di
Andrea Ducci

Così è maturato il cambio della guardia al vertice del colosso pubblico della difesa: ora una gestione più vicina al governo

La decisione più complicata è stata quella per il dopo Cingolani. La sostituzione dell’amministratore delegato del gruppo Leonardo ha intricato la partita nomine, rallentando fino alla tarda notte di ieri il via libera del deposito delle liste per il rinnovo dei consigli di amministrazione delle partecipate pubbliche. A gestire il dossier è stata la premier Meloni, che all’indomani della sconfitta sul referendum ha maturato il convincimento di individuare profili il più possibile organici alle forze di governo. Un criterio che ha portato alla mancata conferma di Roberto Cingolani alla guida di Leonardo, a sostituirlo sarà Lorenzo Mariani attualmente alla guida di Mbda Italia, il consorzio per la produzione di missili e tecnologie per la difesa partecipato anche da Airbus e Bae Systems. La Borsa ha accolto male le decisione: le azioni Leonardo a metà della seduta del 10 aprile perdono il 7%.

Chi è Mariani

Ma Mariani è soprattutto il manager nominato condirettore generale di Leonardo nel 2023 e lo stesso che proprio tre anni fa era stato il candidato del ministro della Difesa, Guido Crosetto, per il ruolo di amministratore delegato. A ricordarlo è stato Crosetto rispondendo a chi domandava se Mariani fosse adatto alla successione, «lo chiedete a una persona che tre anni fa l’aveva proposto», ha spiegato, ma è pure vero che in questo triennio Cingolani è stato capace di costruire un granitico rapporto con il ministro.



















































L’inutile mediazione di Crosetto

Non è un segreto che Crosetto preferisse evitare ribaltoni in Leonardo e che avrebbe cercato di mediare con la premier, salvo convergere su Mariani anziché sull’ipotesi di Gian Piero Cutillo, attuale capo della divisione elicotteri. Ma neanche i risultati dell’ultimo esercizio di Leonardo, contrassegnato dal balzo dell’utile a 1,3 miliardi (+15%) e dalla crescita dei ricavi (+11%), hanno fatto desistere Palazzo Chigi dalla mossa di decapitare il vertice del gruppo che opera nel settore difesa e sicurezza. 

Due ambiti nevralgici dove la premier Meloni ha registrato una crescente delusione rispetto all’operato di Cingolani, complice l’abito mentale del fisico, già a capo dell’Istituto italiano di tecnologia e poi del ministero della Transizione Ecologica del governo Draghi, non sempre a suo agio con le contingenze legate ai conflitti e alla vendita di armi.

Il nodo del «Michelangelo Dome»

A deteriorare il rapporto fiduciario tra la premier e Cingolani hanno concorso poi una serie di innumerevoli dissonanze legate a promozioni interne alla società, dove tanti dirigenti e manager hanno una storica consuetudine con l’universo di Fratelli d’Italia. Un crescendo di lamentele e doglianze recapitate a Palazzo Chigi che, certo, non hanno reso un buon servizio a Cingolani. 

Il corto circuito definitivo si sarebbe consumato due mesi fa. Il 12 febbraio Cingolani annuncia i risultati e sbandiera l’avvio applicativo dello scudo anti missili, vettori e droni denominato «Michelangelo Dome». Il giorno dopo, il 13 febbraio, come raccontato sul Corriere da Simone Canettieri, Cingolani è in volo con Meloni sull’aereo che li porta in missione in Etiopia, dal colloquio emerge l’irritazione della premier per la troppa autonomia rispetto a temi strategici come il programma Michelangelo Dome, che ha fatto scattare l’allerta di Stati Uniti e alleati europei. 

Da quel momento il destino di Cingolani è parso segnato. Palazzo Chigi voleva ranghi serrati, ecco, quindi la scelta di Mariani e di un presidente come Francesco Macrì, da sempre organico a Fratelli d’Italia.

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10 aprile 2026 ( modifica il 10 aprile 2026 | 12:43)