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A pochi giorni dal voto decisivo del 12 aprile 2026, l’Ungheria si prepara a quello che potrebbe essere il più grande terremoto politico degli ultimi vent’anni. Secondo le ultime rilevazioni dell’istituto Iranytu, pubblicate dal quotidiano Nepszava, il trend è ormai consolidato: Peter Magyar, leader del partito di opposizione Tisza, è saldamente in vantaggio sul Primo Ministro uscente Viktor Orbán. I dati raccolti tra il 31 marzo e il 4 aprile mostrano un distacco netto, con Tisza che raggiunge il 51% delle preferenze tra gli elettori decisi, lasciando il partito di governo di estrema destra Fidesz fermo al 40%.


APPROFONDIMENTI

La soglia dei due terzi: il ritorno allo Stato di diritto

Il dato più clamoroso arriva però dall’analisi di Median, considerato l’istituto demoscopico più affidabile del Paese. Basandosi su un campione di 5.000 persone, Median proietta per Magyar una vittoria schiacciante che potrebbe sfociare in una maggioranza dei due terzi. Secondo queste stime, il partito di centro-destra Tisza, altrimenti noto come “Partito del Rispetto e della Libertà“, potrebbe conquistare tra i 138 e i 142 seggi su 199, superando ampiamente la soglia di maggioranza qualificata prevista a 133 seggi.

Se confermato dalle urne domenica prossima, questo risultato permetterebbe a Magyar di smantellare il sistema di potere costruito da Orbán in quindici anni, di attuare le riforme cruciali sullo Stato di diritto e di sbloccare definitivamente i miliardi di euro di fondi UE congelati da Bruxelles a causa delle derive autoritarie del governo precedente.

La caduta di Fidesz e l’ombra degli indecisi

Per Viktor Orbán si profila una sconfitta storica. Le proiezioni assegnano a Fidesz una forchetta tra i 49 e i 55 seggi, un crollo verticale rispetto alle precedenti legislature. Resta tuttavia un’incognita: la quota di indecisi, che si attesta intorno al 18%, e il peso del partito di estrema destra Mi Hazank, stimato tra i 5 e i 6 seggi.

Nonostante l’opposizione celebri i dati di Median, che nel 2022 previde correttamente la vittoria di Orbán, dimostrando grande accuratezza, il governo non si arrende. Fidesz continua a diffondere sondaggi interni che vedono il partito ancora in corsa per la vittoria, ma queste rilevazioni vengono duramente contestate da Tisza, che le accusa di essere prodotte da istituti direttamente legati al circolo di potere del Premier. Domenica l’Ungheria sceglierà se restare nel solco dell’illiberalismo o tentare la strada della riforma radicale proposta da Magyar.

L’Ungheria della “democrazia Illiberale”

L’era di Viktor Orbán in Ungheria rappresenta uno dei casi di studio più significativi della politica europea contemporanea, segnando il passaggio di una democrazia liberale verso quello che lo stesso Premier ha definito un modello di “democrazia illiberale“. Il suo dominio politico si articola in due fasi distinte, per un totale di oltre diciotto anni al potere, che hanno trasformato radicalmente il volto istituzionale, economico e sociale del Paese.

Orbán sale al potere per la prima volta nel 1998, a soli 35 anni, alla guida di una coalizione di centro-destra. In questa prima fase, il suo governo si distingue per politiche economiche prudenti e una forte spinta verso l’integrazione transatlantica, culminata con l’ingresso dell’Ungheria nella NATO nel 1999. Tuttavia, la sconfitta elettorale del 2002 contro i socialisti segna un momento di rottura psicologica profonda: Orbán trascorrerà otto anni all’opposizione, durante i quali riorganizzerà il suo partito, Fidesz, trasformandolo in una forza nazionalista e conservatrice di massa, pronta a capitalizzare il malcontento popolare.

La “Rivoluzione delle urne” del 2010 e i pieni poteri

La vera svolta avviene nel 2010. Sfruttando la crisi economica globale e lo scandalo che travolge il governo socialista, Fidesz ottiene una schiacciante maggioranza dei due terzi in Parlamento. Questo vantaggio numerico permette a Orbán di riscrivere la Costituzione nel 2011, introducendo la cosiddetta Legge Fondamentale. Da questo momento, il sistema di potere di Orbán si focalizza sul controllo dei “check and balances“: vengono riformati il sistema elettorale, la Corte Costituzionale e l’autorità per i media, centralizzando il potere nelle mani dell’esecutivo.

La Dottrina dell’Illiberalismo

La dottrina dell’illiberalismo, spesso definita “democrazia illiberale“, rappresenta una delle sfide politiche più significative del XXI secolo. Teorizzata e resa celebre proprio da Viktor Orbán durante un discorso a Băile Tușnad nel 2014, questa visione propone un modello di Stato che mantiene la struttura formale della democrazia, quindi elezioni, parlamento e partiti, ma ne rifiuta i valori filosofici liberali, come il pluralismo, la tutela delle minoranze e l’indipendenza assoluta dei poteri.

Per comprendere questa dottrina, occorre scindere i due termini che solitamente in Occidente consideriamo inseparabili. La “democrazia” riguarda il metodo di scelta del governo, ovvero la sovranità popolare tramite il voto, mentre il “liberalismo” riguarda i limiti posti a quel governo per proteggere le libertà individuali. L’illiberalismo sostiene che la volontà della maggioranza, una volta espressa nelle urne, non debba incontrare ostacoli o pesi e contrappesi che ne impediscano l’azione in nome di diritti universali o astratti.

Orbán teorizza apertamente il superamento dei valori liberali occidentali, guardando a modelli come Russia, Cina e Turchia. Il suo governo si è caratterizzato per due pilastri fondamentali: sovranismo e identità, ovvero una retorica aggressiva contro Bruxelles, le istituzioni finanziarie internazionali e le politiche migratorie dell’Unione Europea, culminata nella costruzione del muro al confine con la Serbia nel 2015 e una forma di capitalismo clientelare con la creazione di una nuova classe di oligarchi ungheresi, spesso legati alla cerchia ristretta del Premier, che hanno beneficiato massicciamente di appalti pubblici e fondi europei. Il tema centrale, ad ogni modo, è l’assenza assoluta di limiti.

Orbán ha anche avviato una sua personale crociata contro quella che spesso è stata definita “dittatura woke“, associata all’area più estrema delle dottrine progressiste.

Lo scontro con l’Europa e la sfida di Magyar

Gli ultimi anni del governo Orbán sono stati segnati da un braccio di ferro costante con la Commissione Europea sulla questione dello Stato di Diritto, che ha portato al congelamento di miliardi di euro destinati a Budapest. La sua longevità politica, basata su un controllo ferreo del panorama mediatico e un sistema elettorale favorevole, sembrava incrollabile fino alla comparsa di Péter Magyar. Oggi, 8 aprile 2026, l’Ungheria si trova per la prima volta dopo sedici anni di ininterrotto potere orbaniano di fronte alla reale possibilità di un’alternanza, con i sondaggi che indicano una stanchezza dell’elettorato verso un modello di governo che molti percepiscono ormai come troppo isolato e centralizzato.


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