di
Marta Serafini
La guerra vista da Sidone e dai campi profughi: «Siamo in trappola»
DALLA NOSTRA INVIATA
QASMIEH (LIBANO) – Cinquecento metri al massimo di lunghezza e duecento di larghezza. È quello che resta in piedi del ponte di Qasmieh, ultimo che collega il Nord al Sud del Libano, rientrato in funzione solo ieri. Scorre tranquillo il Litani, gonfio delle piogge degli ultimi giorni ma l’aria di tempesta ancora aleggia mentre un drone israeliano ronza tra le nuvole.
Tra piantagioni di banani e serre di pomodorini, è su questo tratto di strada, unico rimasto aperto tra Tiro e Sidone, che due giorni fa è piombata parte delle centinaia di missili israeliani dell’Operazione Oscurità Eterna.
Sottili le speranze di una tregua ma sempre più sottile è anche il filo che lega il Nord e il Sud del Libano. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), la distruzione di ponti chiave ha «gravemente compromesso la circolazione e l’accesso umanitario». Ma non solo. «Ha isolato interi distretti, lasciando senza via d’uscita oltre 150.000 persone e limitando gravemente l’accesso umanitario».
«Benvenuti sul ponte dell’amicizia», recita la targa inaugurale scritta in russo e in arabo. Era il 2006 quando, alla fine della seconda guerra israelo-libanese, Mosca decise di donare la parte del passaggio in ferro che fino a tre giorni fa correva parallela a quella in pietra ai libanesi. Un regalo, a testimoniare la vicinanza del Cremlino al mondo sciita.
Avanti veloce di 20 anni, gli attori come carte nel mazzo sono sempre gli stessi ma le guerre che hanno generato si sono moltiplicate. Cambiano gli equilibri, cambia la partita e di presenza russa in questa parte di mondo ne è rimasto ben poco. Chiusa è anche la strada che rifornisce le milizie del Partito di Dio dalla Siria dopo la caduta di Bashar Al Assad, altro alleato dell’Asse. Ma Israele accusa: il passaggio sul Litani serve a Hezbollah per muovere ancora armi. Un pretesto per espandere la propria influenza oltre la linea degli accordi di fine 2024 dietro la quale avrebbe dovuto ritirarsi i miliziani? Rimossi i detriti di metallo del ponte dell’amicizia dalle Laf (le forze armate libanesi), ferme nel silenzio restano le due bandiere, quella libanese e quella della Federazione russa.
Poco più avanti si agitano invece i drappelli gialli di Hezbollah. E nervoso si aggira Ahmed davanti alla pompa di benzina. «Me ne voglio andare, ho paura, sono sicuro che gli israeliani bombarderanno di nuovo. Oggi sono venuto ad aprire solo perché me l’ha chiesto il proprietario ma per favore non fate foto», dice. Difficile dire cosa succederà a Washington martedì quando si discuterà del destino del Libano. E ancora più imprevedibile immaginare i risultati dei colloqui a Islamabad, legati a doppio filo allo stato della tregua anche in questo angolo di mondo. Prova a stare in bilico quello che resta del ponte di Qasmieh, insieme a tutto il resto. «Venivamo da Nabatieh, lì è un inferno vero», si limita a dire uno dei pompieri che ha fermato il suo carro per fare il pieno.
Più giù, in direzione di Tiro, il panorama si fa ancora più spettrale. Ai bordi della strada, la carcassa di un auto, poco più avanti quella di un motorino centrato da un drone. Difficile non immaginarci sopra una vedetta del Partito di Dio. In giro non c’è un’anima, ormai. Le coltivazioni sono ferme. E gli aiuti verso sud passano come fili nella cruna dell’ago.
A scortarli i convogli di Unifil ma non sono rari i casi in cui anche i caschi Blu finiscono sotto il fuoco, come successo anche al contingente italiano. Al baracco del caffè, Baha e Madi, due ragazzi palestinesi che vivono nel campo profughi vicino, non sembrano troppo preoccupati.
«Abbiamo sentito i boati sul ponte». Ma non avete paura colpiscano di nuovo? «Certo e se dovesse capitare rimarremmo in trappola». Dieci chilometri più a nord, a Sidone, rassegnato sembra anche Osama. Si aggira vicino ai resti della moschea di Al Zahra, unico simbolo sunnita della cittadina a maggioranza sciita centrato da un missile tre giorni fa. Gli operatori della protezione civile raccolgono qualcosa da terra. «Sono i resti delle dita di tre donne morte. Erano amiche di mia moglie. Erano venute a farsi la doccia al centro sfollati qui vicino perché nel nostro villaggio non c’è più acqua».
10 aprile 2026
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