di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Dall’Asia all’Europa, governi e imprese riscoprono il lavoro da remoto per ridurre i consumi energetici dopo lo choc di Hormuz. Bruxelles indica la linea e in Italia si studia un piano in caso di lockdown energetico, tra prudenza politica e pressioni dei sindacati

Sembrava archiviato. Dopo l’ondata del Covid, che lo aveva portato in auge, il lavoro da remoto aveva iniziato una lenta ritirata: più presenza in ufficio, meno flessibilità, badge e riunioni in sala al posto delle call. Anche le grandi aziende tecnologiche, che ne erano state il simbolo, avevano cambiato passo, riportando i dipendenti alla scrivania e trasformandone il ritorno in una scelta quasi identitaria. Poi, è arrivata la nuova crisi.

La guerra in Iran, la chiusura dello Stretto di Hormuz e lo choc sui mercati petroliferi stanno rispolverando la misura che aveva travolto il mondo del lavoro durante la pandemia. Ora, lo smart working torna, ma con un significato diverso: come strumento di emergenza in caso di lockdown energetico.



















































L’energia prima del lavoro

La logica è elementare: meno spostamenti quotidiani, meno carburante consumato. È su questo terreno che il lavoro da remoto rientra nelle politiche pubbliche. L’Agenzia internazionale dell’energia lo ha inserito tra le misure per contenere la domanda di petrolio, insieme al taglio dei limiti di velocità, alla riduzione dei voli e a un maggiore ricorso al trasporto pubblico. Non un dettaglio, ma una leva immediata, replicabile, a costo quasi nullo.

La mappa asiatica: il laboratorio della crisi

È nei Paesi più esposti allo choc energetico che il fenomeno è già realtà. Qui il lavoro da remoto non è una tendenza, ma una risposta operativa. Secondo il monitoraggio dell’Agenzia internazionale dell’energia, infatti, diversi governi hanno già attivato o incoraggiato forme di smart working insieme ad altri interventi per ridurre i consumi. In Egitto è stato introdotto un giorno settimanale obbligatorio di lavoro da remoto per il settore amministrativo, mentre dopo le 9 di sere si riduce l’illuminazione pubblica. In Indonesia il venerdì è diventato giornata «agile» per i dipendenti pubblici. In Myanmar il mercoledì è stato reso obbligatorio come giornata di lavoro a distanza, mentre sono in vigore le targhe alterne per i privati. In Pakistan e nelle Filippine si è intervenuti anche sull’orario, con la settimana corta di quattro giorni nel pubblico per contenere i consumi energetici.

APPROFONDISCI CON IL PODCAST

Nel Sud-est asiatico le misure si intrecciano con indicazioni più ampie sulla mobilità. In Thailandia il governo ha invitato imprese e lavoratori a ricorrere al lavoro da casa insieme a car pooling e trasporto pubblico. In Vietnam le autorità hanno sollecitato esplicitamente le aziende a favorire il remote working per ridurre gli spostamenti in una fase di forte tensione sui carburanti. In altri Paesi, come Laos e Malaysia, si sperimentano modelli misti, con rotazioni in presenza e lavoro a distanza per alleggerire i picchi di domanda energetica.

L’Europa tra raccomandazioni e memoria

In Europa l’approccio è più sfumato, ma non marginale. Bruxelles non impone, ma ha iniziato a indicare una direzione precisa. Il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen, intervenendo a fine marzo, ha invitato gli Stati membri a preparare misure per ridurre il consumo di carburanti, richiamando esplicitamente il pacchetto dell’Agenzia internazionale dell’energia. Tra queste, accanto al contenimento della velocità e alla riduzione dei voli, compare anche il ricorso al telelavoro.

Le prime restrizioni in Europa

È un passaggio rilevante perché riporta il lavoro da remoto dentro una logica di sistema nella Ue: non più scelta aziendale, ma strumento di politica energetica. Alcuni governi stanno già valutando misure di questo tipo, mentre nel dibattito europeo tornano anche ipotesi più simboliche — come le domeniche senz’auto — che evocano direttamente le crisi petrolifere di mezzo secolo fa e la stagione dell’austerity, innescata dalla crisi energetica del 1973. Il primo Paese europeo ad aver introdotto restrizioni ai consumi è la Slovenia: 50 litri di carburanti al giorno per i privati e 200 litri per le imprese.

Il paradosso delle Big Tech

Intanto nelle Big Tech è contrordine. Negli ultimi anni molte aziende, soprattutto nel settore tecnologico, avevano ridimensionato il lavoro da remoto, rivendicando la centralità dell’ufficio. Amazon aveva fatto da apripista, imponendo il ritorno in presenza cinque giorni alla settimana. Linea analoga, più o meno esplicita, anche da parte di altri grandi gruppi. Ma ora le cose stanno cambiando. Di nuovo.

La crisi energetica ha riaperto una finestra che sembrava chiusa. In questo caso non è solo una questione di costi, ma anche di sicurezza e continuità operativa. Le tensioni legate al conflitto in Medio Oriente hanno spinto diverse multinazionali a riattivare protocolli di lavoro a distanza per il personale non direttamente coinvolto nelle attività fisiche, come la gestione dei data center o delle infrastrutture, in particolare nelle aree più sensibili dal punto di vista geopolitico

In altri casi, il remote working è stato utilizzato come misura preventiva, in attesa di capire l’evoluzione della crisi energetica e delle sue ricadute logistiche.

Italia: le ipotesi del governo

Intanto, in Italia il tema non è più solo teorico, ma è entrato nel perimetro delle opzioni di governo e, insieme, nel terreno del confronto sociale. A Palazzo Chigi si studiano scenari di emergenza con un grado di urgenza crescente. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni segue direttamente il dossier, preoccupata per la tenuta delle scorte di gas e petrolio. Nei ministeri si lavora su un orizzonte di poche settimane, con l’ipotesi — non più esclusa — di un piano di razionamento dei consumi.

Dentro questo quadro, il lavoro da remoto torna a essere una delle leve più immediate. Si ragiona di uno smart working «spinto» nella pubblica amministrazione, sulla falsariga del modello usato durante il Covid. Accanto al lavoro agile, sul tavolo ci sono però anche misure più tradizionali e incisive: dalla possibile circolazione a targhe alterne per le auto alla regolazione dei consumi energetici negli edifici pubblici, fino a interventi sull’uso della climatizzazione nei mesi estivi. Il tema dei condizionatori, in particolare, viene considerato uno dei punti critici in vista dell’estate, quando la domanda di energia rischia di aumentare ulteriormente.

La pressione dei sindacati

E mentre l’Anief (Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori) ha lanciato l’allarme per quello che potrebbe riguardare un possibile ritorno della Dad a scuola a partire da maggio (cioè la didattica a distanza), il governo, per ora, mantiene una linea prudente. Palazzo Chigi frena le decisioni, cerca un coordinamento europeo e prova a evitare allarmismi. Ma su questo terreno si inserisce la pressione crescente dei sindacati. Diverse sigle del pubblico impiego — dalle organizzazioni autonome fino a Cgil e Cisl — hanno chiesto un rafforzamento immediato dello smart working, anche sulla scorta delle indicazioni arrivate da Bruxelles con il telelavoro come soluzione per ridurre il consumo di carburanti.

I risparmi grazie allo smart working

Secondo le stime richiamate dalle organizzazioni sindacali, il lavoro da remoto può ridurre i costi operativi del 20-30% e generare un risparmio per i lavoratori tra i 1.500 e i 3 mila euro l’anno. Subito dopo la fine della pandemia, l’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano aveva calcolato i benefici annuali di soli due giorni alla settimana di smart working: 1.000 euro di risparmio in trasporti per il lavoratore e 500 euro per ogni postazione spenta per le aziende

Numeri che ora, aggiornati alla situazione attuale, assumono un peso politico ben diverso.

Chiedi agli esperti

7 aprile 2026 ( modifica il 7 aprile 2026 | 15:57)