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Una nuova, imponente riattivazione delle frane lungo il versante costiero molisano ha tagliato in due l’Italia. La frana di Petacciato (tra le più estese d’Europa) ha provocato danni strutturali che hanno imposto la chiusura precauzionale di tratti strategici dell’autostrada A14 e della strada statale 16 (dove era già caduto un ponte), e limitazioni sulla ferrovia adriatica, isolando di fatto la Puglia dalle principali arterie di comunicazione con il nord della penisola.
Un’emergenza che riaccende i riflettori su una delle minacce idrogeologiche più imponenti e complesse dell’intero continente europeo. E che sottolinea l’urgenza di interventi di mitigazione troppo a lungo rimandati.
Una frana da record
La frana di Petacciato non è un semplice smottamento superficiale: si estende dal centro abitato, situato a circa 225 metri di quota, fino a spingersi sotto il livello del mare Adriatico. Il corpo di frana principale copre una superficie di oltre 4,5 chilometri quadrati e coinvolge centinaia di milioni di metri cubi di terra. Per estensione e profondità – le superfici di scorrimento più basse sono state individuate a oltre 100 metri sotto il piano di campagna – è considerata tra le frane attive più grandi d’Europa.
Non solo Niscemi: i paesi seduti su una frana
Non si tratta di un singolo corpo omogeneo, ma di un sistema complesso di frane collegate, pronte a riattivarsi in periodi di forte piovosità: i primi movimenti accertati risalgono al 1916, e si sono ripetuti almeno altre 12 volte nel secolo seguente. Per capire perché il terreno di Petacciato si muova con tale inarrestabile regolarità, è necessario analizzare la sua natura litologica, cioè il tipo di rocce di cui è costituito questo tratto di costa. L’intero versante è infatti composto dalle cosiddette “argille grigio-azzurre plio-pleistoceniche”, materiali che si sono formati per sedimentazione sul fondale di antichi bacini marini e possiedono caratteristiche meccaniche estremamente sfavorevoli.

Le argille sono rocce sedimentarie composte da particelle finissime che, per loro natura chimica e fisica, assorbono acqua, aumentando di volume e perdendo coesione. In termini tecnici, la resistenza al taglio del terreno crolla, creando dei “piani di scorrimento” lungo i quali l’intero versante, appesantito e lubrificato, inizia a muoversi verso valle sotto l’effetto della gravità.
Il ruolo dell’acqua
Ad alimentare la frana di Petacciato sono quindi le precipitazioni. “L’area di Petacciato ha una predisposizione naturale a franare, ma è la presenza di acqua nel sottosuolo che favorisce e innesca lo scivolamento”, spiega a Dossier Today.it Domenico Angelone, presidente dell’Ordine dei geologi del Molise. “Quando ci sono piogge intense per un periodo prolungato, come abbiamo visto in questi giorni, il terreno si sovraccarica e può riattivarsi la frana. Sono fenomeni che avvengono da sempre, ma che stanno diventando più comuni con i cambiamenti climatici e a cui bisognerebbe prestare quindi anche più attenzione rispetto al passato”.
Petacciato d’altronde non è un caso isolato, ma l’esempio più eclatante di una fragilità che accomuna tutta la costa adriatica, da Ancona a Termoli. La morfologia del versante molisano e abruzzese è costellata di fenomeni simili, seppur meno imponenti, come quello di Vasto, dove la frana del 1956 distrusse parte del quartiere storico, o quello di Ancona, con la celebre frana Barducci del 1982 che distrusse centinaia di edifici e l’ospedale oncologico.
Tutta la fascia costiera è un equilibrio precario tra le argille tenere e l’azione erosiva del mare, che scalzando la base dei versanti contribuisce a destabilizzare i pendii.
Le infrastrutture “da spostare”
La pericolosità della frana di Petacciato è legata alla sua posizione geografica. Il corpo franoso non mette infatti a rischio solamente il comune limitrofo, ma attraversa perpendicolarmente tutte le infrastrutture che collegano il centro-nord Italia con il sud-est della penisola. La statale 16, l’autostrada A14 e la linea ferroviaria adriatica (Bologna-Lecce) corrono tutte alla base del versante instabile. E sono state danneggiate, in vario modo, nel corso delle riattivazioni della frana. Nel 1916 e nel 1932, la ferrovia fu letteralmente spazzata via, con i binari deformati e spostati di decine di metri verso la spiaggia. Nel 1991, uno degli eventi più gravi della storia recente, il terreno emerse violentemente sulla spiaggia attuale, sollevando la battigia e distruggendo le opere di difesa costiera, mentre la ferrovia subì traslazioni orizzontali tali da interrompere il traffico nazionale per settimane.
Oggi, la riattivazione attuale sta riproponendo lo stesso scenario. La chiusura o il rallentamento di queste arterie significa bloccare il transito di merci e passeggeri verso la Puglia, costringendo i flussi logistici a deviazioni chilometriche sull’Appennino, con costi economici enormi per il sistema Paese.
“Mi dicono che le rilevazioni strumentali indicano che la frana sta rallentando, e basandoci sul comportamento che ha avuto in passato è probabile che l’emergenza finisca presto, in attesa di nuove riattivazioni negli anni a venire – chiarisce Angelone – Purtroppo il tema del dissesto idrogeologico è un problema che riguarda tutta la penisola, e che andrebbe affrontato in modo strutturale, sia in termini di prevenzione che di adeguamento e mitigazione. Qui a Petacciato ci sono responsabilità antiche, probabilmente si sarebbe dovuto evitare di costruire l’autostrada e la ferrovia in un’area in cui si sapeva già che era presente una grande frana che si riattiva periodicamente. Oggi si potrebbe anche immaginare di spostare queste infrastrutture, ma sarebbero progetti complessi e costosi, soprattutto per la ferrovia, e sono scelte in capo ai gestori e al Governo regionale e nazionale”.
I progetti di consolidamento: 40 milioni di euro
Trattandosi di fenomeni idrogeologici alimentati dall’acqua presente in profondità, per contenere i rischi bisogna agire sulla falda acquifera. È quello che prevede un progetto di consolidamento a cui la Regione lavora ormai da molti anni, e che dopo lunghi ritardi burocratici (quasi cinque anni) è stato recentemente messo a bando e affidato alla società Technital di Verona. L’intervento punta a curare la causa principale della frana – l’eccesso di acqua – utilizzando dodici pozzi drenanti di grande diametro profondi decine di metri, che dovrebbero intercettare le falde acquifere in pressione nelle profondità del versante e raccogliere l’acqua in eccesso.
L’acqua raccolta verrà quindi allontanata dal corpo di frana e scaricata in mare in modo controllato, evitando che ristagni e lubrifichi le superfici di scorrimento. Il costo dell’operazione – che prevede anche l’installazione di sensori per misurare in tempo reale ogni minimo movimento del terreno, e opere di consolidamento nella parte alta del versante – è di oltre 40 milioni di euro, e i tempi di realizzazione sono stimati in circa tre anni dall’apertura dei cantieri. Con la riattivazione della frana, però, i tempi sono destinati a dilatarsi ulteriormente.
Perché non si può fermare la frana di Petacciato
“Il bando era in fase di procedura di gara, ma ora sarà necessario valutare se il progetto è ancora valido, o se servano invece modifiche o nuovi accorgimenti, ed è qualcosa che non si può fare su due piedi”, conclude Angelone. “A breve comunque dovrebbe essere dichiarato lo stato di calamità naturale, come chiesto dalla Regione Molise, e questo potrebbe velocizzare l’iter di realizzazione dei progetti di consolidamento e mitigazione, e possibilmente anche portare nuovi fondi per potenziare gli interventi già programmati. Una frana così grande è impossibile da bloccare completamente, ma se riuscissimo a ridurre l’intensità delle riattivazioni e allungare i periodi di latenza – arrivando magari ad affrontare una riattivazione ogni 30 anni, invece di una ogni 10 – sarebbe già un risultato importante”.
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