrazione.
A volte sembra quasi che la regia lasci alle parole delle canzoni di Gianmaria Testa il compito di rispondere alle domande che il film solleva, altre volte sono le sonate settecentesche di Hyacinthe Jadin a fare da eco ai sussurri del film, altrove è la voce di Françoise Hardy che canta Le Large a dialogare oppure la bella esecuzione di Futura cantata e suonata da Frida Bollani Magoni: un intreccio di note e parole che sanno conquistare.
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6 aprile 2026
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