L’ex calciatore, oggi opinionista aveva detto: “Oggi ci sono ancora tanti Cagni”. E Gigi risponde: “Nel mio Empoli, che giocava meglio del Como oggi, lo tenevo fuori. Tra noi non c’è confronto, usa un microfono per offendere”


Gregorio Spigno

Giornalista

9 aprile – 14:32 – MILANO

Ormai il dibattito tra i salotti del pallone è sempre lo stesso: risultatismo o giochismo? Difensivismo o idee offensive? Uno non dovrebbe escludere l’altro a priori, eppure tra opinionisti e commentatori il mondo del calcio si spacca. Certo, fa parte dello show, del talk che se non diventa divisivo purtroppo finisce per attrarre meno, ma troppo spesso i toni vengono esasperati tra bordate e accuse. L’ultimo “dissing” (termine utilizzato più in ambito rap che deriva da disrespecting – mancanza di rispetto – che indica l’atto di insultare, criticare o denigrare apertamente qualcuno) è esploso tra Lele Adani e Gigi Cagni. Oggi opinionisti tv, ieri rispettivamente calciatore e allenatore. E tutto è partito da una frase pronunciata dall’ex Brescia, Inter e Fiorentina: “Oggi, mi dispiace dirvelo, ma ci sono ancora tanti Cagni. Tanti allenatori che la pensano come lui”. Apparentemente (ma pure superficialmente) un’accusa al calcio dell’ex tecnico considerato forse difensivista. “Ma io nemmeno avevo capito fosse rivolta a me, forse perché sono anziano – risponde Cagni -. Mi hanno inoltrato un vocale in cui Adani parla di ‘quelli come Cagni’ riferendosi alla mancata qualificazione al Mondiale della Nazionale. Praticamente ha dato la colpa a me: mi viene da ridere… Sembra che quando parla non sia presente nella realtà”.

Eppure è stato anche suo allenatore… 

“L’ho avuto un anno, non lo consideravo un titolare perché secondo me non meritava. Però avevamo un rapporto normale. Forse si è offeso perché quando ha iniziato a fare la seconda voce nelle telecronache ho detto che io spengo l’audio, ma non mi interessa. Quelli che parlano così in tv non fanno il bene del calcio, vogliono solo fare i protagonisti con il loro linguaggio”.

Lei allenò Adani ad Empoli. Risultato finale: qualificazione in Coppa Uefa. Non era abbastanza?

“Ma lui non giocava. Anche Igli Vannucchi mi ha scritto in questi giorni, ha rivendicato che giocavamo meglio del Como di oggi. Facevamo un grande calcio. Adesso Lele ha in mano questo microfono, ma mi stupisce che un uomo scelto dalla Rai possa permettersi di offendere un allenatore. Mestiere che tra l’altro ha pure provato a fare, ma solo provato, da vice di Baldini. Forse non si sentiva all’altezza”.

Empoli coach Luigi Cagni gestures during the italian first division soccer match between Empoli and Torino at the Castellani stadium in Empoli, Italy, Sunday, Nov. 25, 2007. (AP Photo/Fabrizio Giovannozzi)

Da dove nasce questo attacco, secondo lei?

“Non ne ho idea, ma per me è sempre la storia che parla. Si è buttato da solo la zappa sui piedi. Io sono vecchio ma credo che sui social l’abbiano un po’ massacrato. Ho 75 anni e qualcuno mi chiama ancora per conoscere la mia opinione, questi non so quanto dureranno. Personalmente, credo poco. Perché ci vogliono delle basi solide. Finché starà in Rai resisterà, ma poi sparirà perché non ha niente da dire”. 

“Io posso essere non capace in tante cose, ma non posso sentire che non capisco di calcio. Perché allora mi incazzo. Tra me e Adani non c’è confronto. Sicuramente parlo meno bene, meno forbito, ma sono chiaro ed esperto”.

Passiamo oltre: come si spiega il tracollo della Nazionale?

“Dico una cosa: nel 1982 Bearzot non convocava per il Mondiale Pruzzo, capocannoniere della Serie A. Doveva decidere tra 90 giocatori. Oggi la scelta si limita a 30-35, quasi non si può sbagliare. E infatti Gattuso non ha colpe. Ma l’eliminazione è una fortuna”.

“Bisogna svegliarsi, e in questo senso serve prendere cazzotti forti. Le potenzialità ci sono ma c’è bisogno che torni il merito. La meritocrazia che non esiste più. Servono decisioni forti, importanti, persone perbene e capaci. Non nominate solo perché legate ad altre. Il popolo italiano è tra i più intelligenti ed adattabili al mondo, ma non è accettabile che quasi 100.000 cervelli fuggano ogni anno per lavorare all’estero dove vengono valorizzati. Bisogna ripartire da questi, dall’onestà intellettuale, dal rispetto, dalla personalità”.

Quella che è mancata contro la Bosnia?

“Esatto. I giovani calciatori di oggi non hanno personalità. Faccio un esempio: in settimana sono andato a parlare in una scuola di Piacenza. Facevo domande ma nessuno rispondeva. Per timidezza, per mancanza di personalità. Ed è colpa dei genitori”.

E chi potrebbe risollevare l’Italia?

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“Ranieri. Io sceglierei lui. E personalmente non tornerei ad allenare: c’è troppa tecnologia, staff di 7-8 persone quando ne bastano 3, non c’è mica bisogno di tutto quell’ambaradan. Il calcio deve essere semplice. Io già nel 1991 sfruttavo la match analysis tramite un computer gigantesco, ma dopo 6 mesi decisi di buttarlo e tornare a scrivere a mano su un quaderno”.