di
Paola Di Caro
Pellegrino, al tavolo ieri, vaglia i curriculm per individuare i volti nuovi che la famiglie Berlusconi pretende
C’è chi maliziosamente osserva quanto sia «anomala» la sede dell’incontro: «Cologno Monzese, l’azienda. Come a far capire chi comanda…». Ma al di là della logistica, il vertice fra il segretario Antonio Tajani, Gianni Letta e i due figli di Berlusconi Marina e Pier Silvio, alla presenza anche di Danilo Pellegrino, ad di Fininvest, che sta portando avanti una sorta di scouting con tanto di curriculum per individuare le «facce nuove» che la famiglia pretende, è in effetti lontano dalla «normalizzazione» del partito che il segretario azzurro sta tentando di fare. E che comunque ha permesso a Forza Italia di non franare dopo la morte del Cavaliere, e di arrivare addirittura al 9%, in un periodo di vacche magre per il centrodestra.
È tutto anomalo perché ribadire «la completa fiducia» da parte dei figli di Berlusconi a un segretario eletto in regolare congresso all’unanimità — il più alto esponente azzurro al governo — significa che molto altro non c’è ancora da comunicare. Insomma, così pare di capire nonostante le bocche ufficialmente cucite. Non sono bastate nemmeno quattro ore di colloquio per arrivare a risposte certe alle due grandi domande: chi sostituirà, come ormai pare obbligato, Paolo Barelli come capogruppo? E che fine faranno i congressi regionali che vedono in molte regioni contrapposte le varie anime del partito?
La linea per il momento è cercare di far «decantare, prendersi il tempo necessario per evitare rotture», così hanno consigliato i figli di Berlusconi e così si sta muovendo in queste ore Tajani. Il segretario non può dare l’impressione che tutto venga stabilito nella sala riunioni di un’azienda. Qualunque cosa si decida, deve comunque confrontarsi con i gruppi parlamentari, con gli organi di partito, con i singoli in ballo in questa guerriglia che vede solo una persona salda al comando, lui stesso, da tutti giudicato intoccabile fino alle elezioni.
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Però non si può nemmeno tenere Paolo Barelli sulla graticola: o lo si conferma (difficilissimo), o gli si trova un altro ruolo. Una cosa è certa: Tajani non accetta che esponenti dell’ala più vicini alla famiglia — come Bergamini, Mulè, Cappellacci, Cattaneo — diventino capigruppo. Lui punta su Costa, dicono, che però paga il fatto di essere stato eletto con Azione, e anche deputati non ostili a Tajani ammettono che «promuovere lui significherebbe dire che gli altri 50 deputati non valgono niente…».
Insomma, una soluzione pronta che vada bene a tutti ancora non c’è. Anche perché, va ricordato, il capogruppo di fatto è colui che gestisce i soldi veri, quelli che arrivano ai partiti dai rimborsi elettorali.
Stesso problema per i congressi. È vero che nelle regioni dove più forte è lo scontro (Sicilia, Basilicata, Puglia, Lombardia, Campania, Abruzzo, Sardegna) si potrebbe prendere tempo per ragionare, cercare una soluzione unitaria mentre si svolgono gli altri congressi, ma anche qui le decisioni vanno prese e poi ratificate dagli organi di partito. Che dovranno anche stabilire se rimandare il congresso nazionale previsto per fine legislatura a dopo le elezioni, magari per aprire dopo le Politiche una fase nuova.
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11 aprile 2026 ( modifica il 11 aprile 2026 | 09:35)
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