di
Massimo Franco

Il luogo scelto (gli uffici di Mediaset) e la durata del vertice (più di 4 ore) dicono che dentro Forza Italia è iniziata la fase 2

Gli elementi che colpiscono, nell’incontro di venerdì tra i Berlusconi e il vicepremier, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, sono due. Il primo è il luogo poco istituzionale in cui si è svolto: negli uffici di Mediaset, l’azienda tv della famiglia, a conferma dell’ipoteca che Marina e Pier Silvio esercitano sul partito fondato dal padre Silvio. Il secondo è la durata del colloquio: oltre quattro ore, che fanno pensare come minimo a una lunga discussione sulla strategia futura di FI. La presenza dell’eminenza grigia Gianni Letta conferma questa tesi. Se si aggiunge lo sfondo dei cambiamenti «consigliati» nei gruppi parlamentari, si accentua la sensazione che il referendum sulla Giustizia abbia lasciato il segno. 

Forse non si aprirà una fase 2 nel governo, come ha precisato in Parlamento la premier Giorgia Meloni. Ma in quello che ormai viene ritenuto il secondo partito della maggioranza il rivolgimento è in atto. Il fatto che avvenga a un anno dalle elezioni politiche, inserisce un’ulteriore variabile. La forza più moderata della destra, inserita nel Ppe e convintamente europeista, sta subendo una piccola rivoluzione che sembra tesa a riplasmarne l’identità. Il tentativo è di rilanciare FI come perno moderato della coalizione; renderlo più attrattivo nel Nord rispetto a una nomenklatura ritenuta dai Berlusconi troppo «laziale»; e allargare un elettorato deluso sia dall’estremismo filorusso della Lega, sia dalla difficoltà di FdI di emanciparsi dalla sindrome del «nessun nemico a destra»



















































L’operazione si presenta tutt’altro che scontata, però. Finora, Tajani è riuscito a tenere nel recinto di FI voti che sembravano preda degli alleati: in primo luogo di Giorgia Meloni. Ed ha garantito un «tesoretto» elettorale sul quale nessuno era pronto a scommettere. Ma deve essere cresciuta l’impressione che esista una potenziale prateria tra gli schieramenti: un mondo moderato orfano di rappresentanza, che né Carlo Calenda Matteo Renzi sono candidati credibilmente a riempire. È un protagonismo che promette di incidere sui rapporti con Palazzo Chigi. 

La lettura benevola è che provocherà solo un aggiustamento degli equilibri interni. Quella maliziosa accredita una maggiore libertà d’azione nell’alleanza; e la volontà di andare al voto nel 2027 con l’ambizione di crescere oltre le due cifre. La domanda è se questo stabilizzerà la maggioranza, o ne aumenterà le tensioni. È stato un incontro «molto positivo», fanno sapere i Berlusconi per scansare il sospetto di un «commissariamento» di Tajani. Rimane la domanda se con questi scossoni FI guadagnerà o perderà peso.

10 aprile 2026