di
Claudio Mazzone
Al teatro Diana debutta lo spettacolo true crime «Potresti essere tu- il caso Garlasco» del giornalista Giuseppe Brindisi. Sul palco il legale, che arriva accompagnato dall’ex Pg di Napoli Riello, e la Iena De Giuseppe
«Corri che c’è l’avvocato De Rensis. Se ti muovi riusciamo a farci un selfie». Le persone si accalcano davanti al Teatro Diana di Napoli per la prima di «Potresti essere tu – il caso Garlasco», lo spettacolo con il quale Giuseppe Brindisi, giornalista Mediaset, inaugura la sua avventura teatrale nel genere «true crime». Il monologo, che sarà replicato il 4 giugno al Teatro Arcimboldi di Milano, intervallato dagli interventi dell’avvocato di Alberto Stasi, Antonio De Rensis, e della Iena Alessandro De Giuseppe, si propone di «fare luce» sull’omicidio di Chiara Poggi avvenuto a Garlasco il 13 agosto del 2007 e da allora al centro del dibattito pubblico italiano.
L’arrivo di De Rensis
Un’ora prima dell’inizio dello spettacolo, arriva il tanto atteso Antonio De Rensis. L’avvocato di Alberto Stasi da un anno è diventato il volto televisivo dell’unico condannato per l’omicidio di Chiara Poggi. De Rensis, accompagnato dall’ex Procuratore Generale di Napoli, Luigi Riello, si lancia dentro il teatro schivando i primi fan. Curiosi e spettatori spingono sulle porte di vetro per vedere dal vivo i protagonisti televisivi di un caso di cronaca che da mesi riempie giornali, palinsesti televisivi, bacheche social e ora anche i teatri.
All’esterno tra selfie e curiosi
«Quando arriva la Boccellari?» chiede un uomo alla moglie. «Non ci sarà – risponde una ragazza – l’ho vista stamattina in tv. La sostituisce Alessandro De Giuseppe». L’uomo, visibilmente deluso, risponde: «Peccato è la mia preferita, lei sa tutto e c’è da sempre». Intanto arriva De Giuseppe: «Sono una tua fan» dice una signora con il telefonino in mano per scattare un selfie. In pochi secondi, chi era intento a spiare De Rensis dalle porte a vetro, si fionda verso la Iena di Mediaset, che da 10 anni si occupa del caso di Garlasco. De Giuseppe non disdegna, si ferma a parlare. Qualche curioso attratto dalla folla si ferma. «Wow ci sono quelli di Garlasco, Si può entrare?» domanda un ragazzo all’usciere del Diana. Risposta categorica: «Se hai il biglietto sì». Il giovane il biglietto non ce l’ha, si scatta un selfie con la Iena e va via.
L’ingresso
Le porte del teatro si aprono e gli spettatori possono entrare in sala e toccare con mano e con i propri smartphone i volti di un caso che è diventato il più mediatico della storia della cronaca nera italiana. I protagonisti sono infatti in platea e vengono letteralmente presi d’assalto. «Siamo le bambine di De Rensis», grida un gruppo di quarantenni che provano a chiedere una foto. Al navigato avvocato si avvicina una coppia di ventenni. Il ragazzo, stringendo la mano al legale, dice: «La seguiamo da un anno, tutti i giorni». De Rensis ringrazia, mentre la ragazza con gli occhi estasiati afferma: «Se mai dovessi finire in galera so a chi affidarmi».
Il monologo del «dubbio»
Le luci si spengono e le maschere provano a far tornare l’ordine in sala. Brindisi inizia il suo monologo. «Mi chiamo dubbio – mette in chiaro – e proverò a camminare al vostro fianco». La voce scorre e prima di elencare e analizzare i «sette pilastri della sentenza che ha condannato Alberto Stasi», il «dubbio» fa salire sul palco i due ospiti De Rensis e De Giuseppe. Il giornalista Mediaset affronta i temi che da anni fanno dividere avvocati, magistrati, tecnici, scienziati, criminologi, giornalisti, opinionisti, youtuber e spettatori: l’orario della morte; il racconto del ritrovamento del corpo; il lavandino; le impronte; la bicicletta; i pedali; la tempistica dell’aggressione.
Il pubblico
Il pubblico in sala anticipa ogni passaggio. Sono tutti informati, seguono gli sviluppi con le dirette fiume sui social, le trasmissioni televisive dedicate e i settimanali monotematici. Alcuni si confrontano tra di loro mentre «il dubbio» parla. Tra le poltrone è un continuo misurarsi tra esperti che si confermano a vicende la convinzione con cui sono entrati: «Stasi è innocente, lo hanno incastrato». Ad ogni intervento dei due ospiti scrosciano gli applausi e se vengono fatti riferimenti agli investigatori della prima indagine si alza un brusio e qualcuno arriva ad urlare: «Devono passare un guaio».
La fine
È quasi mezzanotte, dopo tre ore di monologo, il Dubbio-Brindisi conclude rivolgendosi agli spettatori. «Alberto Stasi è in carcere da 3772 giorni – dice – quanti tra voi temono che sia in carcere un innocente? Io sono il dubbio e da stasera sono certo di essere anche il vostro dubbio». Le luci si accendono, gli spettatori si fiondano verso gli ospiti del «dubbio» in cerca dell’ennesimo selfie. La sala si svuota. All’esterno De Giuseppe si ferma a discutere con una cinquantina di persone; De Rensis, invece, va via a passo svelto con Luigi Riello.
Tra fan, selfie e racconti, Garlasco, una storia di un crimine efferato e di una vittima che scompare dalla narrazione per lasciare il posto al tifo e ai complotti, più che «potresti essere tu» è l’Italia in tutte le sue distorsioni. Un Paese dove il dibattito pubblico è polarizzato in tifoserie che si autoalimentano di certezze e verità in tasca. Anche chi è entrato nel Teatro Diana per ascoltare il monologo di Brindisi più che con un «dubbio» ne esce con le proprie convinzioni rafforzate, in un esempio classico di pregiudizio di consapevolezza. «Ero già convinta che Stasi fosse innocente e vittima di un depistaggio scandaloso, – dice una donna all’uscita – stasera ho confermato tutte le mie certezze».
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10 aprile 2026 ( modifica il 10 aprile 2026 | 12:01)
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