di
Gian Guido Vecchi

Le parole del pontefice a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum di Trump all’Iran: «Quella che abbiamo di fronte è una questione morale. Si pensi a tanti bambini, a tanti anziani, tanti innocenti vittime di questa escalation»

CITTÀ DEL VATICANO – «Oggi, come tutti sappiamo, c’è stata questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran. Questo veramente non è accettabile. Qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale ma molto di più. È una questione morale per il bene del popolo intero». 

È ormai sera quando Leone XIV esce dalla sua residenza a Castel Gandolfo, dove ha passato un giorno di relativo riposo dopo celebrazioni pasquali. Già al pomeriggio si era fatto sapere che il Papa avrebbe detto qualcosa. Chiaro che volesse parlare di quella frase di Donald Trump, «stasera un’intera civiltà morirà». Così quando esce da Villa Barberini, «solo una breve dichiarazione», Papa Prevost non attende domande, dice subito che la minaccia di Trump è inaccettabile: «Vorrei invitare tutti a pensare, nel cuore veramente, a tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani totalmente innocenti che sarebbero anche loro vittime di questa escalation… Torniamo al dialogo, ai negoziati, cerchiamo come risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Invece siamo qui». 



















































Il tono del Papa americano è desolato, si rivolge anzitutto al suo Paese: «Bisogna pregare tanto. Vorrei invitare tutti a pregare ma anche a cercare come comunicare, forse con i congressisti, con le autorità, dire: non vogliamo la guerra, vogliamo la pace, siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel mondo». Quindi amplia il discorso: «Invito i cittadini di tutti i Paesi coinvolti a contattare le autorità, i leader politici e i deputati per chiedere loro di lavorare per la pace, di rifiutare la guerra». 

Perché bisogna «rigettare la guerra, specialmente questa guerra definita da molta gente ingiusta: continua l’escalation, non risolvi niente e provoca una crisi economica mondiale, una crisi energetica e grande instabilità». 

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Anche «gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale e il segno di una distruzione che l’essere umano è capace di mettere in atto», conclude: «Tutti dobbiamo lavorare per la pace».

Lo stesso Papa ha ricordato i propri appelli, da ultimo nell’Urbi et Orbi di Pasqua: «La vittoria di Cristo è totalmente non violenta, chi ha in mano le armi le deponga», aveva detto. Negli ultimi tempi, fin dall’inizio dell’attacco di Usa e Israele all’Iran e alla guerra in Medio Oriente che ne è seguita, il Papa americano ha ripetuto che «Dio non può essere arruolato dalle tenebre». E all’inizio della Settimana Santa ha citato le parole dure di Isaia per dire che Dio «rifiuta la guerra» e «rigetta» le invocazioni di chi la fa: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue». 

Nella Via Crucis del Venerdì Santo ha portato la croce mentre nelle meditazioni si denunciava «chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti», ricordando che «dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere, di avviare una guerra o di terminarla». 

Attraverso il cardinale Pietro Parolin, suo Segretario di Stato, Leone XIV ha inviato anche un messaggio alla popolazione di Debel, un villaggio nella zona meridionale a Sud del Libano, proprio dov’era diretto il convoglio di aiuti umanitari, con il nunzio Paolo Borgia, che si è trovato nel fuoco incrociato tra l’esercito israeliano ed Hezbollah: «Nella vostra sventura, nell’ingiustizia che subite, nel senso di abbandono che provate, siete vicinissimi a Gesù. Siete vicini a Lui anche in questo giorno di Pasqua in cui ha vinto le forze del male, e che risuona per voi come una promessa di futuro. Non perdete quindi coraggio!».


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7 aprile 2026 ( modifica il 8 aprile 2026 | 00:09)