di
Monica Colombo e Daniele Dallera
Il numero uno di Federbasket: «La saggezza di Buonfiglio e il governo per un cammino condiviso. Malagò conosce molto bene questo mondo. Mancini ha già vinto e sa parlare di tutto»
«Il governo deve avere un rapporto privilegiato con lo sport. Non si può pensare di andare alle votazioni federali di giugno senza avere un’interlocuzione con la politica».
Gianni Petrucci, una vita alla guida delle istituzioni sportive — quattordici anni sul trono del Coni, dieci mesi come commissario della Figc, ora alla sesta riconferma da presidente della Federbasket — si lancia in un giudizio che alle latitudini calcistiche non sembra finora aver fatto molti proseliti.
Ci spieghi meglio: perché questa posizione?
«Ammettiamolo, lo sport è autonomo solo sulla carta e le prossime votazioni avverranno in un contesto differente da tutti gli altri precedenti».
Ovvero?
«Il calcio ha bisogno di riforme, su tassazione e agevolazioni fiscali per cominciare. Dal momento che le leggi vengono fatte dal Parlamento o dall’Esecutivo in caso di decreti legge, è bene che ci sia una comunione fra le tre direttrici: il governo, il Coni con la saggezza del presidente Buonfiglio e l’esperienza del segretario Mornati e ovviamente i vertici del calcio. Può essere utile una legge che metta per iscritto il cammino condiviso che politica e Coni devono affrontare».
Non le sembra di essere in controtendenza rispetto all’opinione comune secondo cui il governo non dovrebbe invadere la sfera di autonomia dello sport?
«Non si tratterebbe di una intromissione. Io resto convinto che serva un percorso democratico con un’intensità affievolita del governo. Guardi che, volenti o nolenti, serve avere un’intesa con la politica. Vi faccio un esempio per comprendere come sia necessario che le due anime siano connesse».
Quale?
«Quando ero presidente del Coni, a capo della Federcalcio c’erano Franco Carraro e la guida della Lega di A era Adriano Galliani. Dal momento che nell’estate del 2003 il caso Catania mise a rischio l’inizio dei campionati con il Tar della Sicilia protagonista, andammo dal presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi, per chiedere una misura straordinaria. Il governo varò il decreto salva-campionati e la regolarità dei tornei fu garantita».
Erano inevitabili le dimissioni di Gabriele Gravina?
«Per il clima che si era creato non c’era altra strada. Ma è stato un buon presidente, ha vinto gli Europei. Peccato che non ha tirato lui il rigore a Zenica, altrimenti avrebbe segnato…» .
Giovanni Malagò, il candidato della maggioranza della Lega di A, è il profilo giusto per raccoglierne l’eredità?
«Sono suo amico da una vita, è già stato nel mondo del calcio che conosce bene, non voglio bruciarlo lanciandomi in giudizi».
Mai come stavolta la figura di un ex grande campione sembra essere sulla rampa di lancio. Sarebbe ora?
«Da un lato ritengo che non basta essere stati ottimi calciatori per ricoprire cariche istituzionali. Però sento parlare di grandi giocatori che hanno background dirigenziale. Mi riferisco a Demetrio Albertini che è stato presidente del Settore Tecnico, a Paolo Maldini che nel Milan ha rivestito posizioni di prestigio o Damiano Tommasi, presidente per anni del sindacato dei calciatori».
L’ipotesi del commissario è da scongiurare?
«A me lo chiedete? Io da presidente del Coni nel 2006 ho nominato in piena Calciopoli Guido Rossi per traghettare il calcio fuori dagli scandali».
D’accordo, ma secondo lei che caratteristiche deve avere il nuovo presidente della Figc?
«Oltre alle doti ideali servono i voti a sostegno, sennò potremmo proporre il Signor Bonaventura… Io penso che il consenso debba andare a chi si rende conto che il rapporto con il governo è imprescindibile».
A chi obietta che si sente parlare sempre dei soliti nomi, dirigenti in auge da svariati decenni, cosa replica?
«A chi ritiene che il calcio non sa rinnovarsi rispondo: la politica sa farlo? Io ho fatto attività nella Democrazia Cristiana e tuttora mi sento democristiano, con gli opportuni adattamenti. In Parlamento vedo molte persone presenti da legislature e legislature … I fenomeni sono quelli che scoprono la penicillina, altri in giro non ne vedo».
Chi vorrebbe come c.t.?
«Intanto vorrei ricordare che l’ultimo che ha vinto qualcosa in azzurro è Roberto Mancini. Sorrido quando leggo che si è lasciato male con la Federazione, ma gli altri mica se ne sono andati con gli applausi».
Lei quindi lo terrebbe ancora in considerazione?
«Punterei su chi ha vinto e Roberto lo ha fatto. Poi mi piace per un altro motivo».
Quale?
«Amo gli allenatori che parlano di argomenti diversi dal loro sport. Con Mancini si parla di tutto. Un po’ come gli allenatori che ho scelto nel basket, Messina ama la politica, Sacchetti conosce la vita, Pozzecco parla di tutto, così anche Banchi, uomo intelligente e dalle mille esperienze. Ma non voglio un c.t. che vada in tv e pensi di essere Einstein».
7 aprile 2026
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