di
Matteo Persivale, da New York
Cantore dell’«America First», da «globalista» perde credibilità
«Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, siamo certamente disposti a tendere loro la mano. Se cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la delegazione negoziale non è poi così disponibile». JD Vance ieri alla partenza per la missione pachistana a Islamabad ha cercato di ripetere con una certa convinzione, se non proprio grinta, i «talking points» — gli argomenti di discussione, decisi dal suo capo Donald Trump («Ci ha fornito delle linee guida piuttosto chiare»).
La delegazione iraniana ieri era già arrivata: secondo il Wall Street Journal è guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. Di sicuro però quello che appare al momento il favorito per la nomination repubblicana alle presidenziali del 2028 in questa fase sta facendo tutto quello che va contro il suo «brand»: il «marchio Vance» era stato costruito con straordinaria abilità.
Infanzia umile tra povertà e violenza, marine in Iraq, autore di best-seller, laurea in Legge a Yale con borsa di studio, la finanza, Silicon Valley, il Senato e infine la vicepresidenza. Politicamente? America First, cattolicesimo di destra che a occhi europei pare più vicino agli evangelici protestanti, libertà di parola e libertà d’impresa specialmente nel settore tech.
L’isolazionismo era la sua stella polare: culturalmente lontanissimo dalle élite globaliste porta nel cuore gli Appalachi natii, l’America (bianca) dei poveri ma intensamente patriottici. Ha nel taschino, come bonus prezioso per la candidatura nel 2028, la carta della bella famiglia multirazziale e multireligiosa: la brillantissima moglie Usha indù californiana avvocata del settore tech con prole cattolica bilingue (in arrivo a luglio il quarto, un maschietto).
Era stato efficientissimo a recapitare, poche settimane dopo l’insediamento nel febbraio dell’anno scorso, la nuova filosofia trumpiana in materia di politica estera alla conferenza di Monaco sulla sicurezza. Aveva manganellato verbalmente l’Europa (per la gioia della base Maga) accusandola di essere in declino per l’ossessione censoria, i freni alla libera impresa, l’immigrazione fuori controllo.
Adesso però è il recalcitrante ambasciatore di una guerra impopolare con la popolazione generale, impopolare con i centristi, che gode di consensi per ora nella base Maga con l’avvertenza però che la loro pazienza non durerà a lungo.
Vance sa che Trump ha un’indiscutibile bravura nel tenere insieme la coalizione (nel 2024 ha guadagnato parecchio tra gli ispanici, che ora però lo abbandonano), e per questo il presidente resta popolare tra i repubblicani: ma Vance sa anche che nei panni del globalista perde buona parte del suo appeal e della credibilità isolazionista (o post-imperiale che dir si voglia).
E a quel punto tanto varrebbe per gli elettori guardarsi intorno, considerare l’altro candidato in pectore Marco Rubio, attuale segretario di Stato. Frank Luntz, storico sondaggista repubblicano dai tempi delle vittorie di Newt Gingrich che logorarono Bill Clinton, ieri sulla Cnn ripeteva che «Vance rimane il front-runner, senza discussioni, ma il 2028 è lontano e le cose possono cambiare».
Il Pakistan, paese ospitante della trattativa di pace, non ha relazioni diplomatiche con Israele e non ne riconosce la sovranità, e per questo lo Stato ebraico è assente. Stato ebraico che per i repubblicani comincia a rappresentare un problema elettorale: gli ultimi sondaggi (Pew) dicono che sì, i repubblicani over 50 restano favorevoli a Israele (solo il 24% di loro ne ha un’opinione sfavorevole), una simpatia che risale ai tempi di Reagan rafforzata nei decenni dalla base evangelica.
Ma i repubblicani tra i 18 e i 49 anni hanno risposto diversamente: la maggioranza di loro, il 57%, oggi non ha un’opinione positiva dello Stato ebraico. Un altro dato che il candidato repubblicano per il 2028, chiunque sia, non può non calcolare.
10 aprile 2026
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