di
Greta Privitera
Nelle strade e nei bar di tutto il Pakistan c’è eccitazione per l’«evento storico»: un incontro a così alto livello tra Teheran e Washington non avveniva da 46 anni
DALLA NOSTRA INVIATA
ISLAMABAD – Il Serena Hotel lo si scorge da lontano, come un miraggio di lusso in bilico tra il quartiere diplomatico e quello governativo. La strada che conduce all’ingresso sfarzoso è illuminata a giorno e ricorda Las Vegas. Tanto che tra le palme del giardino spunta una fontana. «All’interno ci sono sei ristoranti», dice fiero Arsalan Khalid, un giornalista di Islamabad. Cinese, pachistano, libanese, marocchino, piatti barbecue, e una pasticceria che — giurano — fa sognare. L’hotel più bello del Pakistan, «cinque stelle» dicono, «ma non provate ad avvicinarvi», intima la polizia, armata fino ai denti, che ha scortato la delegazione dei giornalisti esteri con un furgone con scritto dietro «no fear», «senza paura», in bianco bomboletta, come un graffito.
Non ci fanno avvicinare perché in quelle stanze climatizzate si trovano le delegazioni iraniana e americana, decine di uomini che da cinque settimane tengono il mondo col fiato sospeso e che stanno provando a cementare un friabile cessate il fuoco. «Che orgoglio», sospira Risham Raqeeb, una ragazza dell’ufficio del ministero dell’Informazione.
Più che per la pace, qui esultano per il ritorno sulla scena mondiale del loro Paese, il Pakistan, ricordato più per le sue piaghe nazionali, terrorismo in testa. E il fatto che ci sia JD Vance li manda in delirio: il secondo uomo più potente d’America, atterrato a Islamabad. Non per chissà quale filoamericanismo, anche perché, spiega una fonte, durante questa guerra la maggioranza dei pachistani ha parteggiato per l’Iran, condannando Israele — e con esso gli Stati Uniti — per quel che combina in Medio Oriente.
È un riflesso allo specchio, questa felicità: i nomi grossi della scena mondiale buttano un po’ di luce sul Pakistan, finalmente. Le strade delle zone che contano sfavillano di cartelli al neon con su scritto «Iranian talks», mentre polizia e mitra si moltiplicano nei checkpoint perché «la sicurezza è tutto». Lo scorso anno, qui è stato record di terrorismo. Lo dice Raqeeb, con un velo di tristezza. Questa giovane che ha studiato in America e ha scelto di tornare nella sua Islamabad abbracciata dalle montagne, spera che questi tavoli pachistani portino qualcosa di positivo per tutti. Le fonti informate non hanno molta fiducia. Gli iraniani sono diffidenti, e agli americani non ci credono più. Qui, sono atterrati tutt’altro che sereni. Il capo delegazione Mohammed Ghalibaf, appena arrivato, ha postato sul suo profilo X la foto dell’aereo che l’ha portato in Pakistan: sui sedili, i volti dei bambini uccisi nel raid americano del 28 febbraio, nel primo giorno di guerra. Sono i piccoli della strage di Minab, la più sanguinosa del conflitto. Un messaggio chiaro a Donald Trump: non dimentichiamo.
11 aprile 2026
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