
Benjamin Voisin (Parigi, 1995) è Meursault in Lo straniero di François Ozon: da non perdere al cinema
L’ANNO SCORSO era l’eccentrico genio della cucina francese Antonin Carême nella serie tv. Prima era stato il figlio più difficile di Vincent Lindon in Noi e loro e l’irresistibile David di Estate ’85 di François Ozon. Che oggi dirige di nuovo Benjamin Voisin in Lo straniero.
Lo straniero: da Camus a Ozon, passando per Visconti
Nel 1967 fu Luchino Visconti (con Marcello Mastroianni protagonista) ad adattare Lo straniero di Albert Camus, il terzo romanzo francese più venduto al mondo dopo Il Piccolo Principe e Ventimila leghe sotto i mari. E che oggi torna a parlare al pubblico moderno come forse non ha fatto mai.

Benjamin Voisin e Rebecca Marder
Chi è Lo straniero: trama, personaggi e cast del film francese
Algeri, 1938. L’apatica e ripetitiva quotidianità del trentenne Meursault (Benjamin Voisin) è interrotta dalla notizia della morte della madre (Mireille Perrier), in una casa di riposo. E dove il giovane si reca per un ultimo saluto particolarmente freddo. Meursault, nello sconcerto dei presenti sembra non provare emozioni. Ma è il suo modo di affrontare una vita al limite del nichilismo, che non merita ansie e preoccupazioni.
Anche l’inizio della relazione con la bella dattilografa Marie (Rebecca Marder) non sembra travolgerlo, seppur sia intensa e molto fisica. Lo stesso vale per i rapporti con Salamano (Denis Lavant), vicino anziano e scontroso che maltratta il proprio cane. Sembra scuoterlo solo il violento e razzista Raymond Sintès (Pierre Lottin, vincitore del César come Migliore attore non protagonista). È un altro vicino che spesso lui e Marie sentono urlare contro la donna araba con la quale abita, Djemila (Hajar Bouzaouit). Raymond coinvolge Meursault in una trappola per punirla, finendo per scontrarsi contro il fratello della donna e e i suoi amici. La rissa ha conseguenze violente. Meursault viene portato in tribunale: tutti sembrano più indignati della sua indifferenza per la morte della madre che per quella dell’arabo, di cui è accusato…

Denis Lavant
Recensione di Lo straniero: Ozon riesce ad arricchire un capolavoro (e superare Visconti)
La perfezione del bianco e nero rimanda all’essenzialità dello stile di Albert Camus (1913 – 1960), una scelta oculata che esalta le scelte di François Ozon. Sceneggiatore, regista e produttore, il francese riesce ad arricchire il classico letterario del 1942 senza cedere alla nostalgia o farsi condizionare dalla fedeltà storica. I fondamentali riferimenti alla società colonialista dell’epoca e alla discriminazione dominante diventano quelli di oggi. E la chiave è l’attenzione prestata alle donne, in particolare lo sguardo dedicato alla sorella dell’arabo. Un omaggio anche cantato, con Killing an Arab dei Cure che, ispirata al libro, chiude il film. Un personaggio a cui Ozon restituusce dignità. E dà un nome.

Pierre Lottin
Delon, Mastroianni, Voisin
Benjamin Voisin non fa assolutamente rimpiangere Mastroianni o Alain Delon, prima scelta di Visconti per il film precedente. Una interpretazione in levare, costruita per sottrazione, di un personaggio onnipresente. E sconcertante, di una bellezza oggettiva che a tratti stona con il suo aggirarsi come un fantasma in una realtà priva di senso. Ozon non lo scusa. Non lo psicoanalizza. Lo guarda, semplicemente e con una lentezza stilistica che corrisponde all’estraneità con cui lui, Meursault, guarda il mondo. Fino al confronto finale col prete, nel quale la distanza formale finalmente si rompe e l’indifferenza di Meursault trova parola.

Benjamin Voisin
5 domande a Benjamin Voisin, Lo straniero di Ozon
Come tutti i francesi, ha studiato a scuola Meursault, ma che effetto le ha fatto interpretarlo? Lo ha visto secondo un’ottica nuova?
Rispetto al leggere il romanzo, interpretare Meursault significa qualcos’altro. Nel momento in cui ti cali nei suoi panni, la lingua che utilizzano tutti gli altri diventa assolutamente insensata e incomprensibile, dal suo punto di vista. Quando Marie gli chiede «mi ami?», per lui la cosa non ha alcun significato… Naturalmente Camus si è divertito a spingere agli estremi questa riflessione, mettendo il suo protagonista in una condizione estrema e sottoponendolo a un processo. Ma ciò che è interessante, la riflessione che sta alla base del libro, è perché le nostre società mostrino la volontà di controllare le emozioni e i sentimenti molto più delle azioni. Dobbiamo essere liberi di pensare quello che vogliamo, senza dover rendere conto agli altri.
È stato difficile contenere tanto le sue, di emozioni?
Ci è voluto tempo, ma François Ozon me ne ha concesso tantissimo. Gli esseri umani sono fatti di emozioni diverse: dovevo trovare quella che meglio si adattava al personaggio e immergermi in essa. Ho trovato quella malinconia nei filosofi tedeschi e nelle loro riflessioni sul significato dell’esistenza. Su tutti Nietzsche e Schopenhauer, secondo il quale l’essere umano vive in uno stato vegetativo che alterna noia a tristezza. E nel mezzo c’è ciò che la gente chiama felicità. Io ho cercato di incarnare quel momento di transizione tra queste due emozioni negative.

Ci sono scene in cui lei è anche il narratore: una specie di interpretazione in differita…
Non ero così consapevole. Abbiamo registrato le voci fuori campo dopo aver girato le scene in cui erano previste, sulla spiaggia e in prigione, entrambe nella stessa giornata. Ovviamente al termine della giornata, in modo che l’emozione della scena rimanesse un po’ nella voce. Ma forse mi ha dato più piacere leggere Camus che pronunciare le poche parole che dice Meursault. Perché mi ha permesso di verbalizzare quello che il personaggio non esprimeva.
La scena in cui fa l’amore con Rebecca Marder… Non capita spesso che gli attori siano completamente nudi come voi, eppure per quanto l’immagine sia molto carnale si percepisce distacco. Che indicazioni avete avuto? Da Ozon o dal coordinatore?
Il coordinatore c’era, ed è un bene: così tutti parlano la stessa lingua ed è più facile creare una sorta di coreografia durante le riprese. Ma François ci ha detto che voleva che anche le scene d’amore fossero in linea con la prospettiva di Meursault. Voleva dare loro sensualità, ma nche mostrare cosa provasse Marie, come viveva la sessualità con quest’uomo. Per questo ha scelto una sorta di chiaroscuro molto scuro e ha voluto che i corpi fossero praticamente incollati. Non si riesce a distinguere l’uno o l’altra.

Novità, curiosità e approfondimenti.
Per essere sempre aggiornato
attraverso il punto di vista di chi
la
moda la vive dall’interno.

In Francia si è parlato molto del confronto con Alain Delon, del fatto che lei sia troppo bello per essere credibile: che ne pensa?
Posso capirlo per Delon, ma per me?!? A François e me non interessava far emergere la bellezza quanto una certa sensualità. Per il resto, adattando il romanzo, abbiamo voluto introdurre elementi nuovi. Non opposti, ma complementari, che offrissero una prospettiva diversa. Come la fisicità del mio personaggio. Per questo François inquadra tanto la mia nuca, le mie mani, le mie spalle. Il mio corpo… Per cercare di capire meglio il suo spirito.