di
Lara Sirignano
Le piogge hanno riempito solo in parte gli invasi, già compromessi da sabbia e manutenzioni mai fatte. Rete idrica colabrodo, dissalatori abbandonati, interventi tardivi: la crisi era stata prevista ma ignorata. Oggi l’Isola resta fragile e il ritorno della grande sete è solo questione di tempo.
C’è un’immagine che più di ogni altra racconta la grande sete siciliana degli ultimi anni: le dighe svuotate, il fondo trasformato in distese di fango spaccato, crepe profonde dove prima c’era l’acqua. Una crisi drammatica da non dimenticare. Perché nonostante il provvidenziale aiuto del meteo, il malato non è fuori pericolo. Qualche numero: al primo marzo (mancano i dati dell’ultimo mese che non sono riportati sul sito della Regione siciliana), nonostante le abbondantissime precipitazioni invernali, la diga Rosamarina (Palermo) ha accumulato 49 milioni di metri cubi di acqua a fronte di 100 milioni di invaso. Mentre la Pozzillo (En) su 150,50 mln di metri cubi ne ha accumulati 53,40. Critica anche la situazione della Garcia (Pa) che, dopo l’ultima emergenza, era totalmente a secco e ora è a meno del 50% del suo potenziale. Dati che preoccupano, soprattutto se si considera che si tratta di cifre teoriche che non tengono conto del fenomeno dell’interrimento, la presenza negli invasi, cioè, di enormi quantità di sabbia e terra che riducono sensibilmente il volume di acqua utilizzabile.
Eppure la crisi che ha messo in ginocchio l’Isola (due miliardi di euro di danni stimati solo per l’agricoltura, razionamenti ancora in vigore e turni nella distribuzione fino a 7 giorni in provincia di Agrigento e Caltanissetta) era ampiamente annunciata. Nel 2021 l’Autorità di Bacino, nei propri atti di pianificazione, aveva previsto l’ingresso della Sicilia in un nuovo periodo di siccità. Rimase, è il caso di dirlo, una voce nel deserto. Come le sollecitazioni inviate nel 2024 alla presidenza della Regione e ai gestori del servizio idrico, invitati a studiare strumenti di mitigazione del rischio.
Nulla fu fatto e ci si ritrovò con le dighe vuote, i rubinetti a secco, l’esigenza di soluzioni rapide e l’impegno a mettere mano una volta per tutte a croniche inefficienze: invasi che funzionano a scartamento ridotto e una rete idrica colabrodo.
Un’inerzia evidenziata, a settembre scorso, anche dalla Corte dei conti che, in un duro j’accuse di oltre 300 pagine, ha attestato senza mezzi termini che nessun miglioramento significativo nella gestione dell’approvvigionamento primario e del ciclo idrico integrato era stato realizzato.
«Il fenomeno – spiega l’ingegner Leonardo Santoro, che fino allo scorso febbraio ha guidato l’Autorità di Bacino – è ciclico e quindi prevedibile. Si alternano periodi estremamente secchi, come il 2024, ad anni con piogge intense, come quest’ultimo inverno. E, in assenza di interventi strutturali, possiamo dire che il peggio non è passato. Non siamo al riparo, la grande sete tornerà. E ogni crisi sarà più grave della precedente».

Invasi: dall’oro blu alla sabbia
Il cuore del sistema, le dighe, che forniscono l’80% del fabbisogno dell’isola, resta, infatti, fragile.
Quando furono costruite, tra gli anni ’50 e ’60, potevano accumulare circa un miliardo di metri cubi d’acqua. Oggi, tra limitazioni di invaso e lavori da fare, la capacità effettiva è scesa drasticamente. I dati recenti evidenziano un volume complessivo di acqua pari a 536 milioni di metri cubi a cui ne vanno tolti circa 160 di sabbia e terra. Restano utilizzabili circa 370 milioni di metri cubi, poco più di un terzo della capacità potenziale originaria degli invasi.
«L’attività da parte degli enti gestori, volta al superamento di tali limitazioni, ad oggi non rileva significativi interventi volti ad assolvere alle prescrizioni del ministero delle Infrastrutture», metteva per iscritto l’allora segretario generale dell’Autorità di Bacino indicando anche le misure da adottare («sfangamento, interventi di riduzione dell’apporto solido, riefficientamento impiantistico, idraulico, consolidamenti statici e collaudi»). Parole al vento, perché, almeno sulle dighe ci si è limitati a opere tampone volte a ridurre le limitazioni ministeriali, ma non a ripristinare i volumi utili all’accumulo di maggiore acqua.
Solo 25 dei 45 invasi siciliani funzionano a pieno regime. Molti sono ancora da collaudare o necessitano di lavori di manutenzione per problemi insorti durante i collaudi. Cinque sono praticamente inutilizzabili per l’accumulo di terra. Esempio emblematico è la diga Disueri costruita negli anni ’50: non è stata mai dragata, si è riempita di sabbia e sulla collina che si è formata nel tempo è nato un boschetto per il quale la Sovrintendenza ai Beni culturali di Caltanissetta ha posto il vincolo paesaggistico. Alcune poi non si possono riempire per ragioni di sicurezza (problemi di stabilità per presenza di frane nelle valli o per ostruzioni nello scarico di fondo). Per questo l’acqua in eccesso, appena arriva a quota, viene fatta uscire e torna nell’alveo di valle. Tre, infine, sono fuori esercizio da decenni e non verranno rimesse in uso.
«La verità è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso. Svuotare del fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo», spiega Santoro.
Il fenomeno dell’interrimento dunque è uno dei nodi centrali. E la soluzione trovata (una scorciatoia in realtà) in alcuni casi è stata quella di redigere nuove batimetrie (misurazioni di profondità, ndr). Un modo per aggirare l’ostacolo delle limitazioni imposte dal ministero delle Infrastrutture ridefinendo la quota di base degli invasi. Rifacendo le batimetrie si certifica il fatto che la diga sia piena di sabbia. Invece di essere una «diga sporca da pulire», diventa ufficialmente una «diga bassa».
Pozzi
Nelle fasi più acute dell’emergenza si è stati costretti a scavare nuovi pozzi. Una scelta a quel punto obbligata, ma non senza conseguenze: in alcune aree la falda si è abbassata fino a venti metri. Il ripristino richiede anni, non basterà una sola stagione piovosa. E lungo le coste incombe il rischio dell’intrusione del cuneo salino: se la falda dolce si abbassa troppo, l’acqua marina penetra nell’entroterra, compromettendo in modo irreversibile i pozzi più vicini al mare.
Rete idrica
Al quadro, già allarmante di per sé, si aggiunge il disastroso stato della rete idrica che da decenni è letteralmente un colabrodo. In Sicilia si perde fino al 50% dell’acqua potabile, cioè la metà di quella che esce dagli invasi, mentre nell’agricoltura si arriva al 70% (la gestione delle condotte in questi casi spetta ai consorzi, enti regionali commissariati). Sulle condotte, tranne piccole opere nell’agrigentino, poco è stato fatto. Eppure nel 2023 l’Autorità di Bacino aveva intimato ai gestori, come Sicilacque, che ha la dorsale principale, e ai locali come la palermitana Amap, (visto che ogni proprietario della rete è responsabile delle condotte) di tappare i buchi.
Dissalatori
La prova di una decennale gestione a dir poco miope del settore arriva anche dai dissalatori. Gli impianti di Gela, Trapani e Porto Empedocle, costruiti tra gli anni ’70 e ’90 come soluzioni temporanee, sono stati progressivamente dismessi e abbandonati.
Per affrontare l’ultima emergenza, la Regione ha stanziato circa 100 milioni di euro per realizzare nuovi impianti di dissalazione, sempre a Gela, Trapani e Porto Empedocle, finanziati attraverso il bilancio regionale e il Fondo di Sviluppo e Coesione 2021/2027. Il costo iniziale è stato stimato in 96 milioni di euro (32 milioni per ogni dissalatore), con tecnologia a osmosi inversa. In seguito alle analisi tecnico-strutturali effettuate sui vecchi dissalatori in abbandono, la rifunzionalizzazione degli impianti originari infatti è apparsa impossibile e se ne è resa necessaria la demolizione e la ricostruzione.
Una soluzione bacchettata dalla Corte dei Conti che ha chiesto «chiarimenti sulla economicità delle modalità di dismissione dei dissalatori». «Pur essendo le nuove tecnologie più efficienti dal punto di vista economico, i costi per la costruzione, la messa in opera e la gestione dei nuovi si rivelano ingenti», hanno scritto i giudici contabili, segnalando «la sussistenza di palesi indicatori della diseconomicità delle spese di funzionamento». Meglio sarebbe migliorare l’efficienza delle reti di distribuzione, dei pozzi e degli invasi esistenti, concludono in sostanza i giudici contabili.
Piani della Regione
La Regione, guidata dal governatore Renato Schifani, ha reso noto che tra fondi nazionali e regionali sono stati stanziati per l’emergenza idrica circa 170 milioni (oltre a quelli destinati ai dissalatori).
In totale, dice l’ufficio stampa di Palazzo D’Orleans, da nuovi pozzi, e recupero perdite è stato possibile ricavare 2000 litri al secondo di acqua, a cui, entro sei mesi, se ne aggiungeranno 1500 ed entro due anni altri 500. L’equivalente di quanto apporterebbe la realizzazione di due nuovi invasi. Numeri a cui vanno sommati i 520 forniti dai dissalatori da qui a sei mesi. Interventi che possono attenuare la crisi idrica, ma certo non scongiurarla.
La grande sete infatti non è solo frutto dei cambiamenti climatici, ma anche il risultato di una fragilità strutturale e di anni di inerzia. E la somma dei fattori rende la prossima drammatica emergenza solo una questione di tempo.
10 aprile 2026 ( modifica il 10 aprile 2026 | 16:23)
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