di
Simona De Ciero
A Torino la dottoressa Valentina Palazzo racconta come parole, metafore e fiducia trasformano un intervento di asportazione di un tumore al colon in un’esperienza senza paura. «Ma non c’è nulla di fantascientifico»
Come si porta un paziente in sala operatoria senza anestesia generale — e senza panico — mentre i chirurghi lavorano su un organo vitale? La risposta passa da parole, immagini e fiducia. A raccontarlo è la dottoressa Valentina Palazzo, chirurga in formazione e ipnologa clinica, protagonista del recente intervento di resezione del colon, su un paziente sveglio grazie ed eseguito grazie a una tecnica combinata di anestesia loco-regionale e ipnosi clinica.
Dottoressa: come funziona l’ipnosi in sala operatoria? Cosa dice al paziente?
«In realtà è corretto parlare di trance ipnotica. Io utilizzo tecniche verbali e dirette: parlo al paziente. Uno degli elementi fondamentali sono le metafore, che costruisco in base al singolo intervento e alla storia della persona».
In questo caso specifico?
«Il paziente era un contadino pugliese e mi aveva parlato dei suoi campi e del sistema di irrigazione. Ho creato una metafora tra il colon e un sistema di tubi. In sala eravamo una squadra di idraulici e il direttore erano le mani del più esperto».
Cosa succede mentre i chirurghi operano davvero?
«Mentre il professor Morino manipolava e sezionava il colon, io parlavo al paziente creando un parallelismo: se senti tirare è perché stiamo sostituendo un pezzo di tubo».
Come si gestisce il dolore e l’immobilità?
«Utilizzo anche una frase ripetuta, quasi un mantra: senti come la tua pancia resta fredda e ferma come terra profonda che non scotta mai. Fredda per l’insensibilità, ferma per permettere l’intervento».
Il paziente resta sempre cosciente?
«Sì, è sveglio. Per questo è fondamentale prepararlo prima: faccio sempre una prova di ipnotizzabilità, così capisce cosa significa. Non si perde coscienza, è uno stato fisiologico ma particolare».
C’è anche una componente emotiva durante l’intervento. Come la gestisce?
«Chiedo sempre un luogo o un momento bello della vita. In questo caso erano le campagne pugliesi. Abbiamo passato l’intervento a seminare, raccogliere pomodori, fare la conserva e abbiamo concluso con un pranzo a casa loro».
Come si costruisce la fiducia necessaria?
«Vedo sempre i pazienti prima, a volte più di una volta. L’obiettivo è creare una relazione empatica e far provare l’ipnosi. Così si evita il panico il giorno dell’intervento».
E se qualcosa va storto? Se il paziente va in panico?
«In medicina nulla è garantito. Per questo c’è sempre l’anestesista, si fa anestesia locale e sedazione endovenosa. Se necessario, si può procedere con l’intubazione. Non è un intervento senza anestesia, ma senza anestesia generale».
L’ipnosi ha effetti anche sul corpo?
«Si possono modulare alcune funzioni neurovegetative: frequenza respiratoria, cardiaca, pressione. Non è magia, ma in molti casi funziona».
Perché ha scelto questo percorso?
«Sono una specializzante in chirurgia generale e ci tengo a dirlo. La formazione in ipnosi si è aggiunta dopo. Mi sono resa conto che poteva essere uno strumento utile per il paziente, anche dal punto di vista psicologico».
Che benefici avete osservato?
«I pazienti non vivono più l’intervento come un trauma, ma come un’esperienza positiva. Inoltre, si riducono i farmaci e si può favorire una ripresa più rapida».
L’ipnosi può cambiare davvero la chirurgia?
«Può fare la differenza soprattutto nei pazienti fragili, per cui l’anestesia generale rappresenta il rischio maggiore. L’idea è proprio offrire un’alternativa a chi altrimenti avrebbe poche possibilità».
Come si induce concretamente l’ipnosi?
«C’è una fase iniziale di induzione, in cui il paziente si concentra su se stesso, spesso sul respiro. Poi si passa alla parte centrale, con metafore e visualizzazioni. L’ambiente della sala operatoria passa sullo sfondo».
Quanto è durato l’intervento?
«Circa sessanta minuti. Rapidissimo, grazie anche alla perizia chirurgica».
Qual è il messaggio da evitare quando si racconta questo tipo di intervento?
«Che sia qualcosa di “fantascientifico”. Non è chirurgia senza anestesia, ma senza anestesia generale. E soprattutto è un lavoro di squadra: chirurgo, anestesista e ipnosi insieme».
Vai a tutte le notizie di Torino
Iscriviti alla newsletter di Corriere Torino
7 aprile 2026 ( modifica il 7 aprile 2026 | 11:50)
© RIPRODUZIONE RISERVATA