di
Antonella Sparvoli
Il cambio di prospettiva potrebbe incidere su cura e prevenzione. In occasione della giornata mondiale (11 aprile) il punto sulla malattia
In occasione della Giornata mondiale (11 aprile) la malattia di Parkinson torna al centro dei riflettori non solo come patologia neurodegenerativa, ma anche come condizione sempre più complessa nella quale entrano in gioco numerosi fattori. Negli ultimi anni è stato infatti evidenziato un possibile legame tra Parkinson e disfunzioni metaboliche. Questo cambio di prospettiva potrebbe aprire scenari nuovi, sia sul fronte della prevenzione sia su quello delle terapie.
La possibile origine metabolica
La malattia di Parkinson è collegata alla degenerazione dei neuroni dopaminergici, cellule nervose che si trovano in un’area del cervello chiamata «sostanza nera» e che svolgono un ruolo molto importante nella regolazione dei movimenti, tramite un particolare neurotrasmettitore, la dopamina. Nella maggior parte dei casi le cause sono sconosciute, tuttavia si pensa che siano coinvolti fattori ambientali e genetici, ma non solo.
«Oggi il Parkinson viene osservato sotto una lente più ampia – osserva il professor Gianni Pezzoli, già direttore del Centro Parkinson dell’Asst Pini-CTO, presidente della Fondazione Pezzoli per la Malattia di Parkinson -. Non parliamo più soltanto di una malattia del cervello. Studi recenti evidenziano l’esistenza di meccanismi biologici comuni tra Parkinson e disfunzioni metaboliche: insulino-resistenza, infiammazione cronica, stress ossidativo. Alcuni dati suggeriscono che farmaci utilizzati nel diabete possano avere un effetto protettivo. In particolare, si è visto che pazienti trattati con metformina, un farmaco anti-diabetico, sviluppano il Parkinson anche 6-7 anni più tardi. Questo perché probabilmente il diabete e il Parkinson hanno un tronco comune nelle fasi iniziali. Si tratta di osservazioni promettenti: significherebbe poter spostare in avanti le fasi più complesse della malattia, con un impatto concreto sulla qualità di vita».
Nuove strade terapeutiche
Il possibile legame tra malattia di Parkinson e disfunzioni metaboliche potrebbe dunque aprire la strada a nuove strategie terapeutiche.
«Il punto chiave è individuare i soggetti a rischio prima della comparsa dei sintomi. Questo è proprio uno dei principali filoni di ricerca sostenuti della Fondazione Pezzoli. L’obiettivo è arrivare a identificare biomarcatori diagnostici e prognostici e sviluppare strategie terapeutiche integrate in grado di agire sui meccanismi metabolici alla base della malattia» segnala Pezzoli. In questo contesto si inserisce anche un altro fenomeno osservato negli ultimi anni, ovvero l’aumento dei casi e lo spostamento in avanti dell’età media di insorgenza. «Non è tanto la malattia ad aumentare – chiarisce Pezzoli – quanto il numero di persone nelle fasce d’età in cui si manifesta. Viviamo più a lungo e quindi aumentano sia i casi sia l’età media alla diagnosi. Ma non è solo una questione demografica. Accanto all’età, esistono fattori modificabili che possono anticipare o ritardare l’esordio. Le esposizioni ambientali, in particolare, emergono come determinanti di un’insorgenza più precoce, rafforzando il ruolo della prevenzione primaria. Ma anche i fattori metabolici sembrano avere un ruolo: migliorare la salute metabolica potrebbe contribuire a ritardare l’insorgenza della malattia».
Terapie presenti e future
Sul fronte delle cure, la terapia di riferimento resta la levodopa, a cui si possono associare altri farmaci, in particolare i dopaminoagonisti all’inizio e quindi gli inibitori della degradazione della levodopa. Inoltre sono stati fatti progressi nelle terapie infusionali, indicate quando la malattia è in fase avanzata e iniziano a comparire fluttuazioni motorie e movimenti involontari non controllate dalla terapia standard.
«Quando la terapia farmacologica non è più sufficiente, entrano in gioco altri approcci. In particolare la stimolazione cerebrale profonda (DBS) che oggi rappresenta una soluzione consolidata per pazienti selezionati nelle fasi avanzate – segnala Pezzoli -. Attraverso elettrodi impiantati in specifiche aree cerebrali, possiamo modulare i circuiti alterati e migliorare in modo significativo i sintomi».
Accanto a questa tecnica, si stanno affacciando altre tecnologie, come gli ultrasuoni focalizzati guidati da risonanza magnetica, ma attualmente le indicazioni sono ancora limitate.
«Il Parkinson è una malattia che mostra sempre più sfaccettature, in cui fattori neurologici, metabolici, ambientali e genetici si intrecciano. Comprendere meglio queste connessioni potrebbe cambiare in modo significativo l’approccio. L’auspicio è quello di riuscire in un prossimo futuro a identificare i soggetti in una fase antecedente la malattia e rallentare l’ingresso, agendo prima, e in modo più mirato, sui meccanismi che la determinano» conclude Pezzoli.
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8 aprile 2026
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