di
Carlos Passerini

Una vita trascorsa in panchina. Ha vinto 37 trofei, ha lanciato Pirlo ad appena sedici anni e non ha voluto abbandonare la Romania nel momento del bisogno malgrado le gravi condizioni di salute

«Non potevo scappare, non potevo fare la figura del codardo». Per questo, a 80 anni compiuti, nonostante un fisico già provato, Mircea Lucescu aveva accettato di tornare ad allenare la nazionale della sua Romania, della quale era stato capitano da giocatore ai Mondiali del 1970 («conservo ancora la maglia di Pelé, sporca di terra, mai lavata» raccontava), divenendo così il ct più anziano di sempre. Sognava di tornarci, ai Mondiali. Poco più di una settimana fa era in panchina nella semifinale playoff persa contro la Turchia, prima del malore durante l’allenamento di preparazione alla sfida con la Slovacchia. Da venerdì si trovava all’Ospedale Universitario di Bucarest, prima dell’infarto che ha fatto precipitare il quadro clinico. Nella notte fra domenica e lunedì il trasferimento in terapia intensiva, quindi il coma. Ieri, la morte. Lascia un figlio allenatore, Razvan, ora alla guida del Paok Salonicco.

Considerato un visionario, un anticipatore, ha allenato per oltre quarant’anni attraversando epoche diverse e lanciando centinaia di calciatori ad alto livello, come Pirlo, che fece esordire a 16 anni. Ha collezionato 37 titoli da allenatore di cui 3 internazionali, che lo collocano fra i più vincenti di sempre. Amava l’Italia, dove arrivò per la prima volta nel 1990, subito dopo la caduta del regime di Ceausescu, guidando il Pisa di Anconetani, il Brescia dei romeni con Hagi e Raducioiu, la Reggiana, prima del grande salto all’Inter di Ronaldo. 



















































Con i nerazzurri di Moratti («era l’anima di quella squadra, un signore» ricordava sempre Mircea) nel 1998/99 fece però flop: si dimise dopo 16 partite, a marzo, in seguito a uno 0-4 contro la Samp. «Ha incarnato valori di competenza, eleganza e passione, lascia un’eredità importante» il ricordo del club nerazzurro.

Corioni, presidente del Brescia che lo volle a tutti i costi, ammirava invece la sua sterminata collezione di vhs con le registrazioni di partite di tutto il mondo: ai tempi nessuno ne poteva vantare una simile. Oggi tutti parlano di match analysis: l’ha inventata lui. Ma restava un creativo: «Non alleno schemi, ma idee» sorrideva con gli occhi neri e furbi quando gli si chiedeva quale fosse il suo sistema di gioco preferito.
 
Quando la sua carriera pareva ormai chiusa, nel 2000 subentrò a Terim alla guida del Galatasaray trascinandolo alla conquista della Supercoppa Uefa contro il Real Madrid. Dal 2004 al 2016 portò in alto gli ucraini dello Shakhtar vincendo 21 trofei nazionali e la Coppa Uefa 2008-09. A Donetsk, davanti allo stadio, per i 70 anni gli fecero una statua. Di lui seduto in panchina.

Parlava quattro lingue, aveva girato il mondo grazie al calcio. Senza mai dimenticare però gli anni duri dell’infanzia fra i palazzoni di Bucarest. Per questo aveva accettato l’incarico con la nazionale, per chiudere un cerchio, nonostante i continui ricoveri. Alla moglie Neli, che cercò di dissuaderlo, aveva risposto: «Non potevo scappare, non potevo fare la figura del codardo».

8 aprile 2026 ( modifica il 8 aprile 2026 | 07:19)