di
Sandro Orlando

Nel libro «I cecchini del weekend», lo scrittore descrive i ricchi occidentali (tanti italiani) che dalle colline di Sarajevo sparavano sui civili durante l’assedio della capitale bosniaca (dal 1992 al 1995): «E qualcuno ha incontrato anche milanesi in tuta da caccia»

«Il mio rammarico è non aver ancora incontrato nessuno di questi cecchini. Ma chissà che per la seconda edizione del libro, l’anno prossimo… Ci sono state nell’ultimo mese nuove acquisizioni, anche a volto scoperto, che rinforzano le testimonianze del Francese». Il Francese è la fonte più preziosa che Ezio Gavazzeni cita nel suo libro I cecchini del weekend, uscito da PaperFirst: un infiltrato anonimo che dichiara di aver accompagnato gruppi di ricchi occidentali, anche italiani, sulle colline bosniache, durante l’assedio di Sarajevo (1992-1995), a sparare impunemente ai civili. Un racconto che sarebbe un copione perfetto per una serie su Netflix. La trama: un’organizzazione criminale con base a Milano offre supporto logistico a questo turismo dell’orrore. Le tariffe: fino a cento milioni di vecchie lire per uccidere un bambino. Gavazzeni, giallista Mondadori con alle spalle una dozzina di thriller, maneggia il genere con destrezza. Il punto è che questa non è una variante di Squid Game. Tant’è che l’autore, assistito da Guido Salvini e Nicola Brigida, ha presentato da più di un anno un esposto alla magistratura, mettendo a disposizione gli elementi raccolti nella sua indagine perché vengano identificati questi ipotetici cecchini italiani.

AMMISE: “HO COMBATTUTO IN SERBIA”. PM LO CONVOCA



















































Nessuno dei testimoni che lei cita consente di identificare persone che abbiano partecipato a questi presunti viaggi. Cosa le fa pensare che la sua ricostruzione abbia un fondamento?
«Sono i riscontri che ho trovato nelle testimonianze di altre fonti. Una signora, che ha un albergo di famiglia al confine, mi ha parlato di questi signori che arrivavano ben vestiti, con fuoristrada e rolex, insomma molti soldi. Gruppi che sostavano ogni venerdì e sabato, prima di passare la frontiera slovena. E mi ha raccontato che non capiva perché parlassero sempre di cervi e arcieri, visto che da come erano vestiti sembravano dei cacciatori».

Spieghiamolo: cervi e arcieri sono le metafore usate dal Francese per indicare vittime e clienti di questi safari. Il Francese è un ex contractor che sostiene di aver partecipato a sei di questi viaggi. Lei ci arriva attraverso un informatore del Sismi che chiama l’Innominato. Si rende conto di quanto appare fragile tutta questa storia?
«Ho avuto un altro riscontro da una dottoressa conosciuta di recente, che all’epoca faceva la volontaria per un’associazione che si occupava di accoglienza profughi, e andava spesso a Sarajevo. Mi ha raccontato di aver visto gruppi simili, nello stesso posto. La incontrerò oggi a Torino, dopo la presentzione del mio libro al Polo culturale Lombroso 16».

La dottoressa si chiama Luisa Mondo. E ricorda di aver visto nel B&b di Opicina, dove si fermava ogni volta per i controlli di frontiera, persone che arrivavano su fuoristrada, vestite come per andare a caccia, con grandi borse sulle rastrelliere. E se fossero stati solo dei cacciatori?
«Un bresciano che trasportava aiuti umanitari a Mostar mi ha descritto scene simili, con cacciatori fermi ai checkpoint della dogana, ben vestiti e con armi costose».

Ma tutti gli uomini in Bosnia potevano averequesto aspetto. Gli adulti indossavano tutti mimetiche usate, non essendoci eserciti regolari con uniformi.
«Un’altra volontaria, Christiana, mi ha raccontato di aver incontrato a Sarajevo anche dei milanesi in tute da caccia».

E io le ripeto la domanda: e se si fosse trattato solo di caccia? Con queste associazioni lei tira in ballo anche il direttore di una nota azienda torinese con una presenza storica in Serbia…
«Nelle sue memorie parla della contiguità con il regime di Belgrado, del fatto che andasse a caccia in tutte le riserve di Tito, degli inviti a banchetti e feste con i generali dell’Esercito…».

E quindi?
«Edin Subaši, che è un ex ufficiale dell’intelligence bosniaca, e anche un testimone chiave nel documentario Sarajevo Safari di Miran Zupani, mi aveva riferito di un manager italiano, che era stato sentito in una taverna di Belgrado mentre discuteva, in stato di ebbrezza, il progetto di un safari in Bosnia per dare la caccia ai musulmani. I racconti convergono».

Dato che è morto, non può smentire. Si rende conto che tutto il suo libro si regge su un mosaico di coincidenze, suggestioni, testimonianze non verificabili?
«La magistratura sta facendo il suo lavoro e ci sono già tre indagati».

Ma sono volontari che per scelta sono andati a combattere nell’ex Jugoslavia, come ce ne sono in Ucraina. Non turisti del fine settimana!
«E se hai sparato a un bambino cosa cambia? La sindaca di Sarajevo, Benjamina Kari, verrà a Milano nelle prossime settimane per costituirsi come parte civile».

Non le proprio viene il dubbio che sia solo una leggenda metropolitana?
«Io so che non lo è. E lo so in senso pasoliniano».


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8 aprile 2026 ( modifica il 9 aprile 2026 | 11:59)