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Silvia M. C. Senette

L’attore porta a Bolzano quattro date di «Il berretto a sonagli». E si racconta a ruota libera. «Vivo divorato dalla passione per il teatro, sono accomodante e maniaco del controllo. Non ho mai perso i freni nella mia vita: l’idea mi terrorizza»

«In vita mia ho preso tre decisioni in tutto: fare l’attore, scegliere mia moglie e continuare questa vita». Silvio Orlando si racconta, partendo dall’«autocontrollo ferreo che definisce «una diga contro la paura di perdersi». Dopo 50 anni di carriera, l’attore ha deciso di aprire «la porta spaventosa dell’universo pirandelliano» e porta a Bolzano da giovedì a domenica al Teatro Comunale di Bolzano quattro repliche di Il berretto a sonagli, regia di Andrea Baracco, co-produzione del Teatro Stabile di Bolzano. Il protagonista, Ciampa, è uno scrivano che per difendere il proprio onore borghese si trova a gestire l’esplosione della verità in un salotto che diventa ring.

Orlando, dopo mezzo secolo in scena è al suo primo Pirandello. Come mai ha aspettato tanto?
«Forse per una certa diffidenza generazionale, la paura di restare chiusi in tinelli dove l’aria entra a fatica. Ma è un godimento enorme: per tredici anni ho portato in scena testi inediti, consumando energie per tenere tutto insieme. Qui, invece, so dove mettere i passi. Pirandello compie il miracolo di tenere sotto lo stesso tetto l’adolescente e il plurilaureato. È un materiale sfuggente: ogni sera, quando penso di averlo archiviato, rivela qualcosa di nuovo».



















































Pirandello parla di «tre corde» che abbiamo in testa: «la seria, la civile e la pazza». La sua?
«Io detesto il conflitto. Non perché sia un buono, forse sono “piccolo” o accomodante. Nella vita giro quasi sempre la corda civile, al massimo quella seria per spiegare le mie ragioni. In scena, invece, è salutare potere finalmente tirare fuori la corda pazza: è il mio sfogo, la mia alternativa alla follia vera».

Ha mai avuto la sensazione o il timore di perdere il controllo?
«Mai. Ne sono terrorizzato. Vengo da un’epoca, tra Napoli e Roma, in cui la tentazione di perdere i freni con alcol e droghe era ovunque, ma io sono sempre stato controllato e non c’è mai stata una mattina in cui non ricordassi cosa avevo fatto la sera prima. Mi basta la follia di fare l’attore: una scelta già abbastanza spericolata, per i miei gusti».

Questa mania del controllo la aiuta o la limita?
«Nasce dalla paura di perdersi. Poi la mia vita si è incrociata con un essere umano meraviglioso: mia moglie (l’attrice Maria Laura Rondanini, ndr), ha una capacità di controllo che solo una donna possiede. Mi sono ritrovato su un binario che va a una velocità precisa. Era ciò che volevo e di cui avevo bisogno».

A maggio uscirà al cinema il suo film «Antartica», dove l’ibernazione è usata per sconfiggere la morte. Si farebbe congelare?
«Oggi direi di no, magari tra qualche anno, con l’appuntamento definitivo più vicino, cambierò idea. Ma l’idea di risvegliarmi in un mondo estraneo mi angoscia. Esisteranno ancora gli attori in carne e ossa tra cinquant’anni? Io credo nei limiti umani: se non ce li diamo, facciamo pasticci».

Pensa spesso alla «data di scadenza»?
«Vivo divorato dalla passione per il mio mestiere: la vita è un hobby che pratico nei ritagli di tempo. Ma ultimamente ci penso. Vedo i colleghi della mia leva che partono per l’altro mondo, è complicato abituarsi all’idea di non esserci più, soprattutto lasciando chi vive in simbiosi con te. Quello è l’unico vero pensiero angosciante».

Lei ha vinto tutto: David, Nastri, Coppa Volpi eppure dice di soffrire della sindrome dell’impostore. È ancora così?
«Cerchiamo tutti la consacrazione definitiva, quella che mette fuori tiro dai maligni e dai superbi. Ma il nostro è un mestiere scritto sulla sabbia: se chiedi a un diciottenne chi è Alberto Sordi, non lo sa. Marilyn Monroe è rimasta un’icona perché era l’amante di Kennedy. Io non vorrei dover diventare l’amante di Meloni per entrare nella storia».

Qual è l’eternità a cui ambisce?
«È un desiderio puerile, ma mi fa andare avanti. Mi piacerebbe una vecchiaia alla Anthony Hopkins: recitare a 85 anni senza dovere dimostrare più niente a nessuno. Colleghi italiani? Non ammetterò mai che un altro sia arrivato dove ambisco arrivare. Forse Benigni: lui rimarrà immortale. Ma se lo chiedete a lui, magari vorrebbe essere Silvio Orlando».

7 aprile 2026