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Simone Canettieri e Marco Galluzzo
Il mancato rinnovo del manager al vertice di Leonardo. Nel governo: «Si è preso troppe libertà e alla fine si è rotto il rapporto di fiducia con il presidente del Consiglio»
«Nessuno mi ha avvisato che non sarei stato rinnovato, nessuno mi ha ancora chiamato per darmi spiegazioni». È la versione di Roberto Cingolani, l’ormai quasi ex amministratore delegato di Leonardo. Uscirà il prossimo 7 maggio dopo l’assemblea dei soci, così sta rispondendo agli amici. Senza fare drammi, ma con la «curiosità» di capire i motivi, «seppur formalmente legittimi e insindacabili», che hanno portato il governo — che lo aveva scelto nel 2023 — a non rinnovarlo. Una decisione abbastanza clamorosa in questa partita di nomine.
Le ragioni
Cingolani parlando al suo staff «in queste ore di trepidazione più che di amarezza» immagina che dietro alla scelta «ci sia altro». Altro al di là «dei più che buoni risultati scientifici, tecnologici ed economici» raggiunti da Leonardo sotto la sua guida, ragiona. Ma qui si ferma, anche con i confidenti più intimi: non cerca polemiche d’addio, entrerà nel merito «quando avrà tutti i dati». D’altronde sempre uno scienziato resta…
Da Palazzo Chigi però filtra una versione più netta sulla «defenestrazione» dello scienziato che Beppe Grillo volle ministro nel governo Draghi. Nelle stanze del governo, anche se in modo ufficioso, la mettono giù così: «Cingolani è un ottimo manager, ma si è preso troppe libertà e alla fine si è rotto il rapporto di fiducia con il presidente del Consiglio».
Le nomine
Scavare di più, negli uffici di fronte a piazza Colonna, significa avere riscontri di diverso tipo. In primo luogo i «metodi»: Leonardo Mariani, manager interno che oggi diventa ad della multinazionale, e che con Cingolani era condirettore generale, secondo questa ricostruzione era stato «estromesso» dall’azienda, tanto che l’anno scorso era rientrato in Mdba.
Alessandra Genco, direttore finanziario di un’azienda che fattura quasi 20 miliardi di euro, sostituita quattro mesi fa senza troppe formalità, con il direttore finanziario di Telespazio, che fattura quasi 30 volte meno. Helga Cossu, giornalista, ex volto di Sky news, direttore generale delle Fondazioni Ets e Ansaldo, arrivata ad avere deleghe che hanno fatto storcere il naso non solo dentro l’azienda. Dal protocollo al cerimoniale, alla gestione degli eventi, alla Cossu – da pochi giorni anche Direttore della Comunicazione – sarebbe stato affidato troppo potere e un budget diventati un caso anche a palazzo Chigi.
Le deleghe
La lista delle doglianze è lunga, compresa la sostituzione del generale Stefano Grassi, ad di Leonardo Global Solutions (LGS), alla guida di una società di committenze con un fatturato di circa 3 miliardi di euro. Con buona parte delle deleghe non affidate ad un altro manager, ma aggiunte a quelle di Filippo Maria Grasso, direttore degli Affari Istituzionali: a quanto pare in troppa fretta e producendo molti nemici, interni e esterni.
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Poi alcune scelte industriali: in primo luogo quel gap sui droni che è stato appaltato ad una joint venture con i turchi. E alcune scelte strategiche che non avrebbero agevolato la collaborazione con gli Stati Uniti.
A Palazzo Chigi, la mettono giù in modo netto: «Sono state fatte scelte anche dannose per la premier, un Paese del G7 che investe di più sui carri armati rispetto ai droni, e in sostanza li subappalta, mette in difficoltà il peso strategico del Paese e non è proprio una scelta lungimirante visto che oggi le guerre si combattono con i droni».
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11 aprile 2026 ( modifica il 11 aprile 2026 | 08:13)
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