di
Monica Guerzoni
Il ministro della Difesa aveva segnato su un foglietto giudizi lapidari sugli esponenti delle opposizioni che lo avevano incalzato in aula
È quando tutto è finito, che tutto comincia. Guido Crosetto sbuca dal’Aula della Camera dopo l’informativa sulle basi americane, due dozzine di giornalisti lo aspettano al varco e lo sfogo del titolare della Difesa parte subito: «Avrei voluto replicare, sì!». Ha preso un sacco di appunti, ministro… «Purtroppo la replica non si può fare. Ma è surreale che il Parlamento ti chiami per una informativa, tu vieni, rispondi e ti dicono “perché hai detto questo?”
Sembra la storia “Ciccio toccami, mamma Ciccio mi tocca”».
Il co-fondatore di FdI ha tra le mani una cartellina nera: è aperta e in bella vista c’è il foglietto con il logo della Camera sul quale ha appuntato in corsivo i suoi pensieri riguardo agli interventi degli avversari. La prima riga è dedicata alla capogruppo del Pd: «Braga peggio di Ricciardi». E dire che il presidente dei deputati del M5S non era stato tenero per nulla, aveva buttato sulle spalle di Meloni il «lockdown energetico» e messo in relazione il governo a chi oggi si arricchisce producendo armi, «persone con cui Crosetto ha lavorato per anni».
Se la formula parlamentare dell’informativa prevedesse la replica, il ministro le avrebbe cantate anche a Nicola Fratoianni, si sarebbe complimentato con Ettore Rosato di Italia viva (dopo averlo applaudito in Aula) e avrebbe interrogato polemicamente Conte, Schlein e compagni su quale iniziativa politica alternativa sarebbero stati mai capaci di mettere in campo, se alla guida del Paese ci fossero stati loro. E forse, stando al foglietto sbirciato dai giornalisti, avrebbe anche fatto un po’ di luce sul Triton decollato dalla base americana in Sicilia alla ricerca del pilota Usa disperso e poi ritrovato in Iran. «Un drone è partito da Sigonella», si era appuntato il ministro, «hanno sempre fatto così».
E quando un cronista osserva che le opposizioni si aspettavano da lui la condanna delle parole con cui il presidente degli Stati Uniti ha minacciato di spianare l’intero Iran in una notte, Crosetto replica secco: «Io non sono venuto qua per commentare le dichiarazioni di Trump, le ho commentate anche troppo in un’altra intervista». Il riferimento è al Corriere, dove ha evocato la «follia» di Hiroshima e lo scarso coraggio dei collaboratori dell’inquilino della Casa Bianca.
Prima di divorare a lunghi passi il Transatlantico, il ministro si dice «molto dispiaciuto» per l’atteggiamento delle opposizioni e rimprovera a Pd, M5S e Avs di aver detto «cose che non hanno neanche capito». E cioè che il governo Meloni non sta facendo altro che applicare i trattati, la legge e la Costituzione e che Lorenzo Guerini, per citare un predecessore, al suo posto avrebbe fatto lo stesso. Insomma, se dem, cinquestelle e rossoverdi lo chiameranno di nuovo in Parlamento per parlare della guerra in Iran, lui non si tirerà indietro: «Vengo senza problemi e mi diverto pure, perché nelle scarpe non ho sassolini, ma montagne».
Crosetto ha finito davvero, imbocca lo scalone che porta al garage di Montecitorio e un paio di cronisti provano a far parlare Guerini. Ma il riformista dem che è stato ministro della Difesa e ora presiede il Copasir non vuole saperne di commentare l’informativa e si divincola con la consueta destrezza, ostentando nostalgie democristiane: «Sono nel momento Arnaldo Forlani... Non parlo e se parlo non dico nulla». Quel che resta è l’immagine di un’Aula semivuota, un’ottantina di deputati appena su 400 nel momento più affollato, una decina di leghisti e altrettanti azzurri.
Elly Schlein ha lasciato a Chiara Braga onore e onere di rimproverare Crosetto per non aver detto che «Trump è una sciagura e si deve fermare», poi si è messa lo zainetto in spalla e ha imboccato la porta. Giuseppe Conte non si è fatto vedere e quel che aveva da dire lo ha postato con un video su X: «La situazione è davvero grave, tra una manciata di ore scade l’ultimatum che Trump ha dato all’Iran, non possiamo rimanere con le mani in mano…». Nell’attesa degli eventi, il ministro Tommaso Foti prova a sdrammatizzare. Entra alla buvette per un cappuccino e azzarda una battuta: «Se finisce il mondo oggi, l’Inter ha vinto il campionato».
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7 aprile 2026
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