Non c’è pace per Guernica di Pablo Picasso. Una delle opere d’arte più politiche, politicizzate, discusse e contese del ventesimo secolo, continua a generare tensioni. Dopo una vita in esilio, sballottato, ridicolizzato o venerato, finalmente tornato in Spagna nel 1980, e dal 1992 – indicativo anno delle Olimpiadi di Barcellona e dell’Expo di Siviglia – conservato al Reina Sofia di Madrid, Guernica continua a essere fonte di litigi. Un fatto assurdo, come sono spesso le azioni degli esseri umani, se si pensa che Picasso dipinse il gigantesco arazzo con il chiaro intento di denunciare l’orrore della violenza e della guerra. Un inno alla pace, quindi. Un auspicio alla concordia contro l’odio e la barbarie delle distruzioni. E invece l’opera è di nuovo al centro di una ennesima concione. Stavolta (e non la prima come vedremo) se lo contendono Madrid e i baschi di Bilbao, che lo vorrebbero in prestito per esporlo al Museo Guggenheim dal 1° ottobre 2026 al 30 giugno 2027, per commemorare il novantesimo anniversario del bombardamento della città basca di Guernica (Gernika in basco) durante la guerra civile spagnola. Era il 26 aprile 1937, giorno di mercato, quando le forze nazionaliste (per la precisione aerei tedeschi e italiani) rasero al suolo la città simbolo dell’identità basca, roccaforte repubblicana, facendo strage di civili, donne, bambini, animali. Una palla di fuoco, quasi duemila morti, anche se la cifra sicura non è mai stata accertata. Comunque un eccidio senza pietà. Picasso lo dipinse su commissione del governo repubblicano per essere esposto all’Expo di Parigi di quell’anno.
Oggi, novanta anni dopo, il Guggenheim lo rivendica, Madrid dice no. Ufficialmente perché l’arazzo su iuta, che misura 3,49 per 7,76 metri, si danneggerebbe nel trasporto, vista la sua fragilità. La palla passa ora al governo: il Partito Nazionalista Basco ha chiesto una risposta al ministro della Cultura Ernest Urtasum, che dovrà riferire in Senato. Il punto, come è evidente, non è prestito sì, prestito no; trasporto possibile, trasporto rischioso. Il punto non è il viaggio, ma quello che la tela rappresenta. Picasso non ha solo dipinto una scena, ha fermato un trauma. Guernica non è solo un’opera d’arte, è un simbolo che non ha mai smesso di viaggiare anche quando è stato fermo. Con la vittoria del franchismo, Picasso come la gran parte degli intellettuali e artisti repubblicani, fu costretto all’esilio. E con lui, per precisa volontà del pittore, anche il Guernica che, dal 1939 fino al 1957, viaggiò attraverso diverse mostre europee e americane, spesso con l’obiettivo di raccogliere fondi per gli esiliati repubblicani, per finire poi al Museum of Modern Art di New York.
Da subito divenne strumento iconografico contro il franchismo. Negli anni Sessanta i giovani spagnoli compravano i poster di Guernica da appendere in camera e si facevano fotografare con l’immagine alle spalle, mentre Picasso era ancora osteggiato e all’indice. Nel 1971 ci furono i primi attentati e lanci di acido da parte di organizzazioni di estrema destra, come i Guerilleros de Cristo Rey, nei confronti di librerie o gallerie che esponevano l’opera di artisti repubblicani. Nel mirino anche Picasso e Guernica. Per capire appieno la potenza iconografica del dipinto, durante le protesta contro la guerra del Vietnam, un gruppo di artisti americani, tra i quali lo scrittore Arthur Miller, scrisse una lettera a Picasso per invitarlo a togliere “il mural” dalle pareti del Moma. Dopo la morte di Franco, il New York Times chiese il ritorno di Guernica in Spagna per aiutare a “sanare le ferite” della Guerra civile. Picasso aveva già chiarito che il dipinto era di proprietà della Repubblica e che sarebbe tornato solo con il ritorno delle libertà politiche. Così fu. Il 10 settembre del 1981, il più celebre “esule” spagnolo, dopo quarantaquattro anni di attesa, a bordo del jumbo Lope de Vega, nel massimo silenzio stampa, tornava a Madrid, dove fu esposto con stellare successo di pubblico prima al Salone da ballo dell’antico Palazzo Reale e poi al Prado. Erano passati otto anni dalla morte di Picasso e sei da quella di Francisco Franco. I Paesi Baschi provarono anche allora a rivendicarlo, in nome dell’identità della città martire di Guernica. Ma ormai il dipinto era il simbolo stesso del ritorno alla democrazia in Spagna e come tale non poteva più appartenere a nessuno.