L’equilibrio energetico mondiale trema dopo la conferma ufficiale, arrivata giovedì 9 aprile 2026, di una serie di attacchi devastanti contro le infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita. Il Ministero dell’Energia del Regno ha rilasciato una nota dettagliata che rompe il silenzio mantenuto finora, rivelando che i raid attribuiti all’Iran hanno messo fuori uso il 10% della capacità totale di esportazione del Paese. Il tempismo di questa rivelazione è cruciale: avviene proprio mentre Stati Uniti e Iran si preparano a colloqui di pace ad alto livello e ad altissima tensione a Islamabad, in Pakistan.
Colpito il cuore energetico: l’oleodotto Est-Ovest
L’obiettivo principale degli attacchi è stata una stazione di pompaggio sulla vitale East-West Pipeline, l’arteria strategica che collega la costa del Golfo al porto di Yanbu sul Mar Rosso. Secondo il comunicato ministeriale, il danno ha causato la perdita di circa 700.000 barili al giorno (bpd). Questo oleodotto era diventato il corridoio principale per i mercati globali dopo che l’Iran aveva assunto il controllo dello Stretto di Hormuz, limitando il traffico navale. Prima del raid, l’infrastruttura stava pompando petrolio alla sua massima capacità di 7 milioni di barili al giorno.
Raid a tappeto su impianti e raffinerie
La nota del ministero ha svelato una portata di danni molto più ampia di quanto inizialmente ipotizzato, confermando che gli attacchi effettivi non si sono limitati a un solo sito, ma hanno colpito anche gli impianti di lavorazione e alcune raffinerie strategiche. Di fatto, sono stati colpiti i siti di Manifa e Khurais, provocando una riduzione della capacità produttiva di ulteriori 600.000 bpd che, in questo specifico momento economico, rappresentano un’emorragia insanabile, ma soprattutto i raid hanno centrato importanti strutture di raffinazione a Jubail, Ras Tanura, Yanbu e nella capitale Riyadh, impattando direttamente anche sull’export di prodotti raffinati, un settore che sorregge la maggior parte dell’economia saudita.

Il Ministro dell’Energia Abdulaziz bin Salman Al Sa’ud ha avvertito che il persistere di tali azioni porterà a carenze di approvvigionamento e a una pericolosa volatilità dei prezzi: «La continuazione di questi attacchi rallenta il ritmo della ripresa e mina la sicurezza delle forniture per i Paesi beneficiari».
La diplomazia al bivio: il ruolo del Pakistan
La pubblicazione di questi dati arriva, come detto, in un momento diplomatico sensibilissimo. Il Ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, ha avuto colloqui telefonici giovedì sia con la controparte pakistana, Mohammad Ishaq Dar, sia con il Segretario di Stato americano Marco Rubio. Il Pakistan si è proposto come mediatore per i colloqui che dovrebbero iniziare sabato, un ruolo che Islamabad difficilmente avrebbe assunto senza il “via libera” di Riyadh.

Nonostante l’Arabia Saudita abbia accolto con favore l’annuncio di un cessate il fuoco tra USA e Iran, la pressione rimane altissima. Recentemente il Regno aveva accettato di concedere l’accesso alla King Fahd Air Base alle forze americane, una mossa che aveva inasprito le tensioni con Teheran. Sebbene gli attacchi sembrino essere diminuiti nella giornata di giovedì, il danno subito dall’economia globale è già tangibile e peserà inevitabilmente sui tavoli delle trattative a Islamabad.
La genesi e l’importanza di un gigante
L’oleodotto East-West, noto anche come Petroline, non è soltanto un’opera ingegneristica, ma rappresenta la principale polizza assicurativa energetica dell’Arabia Saudita e, per estensione, della stabilità economica mondiale. La sua storia e la sua importanza strategica sono legate a doppio filo alla necessità di aggirare lo Stretto di Hormuz, il punto di strozzatura più pericoloso del commercio petrolifero globale.
La costruzione dell’infrastruttura iniziò nella seconda metà degli anni ’70, con l’obiettivo di collegare i giacimenti della Provincia Orientale, affacciata sul Golfo Persico, al porto strategico di Yanbu, sul Mar Rosso.
Nel 1981 venne completata la prima linea dell’oleodotto, lunga circa 1.200 chilometri, ma le problematiche iniziano a sorgere immediatamente negli anni successivi. Nel 1987, a causa delle tensioni scaturite dalla guerra tra Iran e Iraq, la capacità venne raddoppiata con una seconda linea parallela, soprattutto per precauzione.

Nel corso dei decenni successivi, la compagnia statale Saudi Aramco ha investito centinaia di miliardi di dollari per potenziare le stazioni di pompaggio e la portata dell’opera. Già nel 1992, al termine di un importante ciclo di espansione, la capacità nominale raggiunse i 5 milioni di barili al giorno. La vera svolta, tuttavia, arriva nel lasso temporale che va dal 2019 al 2024: in risposta alle nuove minacce geopolitiche, l’Arabia Saudita ha avviato un piano di “conversione” di linee di gas preesistenti e potenziamento tecnologico che ha portato l’effettiva capacità massima a 7 milioni di bpd.
Le dimensioni dell’oleodotto sono mastodontiche. Le tubature hanno un diametro di 48-56 pollici, quindi dai 122 ai 142 centimetri, dimensioni necessarie per gestire flussi massicci, se non addirittura enormi, di greggio attraverso il deserto arabico che, in questo momento, ha pericoli ben più grandi di un mero guasto tecnico. L’attacco all’oleodotto è un fatto che desta enorme preoccupazione principalmente poiché la struttura è in grado di trasportare oltre il 70% dell’intera produzione saudita, che, numericamente oscilla in media tra i 9 e i 12 milioni di bpd, permettendo di bypassare completamente il Golfo Persico in caso di conflitto armato, come quello scatenato negli ultimi tempi dall’offensiva americana e israeliana in Iran.

L’importanza dell’East-West Pipeline è assolutamente non trascurabile, in ultima analisi, e si regge su tre pilastri fondamentali: anzitutto, permette l’aggiramento, seppur non totale, dello Stretto di Hormuz. Come si è già ampiamente discusso, attraverso questo stretto transita circa il 25% del consumo mondiale di petrolio. L’Iran, durante il conflitto, ha più volte chiuso e minato lo Stretto, bloccando anche migliaia di navi e superpetroliere dentro il già trafficato Golfo Persico. L’oleodotto East-West, in questi canoni, si presenta come l’unica alternativa terrestre di massa che permette al petrolio saudita di raggiungere l’Europa e gli USA via Mar Rosso, magari attraverso il Canale di Suez o l’oleodotto Sumed, senza passare davanti alle incandescenti coste iraniane.
In aggiunta a ciò, non dobbiamo fallire nel considerare la possibile riduzione dei tempi di percorrenza delle distanze necessarie per il traffico petrolifero. Esportando da Yanbu anziché dai terminal del Golfo, come Ras Tanura, le petroliere dirette in Occidente risparmiano circa 5 giorni di navigazione e i relativi costi assicurativi, che schizzano alle stelle, o addirittura dichiarano forfeit, in caso di tensioni militari nel Golfo.
Come dimostrato dagli attacchi recenti, una perdita di 700.000 bpd, perfettamente pari, come detto, al 10% dell’export saudita, provoca immediatamente un aumento della volatilità dei prezzi causato dal panico assoluto dei mercati. Senza questo oleodotto, un altro blocco navale di Hormuz significherebbe la paralisi semi-totale delle esportazioni del Regno, con conseguenze apocalittiche sul prezzo del barile. Se poi gli iraniani chiedessero alla loro principale milizia proxy, gli Houthi nello Yemen, di chiudere anche lo Stretto di Bab el Mandeb, il petrolio potrebbe tranquillamente raggiungere picchi di oltre i 200 dollari.

La diplomazia, in questo frangente, è essenziale: i colloqui a Islamabad, capitale del Pakistan, ai quali i diplomatici delle parti in causa sono chiamati a partecipare, rappresentano l’ultima spiaggia prima di una possibile nuova, terrificante escalation.
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