L’asta dello Stretto è in corso. I paesi “non ostili” devono pagare, pare, fino a due milioni di dollari a nave per passare. Magari pesando anche lo sconto “amicizia” nel listino criptato delle Guardie Rivoluzionarie. Se circa 140 navi al giorno versassero davvero tali importi, i ricavi annuali potrebbero superare i 100 miliardi di dollari, secondo la stima raccolta da fonti iraniane. Una nuova miniera per Teheran. Ma il grimaldello del pedaggio non sarà l’unico lasciapassare d’oro per Hormuz, su modello di Suez o Panama. Un vero codice dei ricatti, economici e non, si sta scrivendo ormai da giorni per il passaggio della sopravvivenza energetica di un pezzo di mondo dal Golfo. Così il grosso delle bandiere su petroliera ancora non osano il transito.

Ma qualcosa si muove. Una terza nave battente bandiera turca è passata ieri: la Ocean Thunder con petrolio greggio iracheno diretta in Malaysia è la terza dal 28 febbraio, mentre altre otto navi di proprietà turca con 156 membri dell’equipaggio a bordo rimangono nel Golfo in attesa dell’autorizzazione. Nelle ultime 24 ore sarebbero quindici le navi che hanno attraversato lo Stretto di Hormuz con il permesso dell’Iran, secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, affiliata al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc). Nel fine settimana, racconta Kpler, il traffico è notevolmente aumentato rispetto al quasi stop: ha registrato 10 passaggi sabato (tra cui 2 di paesi sanzionati e 5 di flotta “ombra”) e 11 domenica. Numeri modesti se confrontati con oltre 100 transiti giornalieri pre-guerra (il calo è del 90%). Ma il segnale che l’asta al casello, seppure a caro prezzo e con il contagocce, in qualche modo sta funzionando per l’Iran.

Anche l’Iraq ha già fatto sapere di essere nella lista dei “buoni” per l’Iran. La compagnia statale per il commercio del petrolio ha comunicato agli acquirenti che possono caricare il greggio e trasportarlo grazie all’esenzione di Teheran dagli attacchi diffusa nei giorni scorsi. Non si capisce bene a che condizioni di sicurezza. Baghdad, giura il capo della compagnia petrolifera statale Basra Oil Company, di poter ripristinare le esportazioni di petrolio a circa 3,4 milioni di barili al giorno entro una settimana. A condizione che lo Stretto riapra.

La mappa

Ma un’altra certezza si sta facendo spazio in queste ore. Chi ha ribattezzato questa crisi come il Covid dell’energia non guarda solo ai rischi di stop nella mobilità del mondo e dell’economia. Il pensiero è a quella scossa positiva che potrebbe nascere da questa crisi. Una spinta verso una nuova mappa delle rotte energetiche, paragonabile alla spinta verso la digitalizzazione conosciuta dopo il 2020-2021. Nuove infrastrutture energetiche e nuove reti da tracciare capaci di muovere e gestire i traffici dal Medio Oriente possono (e devono per gli sponsor di questa rotta) liberare il mondo dalla minaccia che da decenni pesa su Hormuz. Diversificazione e ridondanza è la solita chiave per arginare i rischi geopolitici che pesano sulle rotte del potere energetico.

Lo Stretto di Hormuz, si sa, è la via d’acqua più importante al mondo per i combustibili fossili – ogni giorno passava circa un quinto di tutto il gas e del petrolio trasportati per mare – e mette in collegamento il golfo Persico con il golfo di Oman, garantendo lo sbocco nel mar Arabico e nell’oceano Indiano. La libertà di navigazione è cruciale per i produttori della regione. Oltre che per i flussi verso Asia ed Europa.

Ma con la strozzatura in atto le infrastrutture energetiche dell’Egitto, dell’Arabia Saudita e in parte del Sudan hanno guadagnato un nuovo ruolo per i flussi energetici che attraversano il Mar Rosso diretti in Ue o nell’Asia-Pacifico. Anche se l’aumento del rischio geopolitico nello Stretto di Bab el-Mandeb minacciato dagli Houthi danneggia anche la centralità economica del Canale di Suez che gestisce circa il 12% del commercio mondiale, il 30% del traffico globale di container e merci e 1.000 miliardi di dollari di valore.

Non a caso Taiwan ha fatto sapere che reindirizzerà le importazioni di petrolio verso i porti sauditi sul Mar Rosso per aggirare le interruzioni nello Stretto. Lo farà anche a costo di un premio salato da pagare sulle rotte ben più lunghe.

La scommessa nel Golfo, a questo punto, è più sui cantieri per l’aprire nuovi corridoi ed evitare i pedaggi-ricatto. Con tre direttrici principali: rafforzare infrastrutture già esistenti, soprattutto l’oleodotto East-West saudita verso il Mar Rosso, creare nuove rotte verso il Mediterraneo, con sbocco a Haifa o in Egitto e, infine, sviluppare un corridoio più ampio, il progetto IMEC, che colleghi India, Golfo ed Ue. Tanto per confermare che la geografia passerà sempre da un dominio del mare, ma sempre di più passerà da una rete terrestre controllata da Arabia Saudita e alleati. Vediamo come.

I progetti

Di fatto, la guerra all’Iran ha già esaltato il valore dell’oleodotto East-West dell’Arabia Saudita. Da Yanbu, sul mar Rosso Yanbu, i carichi di petrolio raggiungono il mar Mediterraneo attraverso Suez, oppure l’oceano Indiano passando per lo stretto di Bab el-Mandeb, tra Yemen e Corno d’Africa. Certo, in Libano si trovano gli Houti, il passaggio non è completamente sicuro. Ma con la chiusura ad Hormuz, quei 7 milioni di barili di petrolio al giorno sono preziosi. E l’Arabia Saudita sta già pensando di aumentarne la capacità o addirittura di costruire nuovi oleodotti, costi permettando. Un tubo gemello all’East-West costerebbe almeno 5 miliardi di dollari. Un piano più complesso che passa da Iraq, Giordania, Siria o Turchia, costerebbe almeno tre volte tanto. Poi c’è l’opzione del corridoio IMEC. Un progetto ambizioso lanciato nel 2023 con la partecipazione di India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Italia, Francia, Germania, Usa e Ue. Più noto come “via del Cotone”. Si parte dai porti indiani per arrivare negli Emirati Arabi Uniti e proseguire via terra verso l’Arabia Saudita e la Giordania fino al porto israeliano di Haifa. Da qui verso i porti sul Mediterraneo. Un dossier caro anche all’Italia. Per gli Emirati Arabi Uniti, c’è infine l’idea di un secondo oleodotto verso Fujairah. I costi, anche in questo caso, tutti da vagliare.


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