di
Paolo Condò

Il ds della Fiorentina guarda anche alla situazione Nazionale. «Mancare tre Mondiali è tremendo. Avevo chiuso col MIlan, poi mi dissero di no. Marotta? Mi ha insegnato anche a vestirmi»

Un sole toscano da cartolina illumina la distesa verde del Viola Park, accentuando il sollievo che si respira nei corridoi della sede dopo la vittoria di Verona. Mentre si chiudono i bauli per la trasferta di Conference, Fabio Paratici toglie gli auricolari del cellulare e sorride: «Ho detto ai giocatori che in campionato, per come si sono messe le cose quest’anno, è necessario soffrire. Lo spazio per godere è l’Europa. Attenzione, si può vincere in entrambe le situazioni. Ma è chiaro che il viaggio a Londra dal Crystal Palace restituisce ai ragazzi la dimensione del loro valore».

Non basta il Viola Park? Sinceramente, siamo ai livelli di Valdebebas, il centro sportivo del Real Madrid.
«È vero. E in un certo senso è stato un problema supplementare perché a lavorare qui ti senti davvero al Real, salvo bruschi risvegli alla domenica. Alla Fiorentina non esistono ritiri punitivi: quale punizione sarà mai passare qualche giorno qui dentro? Ma ne stiamo uscendo».



















































Un simile centro sportivo ha avuto parte nella sua decisione di accettare l’offerta viola?
«Sì. Ho firmato un contratto lungo perché voglio vedere dieci ragazzi cresciuti qui dentro arrivare in prima squadra, e altri diventare comunque professionisti. Quando Ferrari e Goretti (i dirigenti che hanno gestito l’emergenza, ndr) sono venuti a Londra era metà dicembre e la Fiorentina aveva 6 punti: ho subito detto che la classifica non mi preoccupava. Non nel senso che non fosse brutta, ma per la profondità del lavoro di cui parlavamo, e che la famiglia Commisso vuole sostenere con l’amore e la disponibilità che sono l’eredità di Rocco, un anno perso sarebbe stato rimediabile. E comunque non lo perderemo».

Dunque la famiglia Commisso non ha intenzione di vendere?
«No… certo che no». Paratici si gira verso Alessandro Ferrari come a chiedere conferma, e il direttore generale è lapidario. «Non c’è assolutamente nulla in tal senso, anzi. La scomparsa del presidente ha ulteriormente rafforzato il legame affettivo tra la famiglia, e parlo del figlio Joseph ma anche della signora Catherine, e il club».

Senta Paratici, c’è un elefante nella stanza ed è la squalifica sportiva di 30 mesi per il caso plusvalenze, terminata lo scorso luglio. Nel processo penale sia lei che gli altri vertici della Juve dell’epoca avete patteggiato. Come descrive oggi quella vicenda?
«Non mi sento colpevole di nulla, se è questo che vuole sapere. Premesso ciò, è stata un’esperienza molto pesante perché l’indagine penale è durata cinque anni e mezzo, e per sostenerla è stato necessario essere forti. Sono stato condannato per una strategia tecnico-finanziaria che ha riguardato molti nazionali, le cito Rovella, Orsolini, Spinazzola. È stato applicato un principio contabile mai visto prima e che sto aspettando di rivedere: negli atti si parla di questo e non di plusvalenze gonfiate, come invece si racconta in giro. Nel processo sportivo non ti difendi, c’è poco da fare. Quello penale ho voluto chiuderlo per ricominciare a vivere».

È vero che prima del 20 luglio, quando è finita la squalifica, era in trattativa col Milan?
«Non in trattativa. Avevamo chiuso. Due volte nel giro di quindici giorni, mancava solo la firma. Poi mi hanno detto che non se ne faceva più niente».

La vox populi ci ha visto lo zampino di Marotta.
«Non so, non credo, lui ha smentito. E di certo non l’ho chiamato, cosa potevo dirgli? Sei stato tu? E lui cosa poteva rispondermi? “Ma no, figurati…” Acqua passata, la mia storia è Firenze».

Ma i vostri rapporti come sono?
«Io non ho problemi, anzi, ho imparato talmente tanto da lui…Vuole un esempio? A vestirmi. Mi prese alla Sampdoria come capo degli osservatori il giorno dopo che avevo smesso di giocare, e io continuavo ad andare in giro come un calciatore, felpa, sneakers e via così. Finché Beppe mi disse che in ufficio si va in giacca e cravatta, e a trattare i giocatori pure».

Come ha fatto la vostra Juve a vincere 9 scudetti di fila?
«Eravamo vent’anni avanti tutti gli altri. Un presidente visionario, un direttore sapiente, il talento che mi riconosco nel “vedere” i calciatori, gli allenatori più preparati, i giocatori più seri. E le difficoltà delle milanesi nel gestire il declino delle grandi famiglie proprietarie, questo va detto».

Come giudica oggi il passaggio di Cristiano Ronaldo?
«Prezioso per la Juve, importante per tutti come fu poi Mourinho alla Roma, un campionato ha bisogno di grandi personaggi. Noi tutti volevamo la Champions e il primo anno avremmo potuto vincerla, l’eliminazione dall’Ajax mi resta ancora qui. Il problema fu che segnando un gol a partita, Cristiano rese troppo facile la vita ai compagni, che peraltro avevano già vinto tanto. Per questo cambiammo allenatore, per provare una shakerata».

Allegri soffriva Ronaldo?
«No, Allegri è il più intelligente di tutti, la sua capacità di relazione con i giocatori fa la differenza. Qualche difficoltà la ebbe all’inizio Sarri, più integralista tatticamente, ma poi si adattò. E vinse lo scudetto anche lui, molti se lo sono scordato».

Cosa ha imparato al Tottenham?
«Tutto il resto. La Premier League vale la Nba, le dico solo che per il mio vice il capo delle risorse umane ha valutato 50 curriculum. Lì è tutto perfetto, e di livello superiore: corrono di più ma soprattutto corre più forte il pallone, devono imparare a passarselo meglio per questo, e i campi d’allenamento sono sempre rasati e bagnati. La tecnica così viene da sé».

Istituirà qualcosa del genere al Viola Park?
«Certamente. Innanzitutto, tanta formazione per i 110 dipendenti del centro sportivo. È fondamentale perché io studio ogni giorno della mia vita, mentre in Italia è tutto empirico. Parlo di numeri, non di algoritmi che è un modo per mandare in vacca il discorso: sono i numeri a darmi i nomi dei tre giocatori migliori per il ruolo che cerco, poi la scelta è mia e va anche a sensazione, l’intuito è fondamentale. Invece qui da noi passa tutto come un’opinione, e in quanto tale legittima. Invece io dico che mancare tre Mondiali non è un’opinione, è un fatto. Tremendo».

Dipendesse da lei, quali sono le prime riforme che varerebbe?
«La federazione dovrebbe emanare le linee guida per i vivai come il ministero dell’Istruzione fa per le scuole. Uguali per tutti, dovrebbe controllare la loro applicazione con ispettori. A 5 anni si impara il controllo, a 6 il passaggio facendo correre veloce la palla, a 7 si comincia con l’uno contro uno. Niente classifiche almeno fino a 12 anni, parola d’ordine enjoy come in Inghilterra — divertiti — tattica di reparto a 13, tattica di squadra a 15. E se un allenatore ha la fortuna di avere quattro piccoli numeri 10 in una leva deve trovare il modo di metterli assieme, non schierarne uno e lasciare in panchina gli altri tre. Nel settore giovanile vanno costruiti i singoli per poi organizzarli in squadra, il contrario degli adulti dove si parte dalle squadre per esaltarne i singoli».

Riuscirete a trattenere Kean?
«Spero di sì, ha una clausola d’uscita importante ma in Europa ne conoscono il valore. E aggiungo il nome di Fagioli, un centrocampista da Barcellona che gioca in Italia».

La Fiorentina punterà sulla Under 23?
«Deve farlo, col Viola Park. E deve svilupparsi in ogni possibile direzione. Apprezzo molto il business che sta dietro al Como, questo sviluppo del brand del lago, in effetti un luogo bellissimo. Ma, ehm, vogliamo mettere con Firenze? Fi-ren-ze! Non scherziamo. Le potenzialità sono immense, sono qui per sfruttare le conoscenze che ho acquisito. E sì, secondo me in serie A possono fare la differenza».

Chi è

  • Fabio Paratici è nato il 13 luglio 1972 a Borgonovo Val Tidone, in provincia di Piacenza
  • Al termine della carriera da calciatore, intraprende quella dirigenziale all’interno della Sampdoria
  • Nell’estate 2010 segue Marotta alla Juventus, sempre con la qualifica di ds, dove resta fino al 2021
  • Dopo una parentesi al Tottenham, dallo scorso febbraio, ricopre il ruolo di direttore sportivo della Fiorentina

9 aprile 2026 ( modifica il 9 aprile 2026 | 07:28)