Un’intervista con Benjamin Voisin, 29 anni, faccia d’angelo del cinema francese, è un’occasione per far collezione di citazioni. Si comincia con Paul Valéry: «La realtà non può che esprimersi attraverso l’assurdo» ci dice, per dar conto delle riflessioni cui l’ha condotto la sua ultima fatica, l’antieroe per antonomasia, Mersault, il protagonista di Lo straniero di Albert Camus, uno dei romanzi francesi più letti al mondo.

Testo inadattabile, impossibile da portare sullo schermo, come è stato ritenuto da generazioni di critici, esegeti e registi. Ci aveva provato Luchino Visconti nel 1967, con Mastroianni nel ruolo del modesto impiegato francese nel paesaggio abbacinante dell’Algeria coloniale. Non il suo film migliore.
Ora è la volta di François Ozon che ha scelto di modificare il celebre incipit del romanzo: non «Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so», ma «Ho ucciso un arabo». Un arabo cui il regista darà il nome che Camus gli aveva negato: Moussa. E non è certo un caso che sia il nome scelto dallo scrittore algerino Kamal Daoud nella sua riscrittura di Lo straniero, Il caso Mersault, del 2013.
Benjamin Voisin con Rebecca Mardere in Lo straniero.
Una delle cose più difficili per un attore è esprimere il fastidio di essere al mondo, l’impasse esistenziale. Un critico ha parlato del suo «charme indolente» e secondo Ozon la sua presenza «alla Buster Keaton» sul set l’aveva addirittura reso odioso al resto del cast…
Di solito quando incontro una persona nuova sono un po’ “la la la” (si alza, si sbraccia), insomma un po’ italiano, ma per mesi mi sono trovato a non fare assolutamente niente, come se stessi sempre nei panni di Mersault, e mi sono reso conto che questo destabilizzava moltissimo la gente. Allora ho capito che ero sulla buona strada. All’inizio delle riprese ancora uscivo un po’ la sera a bere con gli altri, ma verso la fine ero totalmente rinchiuso in me stesso, parlavo con il soffitto.
Lo sguardo sull’epoca coloniale
Fa sempre così per entrare in un ruolo?
Per niente. Ma mi sento abbastanza vicino a Mersault nella sua visione dell’assurdità della vita: nasciamo e poi moriamo, per fare che cosa non lo so. Di solito me la cavo bene con la socialità: ridere, dibattere, mentire. Io so mentire, tergiversare, trovare soluzioni per le situazioni. Mersault no, non ha soluzioni.
Benjamin Voisin in una scena di Lo straniero.
Il film comincia con immagini d’archivio che testimoniano la fierezza francese per le conquiste coloniali. Lo sguardo di un uomo di 29 anni su quella fase della storia, oggi, qual è?
Non c’è famiglia in Francia che non abbia un legame con il colonialismo. La mia non fa eccezione. Mio nonno e il mio prozio sono stati ad Algeri. Camus era considerato un traditore dai francesi perché la narrazione vincente al tempo era che l’Algeria avesse un debito di riconoscenza verso la Francia, ma era considerato un traditore anche dagli algerini perché aveva accettato il gioco dei francesi. Io lo vedo come un umanista totale. Oggi sappiamo che colonizzare, prendere le risorse di un Paese come fossero le proprie, mentire, derubare, ridurre la libertà, apre la porta al male.
Suo nonno le ha mai raccontato qualcosa di quel periodo?
Mai, si rifiutava, ha visto cose atroci, era troppo doloroso per lui. Anche se aveva trovato un posto defilato dalla guerra, da impiegato, come Mersault.
La vocazione scoperta in biblioteca
A teatro ha portato Guerre di Louis-Ferdinand Céline, un soldato colpito da amnesia costretto a ricordare, 8 personaggi, tra cui anche delle donne, che lei interpreta da solo…
Mi attira quello che comporta molto lavoro e che non capisco fino in fondo. Quando tutto è accessibile o chiaro mi annoio. Nel testo di Céline ci sono frasi che ancora mi girano in testa il cui mistero non sono stato capace di sciogliere. Ho scoperto Céline a 16 anni, quando sono usciti gli inediti, tra cui Guerre, nel 2022 mi ci sono buttato.
Benjamin Voisin e Rebecca Marder in Lo straniero.
Lei ha detto di essere arrivato all’arte dell’attore attraverso la letteratura. Dice qualcosa della sua vocazione.
Non ero un gran studente, mio padre mi lasciava fare i compiti nel suo ufficio dove c’era una grande biblioteca. Mi azzardavo a leggere qualcosa, ma non capivo niente: a 16, 17 anni, ero in preda alle prime emozioni, la voglia di libertà d’amore, di sesso, di far casino. Ma un libro ha cambiato tutto: era La notte poco prima della foresta di Bernard-Marie Koltès, un monologo di 600 pagine senza una fine, la storia di un clochard che racconta la sua verità a chi lo vuole ascoltare. E per la prima volta mi sono chiesto: «Ma come si può dire tutto questo?». E ci ho provato. Poi sono venuti Molière, Racine, Camus, nei classici trovo tutte le risposte. E probabilmente non ho un aspetto molto contemporaneo, è raro che mi chiedano di interpretare un uomo dei giorni nostri.
Interpreta spesso personaggi che sono il contrario degli eroi, sempre contro il sistema…
Patrick Dewaere (attore francese morto suicida, lavorò anche in Italia in Marcia trionfale di Marco Bellocchio e L’ingorgo di Luigi Comencini, ndr) diceva: «Non scelgo i ruoli, scelgo tra le scelte del regista». Ma dentro quella scelta che non è la mia, io amo lavorare con chi non si incammina sulla vita maestra.
Benjamin Voisin è Mersault nel film di François Ozon.
Sul desiderio dei registi che la cercano si è mai interrogato? Una tra le molte sintesi che la definiscono è “faccia d’angelo con un aspetto triste”. Vedendola arrivare, quella camminata, la sigaretta… inevitabile pensare: ecco Belmondo.
Non male! Me lo sento dire da quando sono bambino. E fin da allora so che non volevo lavorare in un ufficio. Perciò, a un certo punto, mi sono detto: «Lavorerò per quelli che lavorano negli uffici». Per dire loro: «Quando lasciate la scrivania venite a teatro, al cinema, ora sogniamo, immaginiamo insieme, quello che non avete potuto fare nelle ultime 8 ore».
E che cosa fa sognare lei?
Sono innamorato di ciò che è sconosciuto. Di un incontro casuale, o di uno di quei momenti in cui si ritorna all’infanzia e il ricordo ci porta in una casa di campagna dove siamo stati. Quando mi succede mi fermo, mi isolo dal mondo e passo un’ora a ricordare i dettagli di quella casa. Continuerò a cercare quello stato infantile, perché è l’unico modo per essere bravi in questo mestiere.
Non conosce la paura?
La conosco e mi eccita.
Sembra che dia il cento per cento al lavoro, non ha trascurato qualcosa per farlo?
Penso di sì, relazioni amorose, stabilità… Tutto questo l’ho trascurato. Ma è stata una buona scelta. E non perde tempo sui social… Ma è un gioco che voglio giocare, aprirò un account Instagram (l’ha fatto, 12 post e 49mila follower, ndr), e imparerò l’inglese. Ma non troppo…
Le restano dei desideri?
Enormi, ma non li conosco ancora. Come scrive Balzac alla fine di Illusioni perdute (film per cui ha vinto un César nel 2022 come miglior promessa, ndr ): «Non spero niente, comincio a vivere».