Nel film “A cena con il dittatore” il cibo s’impone da protagonista, non un semplice elemento scenografico, ma il vero motore della narrazione: il menu scandisce i tempi della storia e riesce a imporsi come forza che attraversa e muove il racconto, scardinando le logiche del potere politico.

Logica tradizionale di potere vorrebbe che il predominio spetti alla dittatura, così Franco impone l’organizzazione di una cena fuori da ogni logica, in un momento storico segnato da guerra, fame e privazioni. La cena stessa è un atto di potere.

I migliori chef della città? Purtroppo non sono disponibili al momento, tutti incarcerati perché rossi, dunque oppositori del regime. Ma proprio a un passo dalla fucilazione vengono liberati, solo per un giorno, solo per cucinare.

Il luogo scelto è l’ex lussuoso Hotel Palace di Madrid, ormai trasformato in ospedale. In una messa in scena grottesca la sala operatoria viene smantellata per fare spazio ai tavoli, le pulizie tentano di coprire i cattivi odori. E mentre fuori domina la scarsità, per il banchetto compare un camion pieno di ingredienti, prelibatezze fuori stagione, persino le introvabili vongole.

È qui, però, che la satira agisce da leva narrativa decisiva, scardinando il potere e mostrandone il lato contraddittorio, perfino ridicolo. In questo scarto, il cibo segue mostrando un’altra faccia, da strumento di dominio diventa spazio di libertà.

La scarcerazione dei cuochi, pensata come un atto funzionale al regime, si trasforma in una sospensione della violenza.

La cena, da celebrazione del potere, diventa occasione di fuga. È al temine del banchetto, al momento del dolce, che i prigionieri riescono a scappare. Simbolica è l’immagine del tenente che capitola, faccia nella gigantesca torta, lasciando così libero il passaggio.

Una bottiglia di vino rosso, condivisa lontano dagli sguardi ufficiali, diventa lo spazio di un’intimità proibita: il maître trova il coraggio di dichiararsi al generale, proponendogli un’altra forma di libertà, la possibilità di essere sé stessi oltre il ruolo imposto.

Persino Franco, che si proclama astemio, finisce per bere, rendendo il piacere del vino più forte di regole autoimposte.

Nella prospettiva in cui il cibo diventa veicolo di libertà, il film sembra dialogare con “Chocolat”, la celebre pellicola con Juliette Binoche e Jonny Depp. Anche qui nel pieno della scarsità, l’ostentazione di ingredienti rari e preziosi finisce per smascherare l’ingiustizia del sistema, come nella celebre scena in cui il sindaco si abbuffa disperatamente di cioccolatini in periodo di Quaresima.

Il nutrimento o la bevanda, in entrambe le narrazioni, è lo spazio del “diverso”, che sia l’omosessuale, il nomade, o semplicemente chi non si conforma, è un territorio in cui è possibile esistere al di fuori delle categorie imposte per trovare una forma di autenticità.

“A cena con il dittatore” è così una commedia satirica in equilibrio costante tra ironia e intensità. In questo equilibrio, il cibo gioca un ruolo decisivo, riesce a tenere insieme gli opposti e restituisce alla tavola la sua natura più profonda, quella di spazio politico, prima ancora che conviviale.