di
Candida Morvillo
La giornalista Aprile, il compagno e futuro marito Cristiano e l’approdo a «In Onda» su La7. Il 7 aprile il suo nuovo libro: «La Promessa, dal suffragio femminile alla prima donna a Palazzo Chigi: storia di una rivoluzione incompleta»
Marianna Aprile, viene prima la passione per la politica o per il giornalismo?
«Col senno di poi, nascono entrambe a mia insaputa con un viaggio in auto da Roma a Badolato Superiore, in Calabria. Era il 1998, avevo 21 anni, studiavo Antropologia, avevo letto di uno sbarco di curdi laggiù e andai a intervistarli. Solo dopo ho capito che era curiosità giornalistica e politica più che antropologica. Se fai il giornalista, un po’ antropologo lo sei e cos’è la politica se non un insieme tribù che si fanno le guerre, hanno i loro riti, feticci, idoli?».
E come arriva la tv che quattro anni fa l’ha portata condurre In Onda su La7 con Luca Telese?
«La televisione non volevo proprio farla. Arriva per colpa di un mio ex direttore che doveva parlare di uno scoop del giornale, ma aveva avuto un impedimento. Al che, chiede a me di andare, io dico no, il direttore insiste…»
Che aveva contro la tv?
«Le luci, il trucco, i tacchi: quell’estetica non mi ha mai affascinata. Vivo in jeans e anfibi da quando ho tredici anni. Andare in video comporta un restyling totale. Cito Teresa Mattei: “L’unica volta che ho messo il rossetto è stata per mettere una bomba”».
Ora, si è rassegnata?
«Oggi so che devi stare un’ora seduta mentre ti coprono un brufolo e poi vai e fai quello che faresti senza trucco: dici delle cose. Per le donne, è un lavoro in più, dovremmo essere pagate il doppio degli uomini. Le unghie, per dire, devono essere perfette. Nessuno guarda le mani di Luca Telese, le mie sì. Se un giorno vuoi farti un bel pianto, non puoi, perché il trucco si scioglie».
Davvero le succede di rinunciare a piangere per l’imminenza di una diretta?
«Certo, ma tanto dopo recupero».
Per che cosa piange?
«Per tutto, anche Luca è un piagnone. Quando presentavamo il libro fatto insieme, Materiali resistenti, ci facevamo sempre un pianterello. Siamo emotivi. Credo sia il lato B dell’entusiasmo. Non ci tiriamo mai indietro davanti al lavoro perché tutto ci entusiasma, ma poi tutto ci tocca anche emotivamente».
L’ultima volta che ha pianto?
«Pochi giorni fa, sono tornata a Milano dove ho vissuto una quindicina d’anni, ho rivisto un’amica e la sua bimba, sono passata sotto la mia vecchia casa e ho pianto ripensando alla vita di prima. Stare a Roma mi piace, ma ho avuto un attacco di nostalgia. Un mio ex diceva sono un estremista della lacrima. La lacrima mi salva: è uno sfogo».
Ce ne sono altri di sfoghi?
«Due anni di box tailandese sono stati il periodo più figo della vita: non sognavo più di picchiare la gente perché tirare calci e gomitate è catartico. Tutti mi riconoscono autocontrollo, ma sono fumantina e mi pesa non mandare al diavolo le persone quando vorrei».
Suo padre Pino Aprile è stato direttore di Gente e vicedirettore di Oggi: il giornalismo era un destino?
«Credo che lui si aspettasse che seguissi le orme perché ho sempre letto i giornali fin da piccola, ma da bambina volevo fare la toga rossa. Non mi iscrissi a Giurisprudenza perché a sedici anni, il pomeriggio, iniziai a lavorare in una libreria e pensai che Lettere mi avrebbe consentito di tenere insieme studio e lavoro».
A 16 anni già lavorava?
«Praticamente vivevo alla Einaudi di Frascati, ma non potevo permettermi tutti i libri che leggevo, al che, il libraio ebbe pietà di me e mi propose di dargli una mano dopo la scuola».
E i libri voleva solo leggerli o anche scriverli?
«Non dovrei dirlo, ma tutti i libri che ho scritto non sono stati un’idea mia: me li hanno chiesti e non dico mai no a chi mi offre del lavoro».
Il quinto esce per Rizzoli il 7 aprile, s’intitola «La Promessa – Dal suffragio femminile alla prima donna a palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta». In questi 80 anni, il voto alle donne è stata una promessa mantenuta o disattesa?
«Mantenuta in parte: grazie alla tigna delle costituenti, abbiamo un’uguaglianza formale ben disegnata che poi ha preso la forma di molte leggi. Dopodiché, il contesto spesso legifera più del testo. Un esempio è la legge 194 sull’aborto, che c’è, ma è disattesa in regioni dove quasi tutti i medici sono obiettori. E le percentuali di donne ai vertici delle professioni sono ridicole. Non hai gli asili, non hai il welfare… Quindi, la promessa è pesantemente disattesa».
Abbiamo però un presidente del Consiglio donna e una segretaria del PD donna e lei si chiede se i loro traguardi sono l’epifenomeno di successi collettivi o sono individuali. Che risposta si è data?
«Due risposte diverse: il traguardo di Giorgia Meloni è individuale, lei è l’underdog e l’eccezione nel mondo da cui proviene, mentre Elly Schlein è il prodotto di un percorso che non è solo suo. Sono anche due visioni della leadership femminile opposte. Lidia Ravera nel libro si chiede perché la prima donna a Palazzo Chigi non sia femminista e si risponde: perché le femministe non le vuole nessuno, pongono troppo domande e mettono in discussione il contesto».
Come nasce la coppia con Luca Telese?
«Da un’intuizione del direttore di La7 Andrea Salerno. Quando mi ha proposto di condurre gli ho chiesto: ma sei sicuro? Facevo l’ospite, che è un lavoro diverso, ma poi ho pensato che si trattava solo del mese di agosto: se fosse stato un fallimento, non se ne sarebbe accorto nessuno. Invece quell’agosto 2022 c’è stata l’unica campagna elettorale estiva, ci hanno visti tutti e abbiamo conquistato spazi. All’inizio, pensavo che io Telese fossimo molto diversi. Invece, abbiamo dei fondamentali in comune. Ci piace lavorare al limite del masochismo, quando ci dicono “vi allungate fino alle 22”, la risposta è sì. “Lavorate a Ferragosto?”. Sì».
Telese sostiene che lui è un romantico e lei una calvinista.
«È vero che non sono romantica: me lo rimproverano tutti gli ex. Però, se gli altri sono romantici con me, sono felicissima».
Una cosa romantica sta per farla: sposarsi il 2 maggio, in concomitanza con lo scoccare dei suoi 50 anni.
«Così, a mezzanotte, posso dissimulare il compleanno».
Perché un primo matrimonio così tardivo?
«Le cose succedono. Lui fa l’editor, si chiama Cristiano, e ci siamo conosciuti perché mi aveva contattato prima della pandemia per chiedermi un libro. Non se n’era fatto nulla. Però, da lì, ci siamo scritti ogni tanto, finché l’ho rivisto a una festa a cui non volevo andare. Ero sotto antibiotico. Nei 40 minuti in cui sono rimasta, ho parlato solo con lui. Accadeva due anni fa».
Due anni sono abbastanza per dire «sì» se non ci si è mai sposati?
«Alla nostra età, le cose si capiscono subito. Io ho avuto solo storie lunghe intervallate da tantissimo tempo da sola. Era una solitudine felice, ma per lui meritava di essere interrotta. Prima, casa era il luogo che mi proibiva di fare tutto il resto e non volevo mai starci. Invece, da quando abitiamo insieme, mi piace: lui è le mie chiavi di casa. Non essendo romantica, non gliel’ho mai detto. Se lo scrive, lo scoprirà leggendo il Corriere».
Vi sposa il collega di Skytg24 Alessio Viola.
«C’è chi pensa che mi sposi con lui. Siamo come fratelli da 25 anni fa. Ancora oggi, incontro persone che mi dicono “salutami tuo marito” e intendono Alessio».
Ha raccontato che quando la intervista, Liliana Segre le dice sempre: ora ti arriveranno tanti insulti sui social. Lei come risponde agli haters?
«All’inizio, rispondevo in privato, voleva redimerli. Funzionava: dopo, diventavamo migliori amici. Poi, i follower sono diventati troppi e ora rispondo solo a chi mi dice “levati il neo dalla faccia, sembri una strega”. Potrei passarci sopra, ma penso alle ragazzine meno strutturate di me e lo faccio per ecologia del dibattito pubblico sui corpi degli altri».
Alla fine: la promessa della sua vita è stata mantenuta?
«Be’, ho visto mantenere promesse che non pensavo neanche mi fossero state fatte».
7 aprile 2026 ( modifica il 7 aprile 2026 | 08:48)
© RIPRODUZIONE RISERVATA