Il «pantano iraniano» coinvolge anche i due delfini di Donald Trump, quelli che lui ha designato come i suoi successori: il vicepresidente J D Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Tutti e due sono implicati direttamente in questa vicenda, che al momento si merita l’appellativo di «tregua fallita», e provoca tensioni nel mondo intero ma anche nella destra MAGA (Make America Great Again). Uno si ritrova, per così dire, inviato speciale a Islamabad. L’altro deve distribuire punizioni agli alleati della Nato.

Il ruolo più scomodo e più pericoloso è toccato a J D Vance. Forse come una sorta di ripicca presidenziale? È opinione diffusa che il vice fosse contrario alla guerra in Iran. Vance è probabilmente il più genuino interprete della corrente isolazionista dentro il movimento «America First». Come ex militare, come figlio di un’America di bianchi poveri che spesso furono arruolati e sacrificati nelle «interminabili guerre imperiali in Medio Oriente», nella sua carriera politica Vance ha espresso una critica radicale alle presidenze che vollero fare dell’America il gendarme mondiale. Lui si rispecchia nel trumpismo delle origini, quello del 2015-2016, la prima campagna elettorale, quando The Donald criticò duramente le avventure militari dei Bush padre e figlio. È verosimile che nei mesi scorsi Vance abbia cercato di dissuadere il suo capo dall’intervenire militarmente in Iran, come molte ricostruzioni sui media americani hanno sostenuto. 



















































E ora Trump lo gratifica con questo incarico delicato: è proprio Vance, stando all’ultimo annuncio del presidente, il massimo responsabile dei negoziati con l’Iran, mediati dal Pakistan. Anche se sotto di lui opera il solito duo del «gatto e la volpe», Witkoff-Kuchner, il più alto in grado a guidare la delegazione è il vicepresidente. Non è del tutto chiaro (nulla è mai del tutto chiaro in questa vicenda, e nella Casa Bianca trumpiana in generale) se Vance andrà fisicamente a Islamabad. Fino a ieri era a Budapest, a sostenere Orban in una campagna elettorale che sembra persa. Secondo alcune versioni la Casa Bianca preferisce non mandarlo in Pakistan per ragioni di sicurezza, nel qual caso lui guiderebbe la delegazione Usa a distanza. Ma intanto è già costretto a fare pericolose acrobazie.

Un pezzo di base MAGA, quella più vicina a Vance, e molti opinionisti influenti (Tucker Carlson, Megyn Kelly fra gli altri), accusano Netanyahu di essere il vero sabotatore della tregua. La continuazione dell’offensiva militare israeliana in Libano contro gli Hezbollah è al centro delle polemiche. Il regime iraniano sostiene che non c’è tregua finché Israele attacca in Libano. I mediatori pachistani sembrano dare ragione agli iraniani, almeno in una occasione hanno confermato che il Libano era stato incluso nella loro proposta per il cessate-il-fuoco. Trump invece ha finito per dare ragione a Netanyahu: il Libano è fuori dagli accordi

Così Vance deve gestire un avvio di negoziato tutto in salita, una parte dei suoi pensa che Israele stia sabotando il lavoro di Trump e considera Netanyahu un pericolo per gli interessi dell’America. Però il suo capo gli vieta di contraddire il premier israeliano. Vance per adesso se l’è cavata alludendo a una disponibilità israeliana a sospendere le operazioni in Libano. Ma in partenza la sua sembra una Mission Impossible

Questa guerra era già cominciata in un contesto politico difficile: mai in passato l’opinione pubblica americana aveva espresso una maggioranza contraria fin dalle primissime battute di un conflitto. Il «fronte interno» spesso è stato decisivo, dal Vietnam all’Iraq, per costringere l’America a ritirarsi, ma di solito l’ostilità alla guerra si manifestava solo col passare degli anni, non nelle prime giornate di combattimento. Ora che una maggioranza di americani possono considerare che il pericolo è scampato, la tregua rischia di rivelarsi insostenibile, o impresentabile

Intanto una piccola ma agguerrita corrente di falchi accusa Trump di sprecare i formidabili successi ottenuti sul terreno dal Pentagono, di lasciare il lavoro incompiuto, di regalare al regime iraniano un potere di ricatto su Hormuz. In mezzo questo fuoco incrociato di polemiche politiche, c’è Vance…

Rubio stavolta ha un ruolo un po’ più defilato, cosa che potrebbe giovargli in futuro nella corsa alla successione. Il segretario di Stato, che cumula anche l’incarico di capo del National Security Council (come Henry Kissinger con il presidente Richard Nixon) è stato identificato come il regista politico dell’operazione Maduro in Venezuela, un blitz brillante e impeccabile che ha ribadito l’egemonia Usa nelle Americhe. Sull’Iran non risulta un’influenza in primo piano di Rubio, anche se gli si dà credito di aver lavorato bene per tenere unita la coalizione degli Stati arabi che hanno appoggiato l’intervento militare. Si può dare qualche merito a Rubio per lo spettacolo di isolamento dell’Iran alle Nazioni Unite, dove a più riprese sono state presentate risoluzioni dal Bahrain a nome di un vasto schieramento arabo, per chiedere il ripristino della legalità internazionale a Hormuz, anche a costo di usare la forza per garantire la libertà di navigazione. Quelle risoluzioni di condanna dell’Iran hanno raccolto una schiacciante maggioranza di consensi, anche nel Grande Sud globale, oltre a «ricucire» un fronte occidentale fra Europa e Stati Uniti. L’ultima risoluzione non è passata solo perché Russia e Cina hanno posto il veto in Consiglio di sicurezza, ma i due protettori dell’Iran si sono messi contro la quasi totalità delle nazioni emergenti danneggiate dalla crisi energetica.

A Rubio però è toccato un altro compito scomodo. Ieri Trump gli ha fatto incontrare il segretario generale della Nato in visita a Washington, l’olandese Rutte, per annunciargli le punizioni in arrivo per gli alleati infedeli: cioè quegli europei che hanno negato basi o qualsiasi sostegno alle operazioni militari Usa in Iran. La logica della Casa Bianca è nota: «il petrolio che attraversa Hormuz serve agli europei molto più che agli americani», però l’Europa si è chiamata fuori, per mancanza di forze armate adeguate o per dissenso politico.

La vicenda non è nuova, anzi è l’ennesimo remake di un vecchio film. In un’altra guerra mediorientale assortita da choc energetico – Yom Kippur 1973 – l’America di Nixon si sentì abbandonata e tradita da diversi alleati europei; allora il presidente repubblicano minacciò di ritirare tutti i soldati americani dalla Germania Ovest lasciando indifeso quel fronte nella guerra fredda con l’Unione sovietica. Più di recente, quando George W. Bush invase l’Iraq di Saddam Hussein nel 2003, la Germania di Schroeder e la Francia di Chirac si dissociarono. Molti a quell’epoca decretarono la morte della Nato. L’Europa si spaccò in due. L’Italia governata da Silvio Berlusconi si schierò, come il Regno Unito di Tony Blair, con l’Amministrazione Bush. Si distinsero anche le posizioni molto filoamericane dei paesi dell’Est come la Polonia, che si erano liberati solo di recente dal giogo sovietico ed erano (allora come oggi) ultra-atlantisti. Quando ci fu un pronunciamento da parte di questi paesi dell’Est, il presidente francese Chirac dichiarò: «Hanno perso una buona occasione per chiudere il becco». Il segretario alla Difesa americano, Rumsfeld, coniò la distinzione fra «nuova Europa e vecchia Europa», bollando l’asse franco-tedesco come un relitto della storia.

E la storia, per l’appunto, si ripete. Perché il messaggio di Rubio a Rutte ha messo insieme Nixon, Bush, Rumsfeld. Il segretario di Stato ha accantonato la minaccia di Trump di «uscire dalla Nato» (una sparata come sempre eccessiva, poco verosimile, e in una certa misura fuori dalla portata del presidente), ma l’ha sostituita con una più credibile: chiudere basi Usa in alcuni alleati inaffidabili tra cui la Spagna, spostare soldati dai paesi troppo critici a quelli più filoamericani come Polonia e Baltici. Un castigo più mirato e selettivo.    

9 aprile 2026