La parte più delicate del viaggio verso la Luna è il suo ritorno a terra. Sorridenti e in buona salute, i quattro membri dell’equipaggio hanno effettuato un ammaraggio nelle acque del Pacifico
L’ultimo sospiro di sollievo sarà stato tirato dall’intero staff della Nasa dopo aver sentito la voce del comandante Reid Wiseman esclamare, dopo sei minuti di silenzio, «Houston, vi sentiamo forte e chiaro». In cielo si inizia a scorgere un puntino, che assomiglia sempre meno a quella palla infuocata che ha attraversato l’atmosfera e riprende sempre più le fattezze di una sorta di disco volante un po’ «ingrassato», come lo disegnerebbe un bambino. È il modulo della navicella Orion che sta riportando gli astronauti a terra. Poi ecco i paracadute: sono 11 in tutto e ammorbidiscono l’ultima fase della missione Artemis II. Che si conclude ufficialmente alle 2.07 e 47 secondi (ora italiana) della notte tra venerdì e sabato, quando il modulo si immerge nelle acque dell’Oceano Pacifico, al largo delle coste della California meridionale. Per poi rimanere a galleggiare in modo stabile grazie all’aiuto di cinque airbag in attesa del recupero.
Lo splashdown è l’ultima fase della manovra di rientro di Artemis 2, la più delicata e la più pericolosa. Tutto è andato precisamente secondo i piani e per la Nasa è un successo, che apre a nuovi piani per le successive missioni che hanno l’obiettivo di riportare l’essere umano sulla superficie lunare.
Le procedure sono iniziate — faremo sempre riferimento al fuso orario italiano — verso le 21.00 di venerdì. I propulsori sono stati accesi per 8 secondi, generando una variazione di velocità di 1,3 metri al secondo: l’ultima spinta di Orion verso la Terra. A bordo gli astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen hanno rimontato i sedili sui quali si sono seduti durante il rientro in atmosfera terrestre. Prima di accomodarsi, hanno indossato le tute arancioni «di sopravvivenza»: sono quelle con cui li abbiamo visti entrare nella navicella alla partenza, dieci giorni prima, e svolgono una funzione cruciale di sicurezza durante le fasi più delicate del volo. Come questa. Loro sembrano sereni: il comandante Wiseman ci tiene a raccontare alla sala controllo missione di Houston la meraviglia dell’alba sulla costa occidentale dell’Australia. La Terra è lì, sotto di loro, che si avvicina sempre di più.
Intanto nel Pacifico si sono organizzate le squadre di recupero: sulla nave Usa John P. Murtha ci sono oltre 500 persone, tra staff della Nasa e della marina militare statunitense, così come gli elicotteri che andranno a recuperare l’equipaggio dopo l’ammaraggio. Arriva anche Jared Isaacman, amministratore dell’agenzia spaziale.
Tornando in orbita, è ormai ora di rientrare. Qui in Italia siamo già a sabato: all’1.33 di notte il modulo di servizio —fornito dall’Agenzia Spaziale Europea — si separa dal modulo dentro cui si trovano gli astronauti per mostrare lo scudo termico, un componente fondamentale perché serve a proteggere la navicella dalle altissime temperature, di oltre 2.700 gradi, che incontra attraversando l’atmosfera. Nella prima missione di Artemis —un volo di prova senza esseri umani a bordo — era stato danneggiato. Per questo motivo si è scelta una traiettoria con un’angolazione diversa, una rotta più verticale, per ridurre i tempo di attraversamento dell’atmosfera, riducendo così anche la probabilità di danni allo scudo di Orion. Attraversamento che inizia all’1.53, così come il blackout di sei minuti delle comunicazioni con Houston: il plasma che circonda la capsula contiene particelle cariche che interferiscono con le onde radio, schermandole o deviandole.
È il momento più pericoloso e delicato di tutto il viaggio, anche perché l’equipaggio subisce un’improvvisa accelerazione fino a 3,9 G: significa raggiungere una velocità massima di circa 39.690 km/h. Gli astronauti hanno percepito il più brusco ritorno alla forza di gravità mentre attorno a loro Orion è stata avvolta da una «palla di fuoco». Eccolo il puntino nel cielo che sfreccia verso l’Oceano Pacifico. Si apre il primo paracadute, fatto in kevlar, poi altri due frenati, ciascuno con un diametro di 7 metri, che stabilizzano il veicolo. A quel punto se ne aprono altri tre, più piccoli, e poi infine i tre principali, dal peso di 136 chili e realizzati in nylon. Ce ne sono poi due di emergenza, che non sono serviti. La velocità diminuisce fino a 27 km/h. L’ammaraggio è dolce: l’unico inghippo è un problema di comunicazione, attraverso i telefoni satellitari, con le squadre esterne. Loro stanno bene e sorridono mentre vengono prelevati dagli elicotteri per essere trasportati sulla USS John P. Murtha. L’ultimo a uscire da Orion è Reid Wiseman. Come un bravo comandante, abbandona il suo vascello solo dopo essersi assicurato che tutti i suoi uomini —e, per la prima volta, anche donne — siano sani e salvi a Terra.
11 aprile 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA