L’attrice sarà a Cannes con «Roma Elastica», una coproduzione italo-francese diretta dal regista Bertrand Mandico: «Mi aveva scritto una lettera»

Avvolta nella sua sensualità morbida, Isabella Ferrari si racconta. E’ la portabandiera dell’Italia a Cannes. Il festival più importante del mondo non ha nostri film nelle principali sezioni (manca ancora la Quinzaine, ma insomma.). Non accadeva dal 2016.
Lei in che film è?
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Roma Elastica, una coproduzione italo-francese. Il regista Bertrand Mandico mi ha scritto una lettera di ammirazione, ha detto di avermi scelta in quanto icona del cinema italiano. La protagonista è Marion Cotillard, nel ruolo di un’attrice impegnata sul set del suo ultimo film. La storia è ambientata negli Anni 80 ed è un tributo ai nostri maestri del cinema, a cominciare da Fellini».
L’unico «tributo» all’Italia, visto che…
«A Cannes non c’è l’Italia, ed è una notizia che non ha bisogno di tante parole, si commenta da sola, è imbarazzante. Mi dice che al festival ci sono 50 paesi rappresentati, tra cui per la prima volta, il Costa Rica.Cosa posso aggiungere?».
La sottosegretaria Borgonzoni a Berlino (anche lì vuoto assoluto dei nostri registi), ci disse che i produttori avevano puntato su altri grandi festival. Ma quali, se non Cannes?
«A Cannes abbiamo sempre avuto presenze importanti e riconoscimenti. Forse manca il coraggio di sperimentare, o forse non erano pronti i film. Lo scorso anno Le città di pianura che è un piccolo film andò a Un certain regard, ora è in testa alle candidature dei David di Donatello. L’unica presenza italiana è per il nostro film coprodotto dalla Francia. E’ visionario, sfida le convenzioni e le commercializzazioni, combina realismo magico e surrealismo. Io interpreto un’attrice, ma non posso dire di più».
L’Italia non trova un euro di finanziamento pubblico per il documentario su Giulio Regeni.
«Ben vengano i film che incassano, ma credo che il denaro pubblico debba andare prima di tutto a chi sperimenta, a quelli che faticano a trovare pubblico. Un paese che non investe nella propria identità cinematografica è un paese che rinuncia a raccontarsi la mondo. Merita rispetto la famiglia Regeni. Quanto è stata dignitosa quella famiglia nel suo dolore. Penso a quanto sia ingiusto non poter approfondire la sua storia. La storia di un giovane ricercatore italiano morto ingiustamente».
Che momento è della sua vita?
«Sono onorata che una donna della mia età sia legata a un brand sulla bellezza, e ho sfilato con cinquanta star internazionali, da Jane Fonda a Andie MacDowell e Gillian Anderson. Dentro di me cerco sempre la pepita d’oro, un regista con uno sguardo originale. La curiosità non mi abbandona. Ho girato tre film diversi tra loro, Mondico, Pupi Avati e il mio primo film americano, una commedia della Universal, You, Me & Tuscany, con Halle Bailey e Regé-Jean Page, dove interpreto me stessa, una donna che accoglie tutti, solare, juicy, succosa, mi diceva la regista Kat Coiro».
Le manca il sogno americano?
«Una volta Marthe Keller, mentre giravamo in Francia, mi disse di fare il provino per L’avvocato del diavolo, con Al Pacino. Il mio inglese di allora mi fregò. Il sogno si ruppe quel giorno. Mi è bastato fare buoni film italiani, e la Francia mi ha sempre bene accolta».
Lei a Cannes andò due volte per Sorrentino.
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Parthenope e prima per La grande bellezza. Eravamo un bel gruppone simpatico. Ricordo Carlo Verdone, con cui parlavo sempre e solo di medicinali. Avevo il copione in mano, gli chiesi della pillola che mi aveva consigliato tempo prima per domare l’ansia di un lungo volo aereo. Carlo non mi fece quasi finire la frase, disse: Serpax da 15 milligrammi. Fu l’unica parola che mi appuntai sul copione della Grande bellezza. Di Cannes ricordo alcune recensioni non positive uscite prima del tappeto rosso. Se penso al cammino che ha fatto quel film».
Capitolo bellezza
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Mi ha dato tanto e in parte m’ha tolto tanto, è stata un elemento di forza per la mia carriera, ma ho dovuto convivere con i pregiudizi, di uomini e donne, perché di una bella ci si fida poco. Non mi sono mai abbandonata a una caduta o a un’euforia. Sono piuttosto neutra sulle questioni professionali. La vita è più grande e complessa. Di questo ho parlato con Pupi Avati prima di girare Nel tepore del ballo».
Che film è?
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Classico, un cinema di sentimenti. Tutti gli attori italiani hanno lavorato con Pupi, mancavo io. Recito completamente struccata il ruolo di una ex di tutto: ex bella, ex alcolizzata, ex moglie (di Massimo Ghini). Una donna che ha perso tutto, umiliata, non più amata. Come puoi non fare un ruolo del genere?».
Non dà l’idea di avere rimpianti.
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Impossibile non averne. Ai David di Donatello sono stata candidata due volte, per Un giorno perfetto di Ozpetek con cui avevo vinto a Venezia il premio della critica non fui nemmeno candidata. Quella volta sì, ci sono rimasta male. Ma piedi per terra e via».
Da cosa dipendono i piedi per terra?
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Sono legati al mondo contadino da cui provengo. La nostalgia per la vita di campagna, vicino a Piacenza, è presente in me. Sono cresciuta in un borgo di tre case dove l’unico svago era la parrocchia. Ricordo le balle di fieno, la legna. Qualcosa di magico e di opprimente. La memoria dell’infanzia dura tutta la vita. Sono incredibilmente serena, ma devastata e impaurita per il futuro da tutto quello che succede nel mondo».



















































11 aprile 2026