di
Giuseppe Sarcina

Centrale la figura del capo dell’esercito di Islamabad, ridimensionato il peso del presidente turco Erdogan. Non interpellati i Paesi del Golfo. Sullo sfondo la Russia di Putin. Da sabato si riparte con il summit tra americani e iraniani a Islamabad: sul tavolo una (nuova) bozza in dieci punti presentata da Teheran

Questa volta l’ultimatum di Donald Trump era apparso fin da subito esagerato anche per i suoi standard: «Potrei cancellare la civiltà iraniana, far tornare il Paese all’età della pietra». I mediatori erano, invece, preoccupati perché sembrava difficile trovare una formula che consentisse al presidente americano di dichiarare vittoria, senza umiliare Teheran. Da giorni ci stavano lavorando i diplomatici di Pakistan, Egitto e Turchia. Con il passare del tempo, il ruolo di Asim Munir, capo dell’esercito pachistano è diventato centrale.

Iran, le ultime notizie in diretta



















































Per quale motivo? Le spiegazioni più quotate sono due. La prima è che l’atteggiamento del presidente turco Recep Tayyip Erdogan fosse troppo ostile nei confronti di Israele, cioè di una delle parti in causa, anche se Benjamin Netanyahu non sarebbe stato coinvolto direttamente nella trattativa, condotta esclusivamente da Washington. La seconda è che Munir si muovesse in stretto raccordo con Pechino, in particolare con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi.

La giornata di martedì 7 aprile si è consumata nella ricerca frenetica di una soluzione. Trump non avrebbe potuto accettare la prima proposta messa sul tavolo dal Pakistan: tregua di 45 giorni e contestuale riapertura dello Stretto di Hormuz. Occorreva qualcosa di più stringente. Ma, alla fine, gli inviati Usa Steve Witkoff e Jared Kushner non hanno trovato di meglio che, semplicemente, ridurre i tempi: due settimane, anziché un mese e mezzo. Il Pakistan ha poi alzato il livello della mediazione, con l’intervento del primo ministro, Shehbaz Sharif. È iniziata la spola telefonica tra Casa Bianca e il vertice iraniano, con informazioni condivise solo con Netanyahu.

Trump ha voluto mantenere alta la tensione quasi fino all’ultimo: il via libera è arrivato alle 18 e 32 ora americana (mezzanotte e 32 minuti in Italia), un’ora e mezza prima della scadenza fissata alle 20.

Nella mattinata e nel pomeriggio ci sono stati altri due movimenti interessanti. Come ha detto lo stesso Trump, Pechino ha dato una mano per raggiungere l’intesa. La Cina acquista dai Paesi del Golfo circa 5-6 milioni di barili di petrolio al giorno; solo dall’Iran più o meno 1,4 milioni di barili. È una cifra enorme vista da Teheran; ma per i cinesi quei 5-6 milioni di barili corrispondono più o meno al 6 % dei propri consumi totali. Il greggio iraniano copre l’1,5%. I cinesi, quindi, non temevano tanto di restare a secco di carburante, ma erano preoccupati per i contraccolpi sui prezzi globali dell’energia. È stato questo il terreno d’intesa, sia pure a distanza, con gli Stati Uniti. La Cina, però, si è mossa con discrezione. Anzi, in pubblico ha mostrato solidarietà politica all’Iran. La prova? Il veto opposto alla proposta di risoluzione presentata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dal Bahrein, in coordinamento con Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar e Giordania.

APPROFONDISCI CON IL PODCAST

Le monarchie del Golfo, con l’eccezione dell’Oman e l’aggiunta dei giordani, chiedevano la condanna degli attacchi iraniani contro le petroliere in navigazione e la riapertura dello Stretto. Il leader cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin hanno ordinato di votare «no», affossando la risoluzione.

L’altra pista ci porta proprio ai Paesi del Golfo. A quanto risulta nessuno di loro è stato mai interpellato nei passaggi cruciali della trattativa con Teheran. Forse perché negli ultimi giorni, quegli Stati avevano fatto pressione sulla Casa Bianca perché la guerra continuasse. Gli Emirati Arabi sono usciti più di altri allo scoperto, se non altro perché sono i più colpiti dai missili e dai droni iraniani piombati su Dubai e Abu Dhabi. L’ambasciatore emiratino a Washington, Yousef Al Otaiba lo aveva perfino scritto in un articolo pubblicato dal Wall Street Journal: il conflitto deve avere un «conclusive outcome», un risultato definitivo. Trump, invece, ha preferito uno stop provvisorio pur di svincolarsi da uno scontro sempre più pericoloso per gli Stati Uniti e per l’economia mondiale. 

Da sabato si riparte con il summit tra americani e iraniani a Islamabad, la capitale del Pakistan. Sul tavolo la bozza in 10 punti presentata dagli ayatollah.

Ieri la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha precisato che si tratta di un nuovo piano, non di quello già respinto dagli Usa.

9 aprile 2026 ( modifica il 9 aprile 2026 | 12:06)