di
Roberta Scorranese
Cento anni fa moriva il pittore delle ninfee. Che non si arrese mai davanti all’impossibilità di catturare il bagliore dell’acqua o la bruma dell’alba
Claude Monet moriva un secolo fa, il 5 dicembre del 1926. Tumore al polmone, quasi un contrappasso beffardo che andava a colpire l’organo deputato alla respirazione, la centrale di controllo dell’aria: quell’aria che da sempre era stata il suo strumento principale, assieme ai pennelli e alla tavolozza leggera, adatta per dipingere en plein air.
Morì nella Normandia che aveva scelto come ultimo approdo di una «fuga senza fine», costantemente alla ricerca di nuovi paesaggi, nuovi corsi d’acqua, orizzonti liquidi, cioè di quegli scenari dove l’aria (appunto) potesse colorarsi di nuovo e farsi trovare pronta per una nuova pennellata.

Giverny, il teatro delle ninfee, il posto dove l’artista si perse negli ultimi anni, in un esercizio di costruzione e decostruzione del reale, coltivando il giardino che aveva negli occhi sin da ragazzo («quando ero giovane e infelice», dirà) e, al tempo stesso, disperdendolo in bagliori, riflessi, luccichii dell’aria. Ancora prima, Argenteuil, un piccolo villaggio che si allunga sulla riva destra della Senna, ancora acqua, ancora aria, ancora riverberi di una natura inseguita per tutta la vita, come un richiamo invisibile e potentissimo.

Sarà in un borgo d’acqua, a Vétheuil (lungo le rive della Senna, nel dipartimento della Val-d’Oise) che si consoliderà il secondo grande amore della sua vita, quello per Alice, la donna che prenderà il posto di Camille, cioè di colei che il pittore dipinse in punto di morte, restituendoci una creatura che sembra perdersi in un corso d’acqua.
Se ancora oggi, a cento anni dalla morte, parliamo ancora di Monet e ci lasciamo incantare dai suoi paesaggi che sembrano sgretolarsi nella luce, il motivo sta proprio in questo dualismo nel quale si è mosso sin da quando, diciassettenne, cominciò a ritrarre abitanti e case di Le Havre, dove era nato e dove aveva frequentato le scuole. Voleva fare l’artista ma non aveva ben chiaro il suo «fuoco»: nella seconda metà dell’Ottocento in Francia si affermava il realismo — impersonato da Gustave Courbet — ma, prima ancora, Claude venne stregato dagli artisti come Corot e Rousseau, inamovibili avversari del disegno accademico.

Prima ci fu il realismo. Negli anni Trenta dell’Ottocento, in Francia, si diffuse una corrente artistica che cercava ispirazione all’aria aperta, in campagna, rappresentando una realtà popolare, primigenia, non idealizzata. La cosiddetta «Scuola di Barbizon», dal nome di un villaggio ai margini della foresta di Fontainebleau, tracciò un solco che in qualche modo andava contro i dettami dell’accademia, ancorata a una pittura in studio, formale, celebrativa e spesso pomposa.

Uno di questi artisti, Jean-François Millet, fu tra i primi del suo tempo a dipingere soggetti di umile estrazione sociale, come le spigolatrici. Questa inclinazione a raccontare una realtà autentica farà da cardine anche alla corrente realistica, intorno alla metà del secolo: Gustave Courbet (quello de L’origine du monde) dipinge Gli spaccapietre e più tardi un altro Gustave, Caillebotte, ritrae i Piallatori di parquet, la prima (o una delle prime) raffigurazione del proletariato urbano. Non si può capire Monet se prima non si volge lo sguardo all’indietro, alla ricerca di questo contatto profondo con il «vero», con la natura o con le figure umane messe al centro.
Così, poco per volta, inseguendo borghi d’acqua e luoghi boscosi come Chailly-en-Bière, nel cuore della foresta di Fontainebleau, Monet comprese che per arrivare all’«impressione» non poteva eludere il reale, la figura, la concretezza della materia. Bensì, doveva coglierlo nelle pause della non-presenza, esattamente come fanno i nostri occhi quando catturano il riverbero dell’acqua nella luce. È un cambio di paradigma, una rottura concettuale rispetto al disegno accademico e al figurativo: l’impressionismo non elude la forma, ma la «guarda» con un occhio che sembra essere ubiquo, perché cattura ogni aspetto del reale.
È così che nascono le grandi opere di Monet: dallo sguardo sulla cattedrale di Rouen, vista in giorni e orari differenti. È così che nascono i covoni di grano, laddove i mucchi di paglia smettono di essere solo questo e diventano soggetti capaci di assorbire la luce. Il piccolo miracolo di Claude Monet è questo: ha trasformato le cose in «emanazioni del mondo». Ed è arrivato, quindi, a dipingere il nulla, cioè il bagliore o il riflesso.
11 aprile 2026
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