di
Lorenzo Cremonesi

Tra gli obiettivi del presidente Usa anche infrastrutture energetiche e acciaierie: ecco gli asset
che Stati Uniti e Israele potrebbero colpire

BAGDAD – Attacchi contro centrali elettriche, ponti, ferrovie, aeroporti, porti, raffinerie, strutture industriali e impianti per l’export energetico sia sull’isola di Kharg che nel resto delle coste del Paese diventano adesso molto più probabili con lo scadere dell’ultimatum americano. 

La minaccia di Donald Trump di «riportare l’Iran all’età della pietra», se messa in atto, sortirà la probabile conseguenza di ricompattare i cittadini dietro un regime che in larga parte detestano e che sino a ieri li ha massacrati col pugno di ferro di una repressione implacabile. 




















































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La novità è che si passa da una guerra contro i dirigenti della teocrazia degli ayatollah e i loro apparati militari a un conflitto allargato, che va a colpire direttamente l’intera società iraniana e la sua quotidianità. Ci sono anche possibili estremi per accuse per crimini di guerra contro i civili. Ma sia quest’ultimo aspetto che la previsione dell’effetto boomerang che gioca a favore del regime, largamente diffusa tra analisti e osservatori internazionali, non sembra intaccare la determinazione del capo della Casa Bianca e ancora meno quella del governo di Benjamin Netanyahu in Israele.

Gli obiettivi iraniani nel mirino di Trump: centrali nucleari, basi militari e anche ponti e ferrovie

L’esperienza dell’attacco russo sull’Ucraina insegna quanto sia semplice mettere un Paese in ginocchio colpendo il suo sistema elettrico. L’Iran possiede una vasta rete di centrali a gas naturale che producono circa l’86 per cento dell’elettricità. Già adesso parecchie regioni sono al buio o ricevono l’energia a intermittenza. 

I tecnici russi

La più grande è quella di Damavand, situata nei pressi di Teheran, che fornisce oltre il 43 per cento dell’elettricità nella zona della capitale. Seguono per importanza quella di Shahid Salimi, sulla costa del Mar Caspio, e la diga di Karun-3, uno dei principali impianti idroelettrici nella provincia del Kuzhestan. Le cronache della guerra segnalano che i missili israeliani e statunitensi dal suo inizio il 28 febbraio hanno sfiorato o colpito già quattro volte l’impianto di Bushehr, che è l’unica centrale atomica iraniana. La centrale è gestita dalla società russa Rosatom, la quale ha avviato l’evacuazione di 200 suoi dipendenti. L’ultimo attacco è avvenuto il 4 aprile, quando le esplosioni hanno ucciso un addetto della sicurezza. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ad oggi non ci sono state fughe radioattive, ma il pericolo sussiste se le bombe colpissero i reattori.

Ieri i due alleati hanno comunque già offerto un «assaggio» di ciò che potrebbe avvenire nelle prossime ore. La Casa Bianca nega di volere utilizzare alcun tipo di arma non convenzionale ed esclude specificamente anche le relativamente piccole ma letali bombe atomiche tattiche. Però sono ripresi intensi i raid contro l’isola di Kharg, il principale terminale energetico iraniano nel Golfo: dalle sue strutture transita il 90 per cento del suo greggio destinato alle petroliere. 

Munizioni e bunker

Il Pentagono dichiara di avere centrato solo obbiettivi militari, tra cui depositi di munizioni, radar e bunker. Sembra che le strutture civili non siano danneggiate, ma su tutta l’isola è interrotta l’energia elettrica. Israele ha invece esplicitamente preso di mira strutture civili, tra cui «otto segmenti di ponti» e diverse linee ferroviarie. Ieri in mattinata i portavoce militari israeliani avvisavano gli iraniani di «restare lontani dai treni». Annunci diffusi in rete, ma per questo largamente inascoltati, dato che dall’inizio della guerra il regime ha bloccato i collegamenti via internet e le comunicazioni interne risultano paralizzate.

Cuore dell’escalation sono anche i poli petrolchimici di Mahashahr e Shiraz, oltre alle acciaierie di Isfahan. Qui è gravemente danneggiata la Mobarakeh Steel Company, la più grande produttrice di acciaio del Medio Oriente, che secondo gli americani contribuisce a finanziare l’industria militare iraniana, ma è anche una delle risorse finanziarie nazionali.

Sono possibili nuovi raid contro i distretti industriali della capitale e contro il complesso per il trattamento del gas naturale di South Pars. Ovviamente ci si attendono nuovi raid contro i siti nucleari già devastati nel giugno dell’anno scorso a Natanz, Fordo e Isfahan. Ma adesso Gerusalemme e Washington hanno dimostrato di volere devastare anche i centri di ricerca legati alle università nazionali. Tra queste l’Università Tecnologica Sharif, chiamato il «Mit dell’Iran», la facoltà di Scienze Mediche e il centro di ricerche a Karaj, dove pare vengano progettati i droni, a sua volta già colpito da droni kamikaze. Secondo il ministero della Salute di Teheran le bombe sui siti industriali avrebbero ucciso tecnici e operai, ma rischiano anche di causare nubi tossiche dannose per le popolazioni che risiedono nelle vicinanze.

8 aprile 2026