di
Marianna Peluso

Acquistato per mille euro da due vicentini, la tela è stata al centro di una lite giudiziaria e divide i periti

Un capolavoro da oltre cento milioni di euro o una tela senza valore destinata al macero? Per sette lunghi anni, il destino di «Les Meules» (I Covoni, 1888) è rimasto appeso a questo interrogativo, prigioniero tra perizie chimiche e aule di tribunale, rischiando una fine brutale: la distruzione fisica per mano della giustizia. La parabola giudiziaria di questo dipinto attribuibile a Vincent Van Gogh si è chiusa lo scorso 11 febbraio al tribunale di Vicenza. Una sentenza che non solo ha salvato l’opera dal «rogo» previsto per i falsi, ma ha riaperto ufficialmente la partita sulla sua autenticità e su una quotazione internazionale da capogiro.

I dubbi degli esperti e la sentenza di assoluzione

La storia sembra uscita dalla penna di un romanziere. Tutto ha inizio nel 2007, quando il notaio Umberto Ferrigato e l’imprenditore Cipriano Tessarolo, entrambi vicentini, acquistano il quadro dalla società estera Lanvalley Investments Inc, per la cifra simbolica di mille euro. Il prezzo era basso proprio a causa dei dubbi degli esperti, che da anni dividevano il mondo dell’arte tra chi vedeva nei covoni la mano inquieta del maestro olandese e chi invece rifuggiva l’idea.
Il terremoto arriva nel 2019 per un paradosso kafkiano: i proprietari denunciano una tentata truffa subita da alcuni intermediari che millantavano una vendita da 14 milioni di euro. Ma la denuncia si ritorce contro di loro: dalla denuncia sporta per difendersi dai raggiratori è nata l’accusa di contraffazione che ha coinvolto Tessarolo e il suo commercialista Bruno Ceccon, ritenuti inizialmente parte della presunta operazione di vendita. Da quel momento il dipinto è rimasto prigioniero per oltre sei anni nei depositi del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale a Roma, dove si trova tuttora in attesa dell’esecuzione materiale del dissequestro.
Tutto è bene quel che finisce bene, perché, come si legge nella sentenza emessa lo scorso 11 febbraio, il giudice Filippo Lagrasta ha assolto tutti «dai reati loro ascritti perché il fatto non costituisce reato».



















































Il dettaglio dei tetti

Non solo: il magistrato ha ordinato la restituzione del quadro agli attuali proprietari, ovvero Cipriano Tessarolo (titolare del quadro al 65%) e Maria Antonietta Gasparoni (titolare del restante 35%), vedova di Umberto Ferrigato, l’uomo che per anni ha lottato per vedere riconosciuta l’anima olandese di quel dipinto. «Siamo giunti giusto in tempo prima che venisse confiscato e distrutto», spiega l’avvocato veneziano Luigi Ravagnan, che ha condotto la difesa dei proprietari insieme al collega Giuseppe Melzi.
«La legge speciale sulle opere d’arte prevede infatti che, se viene accertata la falsità, l’opera debba essere eliminata fisicamente. Ma la legge non può punire il possesso di un’opera solo perché il suo autore è ancora oggetto di dibattito. Se un quadro è “attribuibile” a un maestro, non può essere mandato al macero».
Il processo si è giocato su un dettaglio: il rosso dei tetti della fattoria sullo sfondo. Una perizia dell’anno scorso considerava l’uso di quel pigmento incompatibile con il 1888, tacciandolo di falso storico, mentre la difesa ha dimostrato che si trattava di un’apposizione dovuta a interventi successivi. «Abbiamo contestato la perizia tecnica — continua Ravagnan — dimostrando attraverso la consulenza della dottoressa Maria Letizia Paoletti, che quel pigmento è frutto di restauri limitati e successivi. Sotto quegli strati, i materiali risultano coevi».

«Nessun dolo»

Le motivazioni arriveranno entro novanta giorni, ma per la difesa il passaggio decisivo è già emerso: «Il magistrato ha visto l’evidenza della prova della mancanza di qualunque dolo. Questo significa riaffermare la possibilità dell’attribuibilità» osserva il legale.
Sebbene l’assoluzione sia un trionfo, la partita per l’autenticità resta legata al Van Gogh Museum di Amsterdam, che è «l’unico organo – sottolinea Cristiano Biondetti, consulente di Tessarolo per la valorizzazione e la ricerca storica sull’opera, dal 2018 – che può riconoscere ufficialmente la sua autenticità», invitando alla prudenza finché non emergeranno nuove prove scientifiche e storiche.

La parola agli studiosi

«È una questione di scienza contrapposta: a volte ci sono dinamiche accademiche o posizioni divergenti tra esperti che bloccano tutto. – continua Biondetti – Ma noi siamo fiduciosi: la storia dell’arte è piena di casi, riconosciuti autentici dal museo olandese solo dopo decenni di dinieghi, proprio com’è successo con l’autoritratto di Oslo. Ogni volta che dicono “no”, aggiungono sempre che rimangono aperti a futuri approfondimenti. Ecco, la sentenza di Vicenza è quell’approfondimento che mancava».
La giustizia ha fatto la sua parte, impedendo che un dubbio chimico diventasse una condanna a morte. Ora la parola torna agli studiosi, che ne scriveranno il destino culturale ma soprattutto economico: se l’opera restasse nel limbo delle «attribuzioni», il suo valore resterebbe legato all’incertezza sull’autenticità, se invece arrivasse il «bollino» definitivo di Amsterdam, la quotazione schizzerebbe oltre i 150 milioni.


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7 aprile 2026