L’ex centrocampista ha giocato a Genova dal 2002 al 2008: “Marotta mi portò alla Samp, un punto di arrivo, e Sacchi fece il mio nome a Madrid. A Piacenza mi sono sentito preso in giro”


Lorenzo Cascini

Giornalista

7 aprile – 18:05 – MILANO

Sergio Volpi il destino l’ha sempre avuto nel nome. Quel ‘Tranquillo’ sembra un errore o un epiteto, invece gli fu dato in onore di un cognato di sua nonna. Sergio Tranquillo Volpi. E mai secondo nome fu più azzeccato. Alla Samp, il centrocampista è stato per tutti semplicemente il capitano. A Genova, se passeggia tra i vicoli della città, lo chiamano ancora così. Carattere particolare: pacato fuori dal campo, nemico di interviste e riflettori, ma molto determinato e leader vero in spogliatoio. “L’ho imparato guardando gli altri. Ingesson, con i suoi silenzi, sapeva farsi capire. Non gli serviva parlare, quella caratteristica credo di avergliela rubata”. Poi, ripercorrendo gli anni, Sergio viaggia nei ricordi e snocciola aneddoti in serie. Sono tantissimi i volti incrociati durante il cammino, lui li analizza come fossero diapositive pescate da un vecchio album. Marotta, Zamparini, Spalletti e via dicendo.  

Sergio Volpi, partiamo dal destino. Lei nasce in provincia di Brescia ma simpatizza per la Samp fin da piccolo. Era tutto scritto?

“Penso di sì. E comunque è vero, andavo matto per Vialli e Mancini e non riuscivo a non fare il tifo per loro quando li vedevo in tv. Certo, dalle mie parti ero l’unico probabilmente…”.

E chi lo avrebbe detto che vent’anni dopo ne sarebbe diventato il capitano.

“È stato un onore. La Samp per me ha rappresentato un punto d’arrivo. Porto i genovesi nel cuore”.

Tornerebbe, magari da allenatore?

“Scherza? Di corsa. Mi piacerebbe dare una mano, chissà se in futuro succederà mai…”

Ma torniamo agli inizi. Dopo anni di B in Serie A si fa conoscere con il Bari. Ricordi?

“Due anni bellissimi. Porto tante cose nel cuore, a Bari sono diventato uomo e ho imparato moltissimo. Per esempio, da Ingesson, i silenzi. In spogliatoio non gli serviva parlare, si faceva capire con uno sguardo o un gesto. E poi quanti personaggi incredibili: da mister Fascetti ai compagni, Zambrotta, Phil Masinga, Ventola”.

​Poi arriva il Venezia, con Beppe Marotta direttore sportivo. Vi lega un rapporto speciale?

“Sì, siamo stati insieme cinque anni tra Venezia e Sampdoria. Fin dall’inizio si vedeva che era speciale: aveva fiuto e sapeva tutto di tutti”.

Eppure, doveva “gestire” un presidente non semplicissimo come Zamparini… ​

“Altroché, il presidente era un vulcano. Sbagliavi due partite ed eri a casa. Pensi che una volta perdevamo in casa con l’Empoli, lui all’intervallo entrò e ribaltò lo spogliatoio: urla, insulti, di tutto. Poi nel secondo tempo la ribaltammo e lui era il più felice del mondo. Giusto per farle capire quanto era facile che cambiasse umore…”

Nel secondo anno a Venezia è stato allenato da Spalletti. Le cose, però, non andarono benissimo. Cosa non funzionò?

“Luciano era un allenatore con delle grandi idee, le stesse che tutta Italia ha imparato ad ammirare con il tempo. Noi, però, eravamo una squadra che doveva salvarsi e non riuscimmo probabilmente ad apprenderle. Anche lui non era sereno, ricordo un paio di volte in cui perse la calma. Fu esonerato, poi richiamato e poi di nuovo esonerato. Eravamo un gruppo pieno di stranieri, c’era tanta confusione e lui non riuscì a farsi capire”.

Invece con Novellino le cose erano andate decisamente meglio.

“Per me il mister è stato come un padre. E pensare che all’inizio non mi faceva mai giocare, io ero scontento e volevo andare via. Piano piano, però, sono riuscito a convincerlo. E da lì… mi ha sempre chiamato ovunque è andato”.

Anche alla Samp. Ancora in tandem con Marotta.

“Le racconto questa. Il direttore mi chiamò e mi disse ‘Sergio vieni che voglio andare in A in tre anni’. Mentiva. Aveva fatto una squadra per stravincere il campionato. Con me arrivò Bazzani, per dire. Avevamo capito tutti che saremmo saliti al primo colpo e così fu”.

A Genova andavano bene. Così tanto che si dice la volesse il Real Madrid. Cosa c’è di vero?

“È andata proprio così. A Madrid Sacchi faceva il consulente e stravedeva per me. Era il 2005, il Real cercava un mediano e Arrigo aveva fatto il mio nome. Quando mi chiamò il mio agente, Tullio Tinti, quasi lo mandai a quel paese tanto che non ci credevo. Ma quando ho capito che era tutto vero gli ho risposto che sarei andato pure a piedi. Ovviamente. Invece, poi loro presero Gravesen e non se ne fece nulla. Ma nessun dramma, io alla Samp stavo davvero bene”.

Poi l’arrivo di Mazzarri ha rovinato tutto. L’ha delusa?

“Ci sono rimasto male. Non aver chiuso la carriera alla Samp è il rimpianto più grande che ho. Con Mazzarri non ci siamo trovati, probabilmente per colpa di entrambi. Ma sono rimasto deluso dal fatto che lui non mi abbia mai parlato. Avrebbe potuto prendermi da parte e spiegarmi perché non mi voleva. È una ferita che un po’ fa ancora male”.

La carriera l’ha chiusa a Piacenza. Un’altra pagina da dimenticare. 

“Ho smesso per il calcioscommesse. Retrocedemmo in C perché alcuni nostri giocatori si vendevano le partite. Gervasoni, Mario Cassano e altri. Una roba folle, io non ci volevo credere e mi spiace non essermi mai accorto di nulla. Mi sono sentito preso da un gruppo di ragazzini dopo vent’anni di carriera. È una vicenda che mi fa schifo. Non ho mai più parlato con loro e non ci tengo, sono persone con valori e idee lontanissime dalle mie”.