Il tasso d’inflazione negli Stati Uniti è salito a marzo: +3,3%. Non è un rialzo folle, ma è comunque un dato che si discosta dall’inflazione «ottimale», fissata come obiettivo dalla Federal Reserve, che è del 2%. C’entra la guerra in Iran e il conseguente aumento dei prezzi mondiali dell’energia. È quindi un rialzo che può essere domato se la «strana tregua» dovesse sfociare in un vero negoziato e quindi stabilizzare i mercati energetici.

Si è soliti dire che l’America gode di una posizione invidiabile in questa crisi energetica: ha in casa propria tutto il gas e petrolio che le servono. Sappiamo anche che questa affermazione – verissima, fin dai tempi della rivoluzione tecnologica dello shale gas e del fracking, durante la presidenza Obama – deve accompagnarsi con delle precisazioni



















































Per quanto autosufficiente l’America è esposta in qualche misura all’andamento globale dei prezzi perché il mercato dell’energia è aperto, le sue compagnie possono vendere al migliore offerente, e se i prezzi schizzano al rialzo in Asia o in Europa qualcosa si trasmette anche nei distributori americani. Inoltre ci sono alcune categorie di prodotti derivati, come i fertilizzanti, per i quali anche gli Stati Uniti sono in una certa misura importatori.

Ma c’è un’altra ragione per cui l’America ancora dipende dal mondo arabo. Si chiama California. Questo è il «piccolo, sporco segreto» che genera una falla nella corazza dell’indipendenza energetica Usa. Ciò che è sostanzialmente vero per gli altri 49 Stati Usa, non si applica alla California. Il più grosso, il più ricco, quello Stato che da solo supera il Pil della Germania (e sarebbe membro del G7, se fosse indipendente), importa petrolio arabo, o comunque derivati di quel petrolio raffinati altrove. È un effetto collaterale delle sue politiche ambientaliste, le più radicali di tutti gli Stati Uniti. In questo laboratorio estremo, delle politiche ambientali molto ambiziose hanno finito per creare una fragilità inattesa. È un tallone d’Achille pressoché sconosciuto al di fuori della California stessa. Spiega perché i prezzi della benzina alla pompa in questo Stato sono più vicini a quelli europei.

Oggi gli Stati Uniti sono una superpotenza energetica, il primo produttore mondiale di petrolio e gas grazie alla rivoluzione dello shale. Nel resto del paese, questa abbondanza si traduce in prezzi relativamente contenuti e in una crescente autosufficienza. Ma la California è rimasta fuori da questa trasformazione.

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I dati che seguono sono i più aggiornati e sono ricavati dal Wall Street Journal. Nel Golden State (lo “Stato dorato” è l’appellativo di cui si fregia con orgoglio la California), circa il 75 per cento del petrolio è importato. Una quota enorme, e soprattutto in crescita. Un terzo di questo 75% (quindi il 25%) arriva dal Medio Oriente, mentre il resto dipende da raffinerie asiatiche – Corea del Sud, India, Taiwan – che a loro volta lavorano greggio proveniente dal Golfo Persico. Questo significa che quando si blocca Hormuz, la California non è protetta dalla produzione interna americana: è esposta, come molti Paesi europei o asiatici.

È qui che emerge il paradosso. Mentre Texas, Louisiana o North Dakota beneficiano del boom energetico domestico, la California si comporta come un’economia importatrice. Non è solo una questione geografica. È il risultato di scelte politiche precise, accumulate nel tempo.

Negli ultimi vent’anni, la produzione petrolifera californiana è crollata di oltre il 50 per cento. In parte per ragioni naturali, come l’esaurimento dei giacimenti più vecchi. Ma soprattutto per un contesto normativo sempre più restrittivo. Le grandi compagnie Usa – da Chevron a Occidental – hanno progressivamente ridotto gli investimenti locali, preferendo aree dove i vincoli ambientali sono meno severi. Non a caso, Chevron ha trasferito il suo quartier generale a Houston nel 2024, dopo oltre un secolo di presenza in California.

Ancora più significativa è la sorte delle raffinerie. Dal 2000 a oggi, una dozzina di impianti ha chiuso. I costi per adeguarsi agli standard ambientali, tra i più severi al mondo, hanno eroso la redditività. E la politica californiana ha accompagnato questo processo con una strategia esplicita: accelerare la transizione verso un’economia post-fossile.

Il risultato, però, è che la California oggi produce meno energia di quanta ne consumi, e deve compensare con importazioni costose e vulnerabili. Importa oltre un quarto della benzina e circa il 20 per cento del carburante per aerei.

A differenza di altri Stati americani che importano petrolio – come l’Illinois o il New Jersey – la California non può contare su fornitori relativamente stabili e vicini come Canada o Messico. Le sue catene di approvvigionamento sono più lunghe, più complesse e più esposte ai rischi geopolitici. Il viaggio di una nave cisterna dall’Asia può durare sei settimane, con costi e incertezze crescenti in tempi di guerra.

Inoltre, la California è fisicamente isolata dal resto del sistema energetico americano. Non dispone di infrastrutture fisse (oleodotti e gasdotti) sufficienti per ricevere petrolio e gas dagli Stati produttori. Il trasporto via treno è marginale, e quello via mare dagli altri porti americani spesso risulta più caro rispetto alle rotte internazionali.

Questo isolamento infrastrutturale si somma alle scelte regolatorie. Il risultato è un mercato energetico quasi «insulare», dove i prezzi sono sistematicamente più alti rispetto alla media nazionale. Oggi la benzina supera di circa 1,75 dollari al gallone la media americana, anche a causa di tasse e standard ambientali che aggiungono oltre un dollaro per gallone.

La crisi attuale rende visibile questa fragilità. Con Hormuz chiuso, i principali fornitori asiatici stanno riducendo le esportazioni. La Corea del Sud, per esempio, sta dimezzando le spedizioni di carburante per aerei verso la California. Le scorte locali possono tamponare l’emergenza nel breve periodo, ma gli esperti avvertono che nei prossimi mesi potrebbe emergere una carenza.

È un paradosso che mette in discussione alcune certezze. La California è lo Stato leader nella transizione energetica, con una forte diffusione di veicoli elettrici e un impegno massiccio nelle rinnovabili. Ma questa transizione è ancora incompleta. Le auto a emissioni zero rappresentano meno di un quinto delle vendite recenti. Il sistema economico continua a dipendere in larga misura dai combustibili fossili.

Nel frattempo, la politica ha spesso agito come se questa dipendenza fosse già superata. L’idea implicita era che il petrolio potesse essere rapidamente sostituito, e che la produzione locale non fosse più necessaria. La realtà si sta rivelando più complessa.

Il caso californiano diventa così una lezione più ampia. Mostra che la transizione energetica non è solo una questione di obiettivi ambientali, ma anche di sicurezza degli approvvigionamenti. Ridurre la produzione interna senza avere alternative mature può creare nuove vulnerabilità.

In un’America diventata esportatrice netta di energia, la California resta un’eccezione. Un territorio avanzato e innovativo, ma anche esposto a shock esterni come pochi altri. È il prezzo di una scelta politica ambiziosa, che ha anticipato il futuro ma ha sottovalutato i tempi della transizione.

E oggi, di fronte alla crisi di Hormuz, questa anomalia diventa evidente: mentre il resto degli Stati Uniti può contare sulle proprie risorse, la California scopre di essere tornata dipendente dal mondo.

10 aprile 2026, 16:20 – modifica il 10 aprile 2026 | 18:13