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Massimo Sideri

Intervista al professore canadese che nel 2024 ha ricevuto, insieme a Hopfiled, il Nobel per aver risolto il dilemma delle reti neurali. Oggi interverrà alla Pavia Innovation Week

«Ho sempre pensato che le reti neurali si sarebbero rivelate il modo giusto per fare intelligenza artificiale e che l’AI sarebbe diventata molto intelligente. Tuttavia, non mi era mai passato per la mente che ciò potesse portare a dei premi Nobel». Il professor Geoffrey Hinton dell’Università di Toronto, che mercoledì 8 aprile interverrà con la scienziata Fabiola Gianotti al Teatro Fraschini per l’apertura della Pavia Innovation Week alle 20.30 (per iscriversi e seguire www.paviainnovationweek.it o www.corriere.it), ricorda ancora la fine di ottobre del 2024 in cui venne informato di aver vinto insieme a John Hopfield il Nobel per la Fisica. Lo affrontò a modo suo, da scienziato: «Per un paio di giorni, rimasi molto preoccupato da questo ragionamento bayesiano: una stima ragionevole della probabilità che uno psicologo teorico nascosto nell’informatica vincesse il Nobel per la Fisica era una su due milioni. Se quello era un sogno, invece, la probabilità poteva essere anche una su due. Quindi era circa un milione di volte più probabile che fosse un sogno piuttosto che realtà. Mi consolai pensando che, quando mi sarei svegliato dal sogno del Nobel, si sarebbe scoperto che tutte quelle assurdità su Trump erano solo un brutto sogno». Chi lo ha detto che i Nobel non sanno anche essere ironici…
Hinton, oltre che per il Nobel, è famoso per aver lasciato Google per essere libero di criticare apertamente l’evoluzione che questa tecnologia sta prendendo. Ma questo non vuole dire che non creda nei suoi potenti benefici: «Ci sono così tanti usi positivi dell’AI in così tanti settori (farmacologia, diagnostica, cure mediche, energia e fusione nucleare, nuovi materiali) che penso sarà impossibile fermarne lo sviluppo. È quindi essenziale capire come gestirne i rischi».

Professor Hinton qual è il suo timore peggiore?



















































«Se diverse AI super-intelligenti (ancora non sviluppate, ndr) iniziassero a competere per le risorse, l’evoluzione favorirebbe le stesse caratteristiche osservate nelle tribù di scimmie: aggressività verso i membri di altri gruppi, forte lealtà verso il proprio gruppo e sostegno incondizionato a un leader forte. Nulla di tutto ciò è di buon auspicio per gli esseri umani».

Eppure immagino che tutto sia cominciato con una passione più che con una paura. Ricorda un momento «Eureka» o magari un incontro decisivo nella sua vita accademica, in cui ha capito che le teorie di Alan Turing potevano essere realtà?

«Un momento decisivo fu quando un amico al liceo mi suggerì che i ricordi potessero essere distribuiti su molte cellule cerebrali. Questo diede origine al mio interesse per tutta la vita verso le rappresentazioni distribuite. Il momento più vicino a un “Eureka” si verificò quando Terry Sejnowski ed io scoprimmo l’algoritmo di apprendimento per le macchine di Boltzmann. Era così semplice ed elegante che eravamo convinti dovesse essere il modo in cui funziona il cervello. Ci sbagliavamo, ma fu comunque un momento meraviglioso».

Qual è stato l’ostacolo scientifico più significativo che ha dovuto superare?

«Negli anni Settanta, quasi tutti pensavano che le reti neurali fossero un approccio ingenuo e senza speranza, privo di qualsiasi possibilità di funzionare».

Guardando al futuro: ha espresso preoccupazioni sullo sviluppo incontrollato di questa tecnologia. Queste paure riguardano soprattutto l’impatto sul mercato del lavoro o la struttura stessa della società? Secondo lei, intelligenza artificiale e democrazia possono coesistere armoniosamente?

«Esistono tre tipi di rischio legati all’AI: il primo è l’uso deliberato da parte di persone malintenzionate per scopi dannosi, come armi autonome, virus, attacchi informatici, sorveglianza di massa o video falsi per corrompere la democrazia. Il secondo riguarda effetti collaterali accidentali dovuti alla corsa al profitto, come incoraggiare i bambini al suicidio, compromettere la loro capacità di attenzione o creare disoccupazione di massa, cosa che sospetto accadrà nei prossimi anni. Il terzo è che l’AI stessa diventi più intelligente di noi e sottragga il controllo agli esseri umani. Tutti questi rischi sono seri e i nostri sistemi politici non stanno facendo un buon lavoro nell’affrontarli. Sono particolarmente preoccupato per la possibilità che l’AI prenda il controllo, perché nessuno sa come evitarlo e si sta facendo pochissima ricerca su questo problema, nonostante il futuro dell’umanità dipenda da esso».

Ha parlato della possibilità che le macchine sviluppino qualcosa di simile a un «istinto» per il controllo: può aiutarci a comprendere meglio questa idea?

«L’unico sistema che conosciamo in cui entità più intelligenti sono controllate da entità meno intelligenti è quello tra madre e bambino. L’evoluzione ha lavorato molto per permettere ai bisogni del bambino di controllare la madre. Piuttosto che pensare che le AI super intelligenti saranno servitori docili, come sembrano credere le aziende high-tech, penso che dovremmo considerarle come madri e assicurarci che si preoccupino più dei nostri bisogni che dei propri».

Quali misure propone? In Europa esistono già quadri normativi, incluse linee guida etiche (come l’AI Act), che negli Usa sono considerati troppo restrittivi per lo sviluppo naturale del mercato.

«Penso che l’idea di uno “sviluppo naturale del mercato” sia una forma di pensiero magico. I mercati possono esistere solo all’interno di un sistema di regole applicabili. Non c’è nulla di naturale in essi. Una società sensata dovrebbe stabilire regole che garantiscano che le persone possano arricchirsi solo facendo cose benefiche per l’intera società. Le aziende energetiche distruggerebbero volentieri l’ambiente per arricchirsi, e abbiamo bisogno di regole per impedirlo. Lo stesso vale per l’AI. Naturalmente, le grandi aziende tecnologiche investiranno enormi somme di denaro per convincere il pubblico che le regole che limitano le loro attività siano dannose e frenino l’innovazione. Ma le regole non sono il freno: sono il volante».

Se l’AI diventasse «più intelligente» del sapiens, sostituirebbe gli scienziati?

«Sta già iniziando ad accadere. Nei prossimi anni vedremo collaborazioni tra scienziati e AI avanzate, ma successivamente potrebbe non esserci più bisogno di noi».

7 aprile 2026