Export, le imprese resistono allo choc in Medio Oriente: cresce la fiducia, ma sale il rischio insolvenze
La guerra in Medio Oriente non ha fatto deragliare le aspettative di crescita dell’export globale, ma ha cambiato in profondità la gerarchia delle paure delle imprese. Dopo un 2025 dominato dalla guerra commerciale e dallo shock dei dazi, oggi il commercio internazionale entra in una nuova fase: meno panico sulla domanda, più attenzione ai rischi geopolitici, alle supply chain e soprattutto ai mancati pagamenti.
È il quadro che emerge dalla Global Survey 2026 di Allianz Trade, condotta su 6.000 aziende in 13 mercati, secondo cui il 75% degli esportatori continua ad aspettarsi una crescita positiva delle esportazioni nel 2026. Un dato che segnala una tenuta sorprendente della fiducia, soprattutto se confrontato con il crollo registrato nel 2025 dopo l’ondata tariffaria. Ma l’ottimismo, avverte il report, resta fragile: basta guardare al calo di fiducia registrato tra le imprese di Vietnam, Stati Uniti, Spagna e Cina, tutte in arretramento dopo l’escalation in Medio Oriente.
Il vero cambiamento riguarda però la percezione del rischio. Per il 65% delle aziende il primo pericolo oggi è geopolitico e politico, davanti perfino alla complessità delle catene di approvvigionamento, che nel 2025 era la principale preoccupazione. Subito dietro salgono i problemi legati all’offerta — fallimenti dei fornitori, carenza di input, interruzioni produttive — segno che il commercio globale resta esposto a una vulnerabilità strutturale.
A peggiorare è soprattutto il fronte finanziario. I tempi di pagamento si allungano e aumenta la pressione sulla liquidità delle imprese: la quota di aziende pagate entro 30 giorni è scesa dal 10% al 7%, mentre quelle costrette ad attendere oltre 70 giorni sono salite dal 15% al 24%. Non solo: il 40% delle imprese si aspetta un aumento del rischio di mancato pagamento, con esposizioni più marcate nei settori farmaceutico, costruzioni e IT-telecomunicazioni.
La risposta delle aziende è stata rapida e pragmatica. Le strategie più diffuse sono aumento delle scorte, diversificazione dei mercati e ricerca di nuovi fornitori, mentre oltre la metà delle imprese sta già ripensando anche la logistica: nuove rotte di spedizione, vettori alternativi, broker doganali e tempi di consegna più flessibili. Sul fronte delle opportunità, il report segnala un riassetto netto della geografia commerciale. Gli Stati Uniti perdono appeal come mercato di crescita, mentre Europa e Asia emergono come le due grandi aree su cui puntare. A trainare l’interesse sono anche i nuovi accordi di libero scambio, dall’asse India-Ue al Mercosur-Ue, anche se permangono ostacoli pesanti come licenze, certificazioni e altre barriere non tariffarie. In altre parole, la globalizzazione non si ferma. Ma diventa più costosa, più selettiva e molto meno ingenua.