di
Danilo di Diodoro
Una recente storia pubblicata dal «New York Times» ha riportato l’attenzione sulle distinzioni da operare fra queste condizioni
Persone diagnosticate in stato vegetativo che a un certo punto sembra diano segnali di contatto con l’ambiente circostante. È una notizia che di tanto in tanto ricorre nei media, e in effetti il fenomeno può apparire impressionante e sollevare angosciosi dubbi soprattutto nei familiari di quelle persone. Proprio in questi giorni il New York Times ha dedicato un lungo articolo al fenomeno, intitolato Vegetative Patients May Be More Aware Than We Knew ( I pazienti in stato vegetativo potrebbero essere più consapevoli di quanto pensassimo). L’articolo prende spunto dalla vicenda di un paziente di nome Aaron Williams, al quale dopo un arresto cardiaco era stato diagnosticato uno stato vegetativo persistente. A un certo punto del decorso, sua moglie Tabitha lesse un articolo di giornale che riportava studi secondo i quali alcuni pazienti in stato vegetativo sembrava avessero manifestato segni di contatto con l’ambiente circostante e fossero risultati in grado di rispondere a semplici comandi. A quel punto lei iniziò ad avere dei dubbi sul fatto che anche suo marito potesse trovarsi nella medesima condizione.
Ma è davvero possibile che chi è in uno stato vegetativo possa essere parzialmente cosciente? Per potersi orientare correttamente è innanzitutto necessario chiarire le definizioni dei vari stati possibili di coscienza negli esseri umani. Si può iniziare dicendo che ovviamente esiste uno stato di coscienza normale di riferimento, di cui tutti facciamo esperienza, quello in cui la persona è sveglia e cosciente di sé stessa e dell’ambiente circostante, risponde in modo coerente e appropriato agli stimoli, ed è capace di un comportamento intenzionale.
All’estremo opposto c’è la condizione di coma, uno stato acuto e spesso instabile, nel quale la persona non è consapevole, non è mai in stato di veglia, tiene gli occhi chiusi, non è in grado di fornire risposte intenzionali, sebbene possa avere alcuni riflessi attivi, come ad esempio il riflesso corneale (chiusura dell’occhio allo stimolo meccanico della cornea).
Esiste anche un altro termine da tenere presente, il cosiddetto coma dépassé, oggi ridefinito “morte cerebrale”, uno stato di coma irreverbile irreversibile, senza nessuna attività cerebrale, nessun riflesso del tronco encefalico, nessuna respirazione autonoma. È la condizione che deve essere diagnosticata per poter consentire l’espianto di organi.
Tra lo stato di coscienza normale e lo stato di coma esistono altre condizioni patologiche, per così dire intermedie: lo stato vegetativo e lo stato di minima coscienza, ed è molto importante poterle distinguere adeguatamente.
Lo stato vegetativo è detto oggi anche «sindrome della veglia non responsiva» ed è caratterizzato dal fatto che il paziente può essere in uno stato di veglia, anche a tratti ad occhi aperti, con un ciclo sonno-veglia, ma senza nessuna evidente coscienza di sé e dell’ambiente circostante. Tuttavia può mostrare risposte riflesse a stimoli e vocalizzi non intenzionali che possono anche essere interpretati in maniera eccessivamente positiva dai familiari. Ma chi è in stato vegetativo non mostra mai comportamenti volontari o finalizzati.
Lo stato di minima coscienza è invece una condizione in cui il paziente può essere in stato di veglia e mostra una consapevolezza ridotta e fluttuante, con segni minimi ma chiari di coscienza, ad esempio può seguire uno stimolo visivo con lo sguardo, rispondere a comandi semplici, anche in modo incostante, può compiere alcuni gesti intenzionali e avere delle reazioni emotive appropriate. Quindi il suo comportamento può essere intenzionale anche se in maniera intermittente.
Chiarite queste definizioni, la questione fondamentale è l’accuratezza della diagnosi differenziale tra stato vegetativo e stato di minima coscienza.
Se in un paziente vengono rilevati anche in maniera intermittente gesti intenzionali e risposte finalizzate è evidente che non si trova o non si trova più in uno stato vegetativo. La difficoltà di diagnosi differenziale tra queste due condizioni potrebbe spiegare come mai di tanto in tanto i media riportino casi di persone diagnosticate in stato vegetativo che avrebbero iniziato a mostrare segni di risposta all’ambiente circostante. La questione si è molto complicata con l’arrivo di tecniche diagnostiche sofisticate finalizzate allesplorazione di possibili elementi di coscienza in pazienti in stato vegetativo.
Nel 2006 il gruppo di Adrian Owen, professore di Cognitive Neuroscience and Imaging in the Departments of Physiology & Pharmacology and Psychology at the University of Western Ontario, in Canada, pubblicò sulla rivista Science un articolo nel quale chiedeva a un paziente diagnosticato in stato vegetativo di immaginare di giocare a tennis o di visitare una camera della sua casa, per tentare di cogliere le eventuali reazioni cerebrali con la Risonanza magnetica funzionale. In uno studio successivo, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2010, la tecnica fu applicata a 54 pazienti in stato vegetativo, ai quali fu chiesto di immaginare di giocare a tennis per dire “sì” e di essere a casa per dire «no». Solo cinque di questi pazienti risultarono in grado di modulare la propria attività cerebrale in maniera apparentemente volontaria. Test addizionali mostrarono che tre di questi pazienti davano segnali di possibile coscienza, e solo uno di loro sembrava rispondere a domande specifiche, sempre esclusivamente attraverso modifiche dell’attività cerebrale.
Quindi quello che sta accadendo è che quanto più le tecniche di esplorazione dell’attività cerebrale diventano sofisticate, tanto più diventa possibile rilevare segni di minima coscienza in alcuni pazienti nei quali non erano precedentemente stati rilevati. Di conseguenza la questione dell’eventuale presenza di una qualche forma di consapevolezza in persone diagnosticate in stato vegetativo è sempre più complicata e comprensibilmente angosciante per i familiari. E c’è anche da tenere presente che sono possibili delle transizioni cliniche dallo stato vegetativo allo stato di minima coscienza, ossia un paziente può passare dalla prima alla seconda condizione, soprattutto in casi specifici, come quando il danno è conseguente a un trauma, il paziente è giovane e lo stato vegetativo dura ancora solo da alcune settimane o al massimo da mesi. Una transizione che ovviamente è molto importante riuscire a cogliere.
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11 aprile 2026
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