di
Paolo Tomaselli
L’attaccante nerazzurro: «Dopo la Bosnia ero sotto terra. Non scappo dalle responsabilità: ne tirerò altri. Lo scudetto? Siamo fiduciosi, ci crediamo»
Lautaro si ferma di nuovo. Pio Esposito, tocca anche a lei non farlo rimpiangere: c’è qualcosa del Toro che vorrebbe avere?
«Lui è molto completo, ma quello che ti emoziona è la sua cattiveria, la sua passione, la fame che ha: anche in allenamento gioca come fosse la finale del Mondiale».
Lei sa essere «cattivo»?
«Il sangue del rione Cicerone di Castellammare di Stabia credo di portarlo sempre con me: la famosa cazzimma mi ha portato qui, dalla B alla Champions. Ci vuole tanto coraggio per non buttarsi giù e far vedere che ci stai».
Per uno che si è trasferito a Brescia quando aveva 6 anni, tutto il resto è più facile?
«All’inizio piangevo ogni notte per tornare a casa. Ero un bambino con molta rabbia, irascibile, sia a scuola che in campo. Poi mi sono ambientato benissimo, cambiando radicalmente».
È severo con sé stesso?
«Faccio molta autocritica, riguardo la partita, gli errori e mi rimprovero. Ma credo sia positivo. Penso di aver vissuto finora questo primo anno con grande calma e equilibrio. E sono molto contento perché il salto è stato gigantesco».
I tifosi avversari pensano che sia pompato dai media.
«C’è esagerazione, sia nel bene che nel male. Sono un ragazzo di 20 anni che arriva dalla B, a cui nessuno ha regalato nulla, che sta facendo bene nella sua prima stagione all’Inter, ma che non ha fatto ancora niente per scomodare certi paragoni. Io non ho colpe però: non ho mai detto di essere un fenomeno o di valere 100 milioni. Sono solo uno che dà il massimo tutti i giorni».
Come si è sentito a Zenica dopo il rigore sbagliato?
«Ho fatto fatica a metabolizzare subito la delusione. Avevo lo sguardo fisso in un punto e non riuscivo a capire cosa fosse successo, ero sotto terra. Il primo pensiero è di aver deluso i compagni, le persone a casa, gli amici, la famiglia. Rigori ne calcerò ancora, ne segnerò e qualcuno lo sbaglierò: quel giorno ero convinto di prendermi la responsabilità di tirare per primo, mi sentivo sicuro, poi è andata male».

C’è una lezione nel ko?
«Ho visto una squadra che ha dato l’anima, per la maggior parte con un uomo in meno, creando diverse occasioni. Non è bastato e non basta: l’Italia ha l’obbligo di andare ai Mondiali, bisogna prendersi la responsabilità».
Dicono che lei sia un giovane «vecchio». Anche queste parole lo dimostrano.
«Nel calcio è un complimento: credo sia per la mia serietà, la professionalità e l’impegno che ci metto sempre. Con l’approccio giusto»
Gestisce da solo la pressione del mestiere?
«Da qualche mese lavoro con uno psicologo dello sport: mi sfogo, mi dà consigli pratici. Mi aiuta molto e mi piace approfondire».
Pisacane, tecnico del Cagliari, ha detto di aver studiato la Generazione Z «che vive di applausi e pochi rimproveri». Che ne pensa?
«Lui è molto più informato di me, ma credo che sia soggettivo. Mi ritengo fortunato ad avere fatto i due anni a Spezia in B: nel primo ho fatto molta fatica, ho subito il salto dalla Primavera, ho segnato solo 3 gol e ci siamo salvati all’ultima giornata».
È stato il bivio della sua carriera?
«Rischi di perdere la sicurezza in te stesso, ma sta a te avere la forza di reagire e ritrovarti. Devo ringraziare il tecnico Luca D’Angelo: il gol salvezza al Venezia all’ultima giornata è stata la mia svolta. E ho rinunciato a un ingaggio migliore alla Samp per continuare con chi aveva creduto in me: credo sia stata la scelta migliore della mia vita».
Dicono che lei assorbe tutto e che sia impossibile volerle male. Che ne pensa?
«Apprendere il più velocemente possibile i consigli dei compagni e dello staff fa parte dell’approccio al lavoro di cui parlavo, che forse è la mia vera forza. Poi per stare a livello di certi campioni il lavoro è l’arma principale».
Dopo il 5-2 alla Roma il giorno di Pasqua siete ottimisti per lo scudetto?
«Ci voleva una prova convincente come quella, oltre alla la vittoria. C’è ottimismo e ci crediamo al massimo».
Ha un flash, un aneddoto che ci fa capire il suo legame con Chivu?
(Prende lo smartphone) «Questa foto, in cui festeggiamo un mio gol nel derby Under 14, vinto 3-1: fa capire da quanto tempo ci conosciamo. Gli devo tanto per la fiducia che ha avuto in me, anche questa estate».
Con un altro allenatore sarebbe rimasto all’Inter?
«Non posso saperlo, forse sarebbe stato più complicato. Di sicuro Chivu ha una propensione speciale verso i giovani e mi conosceva già».
Sarà il «cocco» della mamma, visto che è il più piccolo della famiglia?
«Quello è sempre stato mio fratello Salvatore (il maggiore che gioca alla Samp, Seba invece è a Cagliari ndr)».
Sua sorella Annamaria che peso ha avuto nella sua crescita?
«La sento ogni giorno. L’ho sempre vista come una seconda mamma e mi ha aiutato in tutto: dalle cose scolastiche, visto che poi è diventata anche maestra, ad altre problematiche in famiglia».
Nel tempo libero gioca con la playstation o dorme sempre come fa Thuram?
«No, anzi dopo le partite non dormo proprio, a causa dell’adrenalina. Sto con le persone a cui voglio bene, non gioco alla playstation e ora ho iniziato un corso di inglese: ci tengo a migliorarlo».
La scuola le piaceva?
«Ero molto bravo alle elementari e alle medie, poi il calcio ha pesato di più, ma mi sono diplomato geometra, anche se la mia materia preferita è sempre stata la geografia. Bestia nera? La matematica: non ci ho mai capito niente. Zero».
Da piccolo sognava di fare il poliziotto come Calhanoglu?
«No, ho sempre voluto fare il calciatore e ho esaudito il primo sogno. Adesso devo inseguire tutti gli altri».
11 aprile 2026 ( modifica il 11 aprile 2026 | 07:08)
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