di
Gianluca Mercuri

Com’è possibile che il leader di un piccolo Paese mitteleuropeo sia diventato un modello capace di influire sulla più grande superpotenza dalla storia?

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«C’è un grande uomo, un grande leader in Europa: Viktor Orbán. … È il primo ministro dell’Ungheria. È un leader davvero eccezionale, un uomo molto forte» (Donald Trump, gennaio 2024).



















































«L’Ungheria moderna non è solo un modello di arte di governo conservatrice, ma il modello per eccellenza. Americani, britannici, spagnoli, australiani – tutti – possono e devono imparare dall’Ungheria» (Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation, dicembre 2022).

«Siamo entrati nel sistema di elaborazione dei programmi del team del presidente Donald Trump e vi siamo profondamente coinvolti» (Viktor Orbán, luglio 2024).

«Penso che Orbán abbia preso decisioni intelligenti da cui potremmo imparare negli Stati Uniti» (JD Vance, giugno 2024).

Com’è possibile che il leader di un piccolo Paese mitteleuropeo sia diventato un modello capace di influire – fino a trasformarla concretamente – sulla più grande superpotenza dalla storia?

Per capire la presa di Viktor Orbán su Donald Trump, su JD Vance e su tutti gli ideologi Maga – ma per estensione, sull’intero Partito repubblicano e sulla destra mondiale – bisogna rendersi conto di come il premier ungherese abbia letteralmente incarnato una nozione che Europa e America si palleggiano da secoli, orientandosi a vicenda a seconda delle fasi storiche.

La nozione è quella dello «spirito reazionario», cui Zack Beauchamp – giornalista, scrittore, studioso americano – ha dedicato un saggio che porta proprio quel titolo (in Italia l’ha pubblicato Minimum Fax). La sua definizione è questa:

«Lo spirito reazionario non è un movimento o una tradizione politica specifica, riconducibile a un luogo geografico o a un corpus di scritti. Non è nemmeno un semplice termine per indicare la destra politica o l’autoritarismo di destra. È un tipo specifico di politica antidemocratica che emerge in un paese dotato di istituzioni democratiche, come elezioni e parlamento, in reazione al funzionamento di tali istituzioni. Lo spirito reazionario vede la democrazia come una minaccia per l’ordine sociale esistente, tanto da doverla indebolire o addirittura abolire del tutto. Il risultato è una politica che usa il potere politico in tutte le sue forme, dalle leggi ai colpi di stato alle rivoluzioni, per minare la democrazia o rovesciarla».

Si tratta di una forma mentis collettiva che negli Stati Uniti è così radicata da costituire une delle sue anime storiche, quella dell’America profonda, tendenzialmente sudista e razzista, che da due secoli lotta corpo a corpo con l’America progressista, liberal, egalitaria nell’ispirazione ma inevitabilmente percepita (o diventata) elitaria agli occhi della base bianca, operaia e rurale. Beauchamp l’ha spiegato perfettamente a Marco Bruna in un’intervista del 2024:

«Abbiamo due tradizioni politiche che vanno a braccetto, due autentici ideali americani in lotta ancora oggi tra loro: uno incarnato dalla Dichiarazione di indipendenza e un altro basato su questa idea di gerarchia umana prestabilita, propria delle enclave autoritarie del Sud. Basti pensare al periodo delle leggi segregazioniste Jim Crow. Questo spirito reazionario, che recentemente è rispuntato quando è stato eletto Barack Obama, scuote da sempre la tradizione politica degli Stati Uniti».

Orbán è quindi intervenuto su un terreno per lui molto fertile, e i moderni eredi della tradizione reazionaria americana l’hanno subito annusato come interprete ideale dell’attualizzazione dei loro stilemi politici e culturali. Un riconoscimento reciproco di cui abbiamo visto in questi giorni l’ultimo effetto, con il vicepresidente JD Vance – l’ex bifolco che ha fatto della guerra alle élite liberal la propria ragione di vita (e di carriera) – che si precipita a Budapest per provare a salvare l’amico Viktor da una sconfitta storica. Sempre che l’appoggio del trumpismo sia ancora una carta vincente anche nel rivolgersi all’elettorato ungherese.

Ma molto prima, Orbán ha rappresentato per la destra Usa un modello ideologico, politico e culturale completo. La retorica nativista, la narrazione del «noi contro loro», la «protezione dei confini», la xenofobia, la lotta alle ong, l’odio per il cosmopolitismo rappresentato da un uomo come George Soros e l’antisemitismo che gli fa da sottotesto, l’avversione per l’idea di una Europa sovranazionale, la complicità latente o esplicita con Putin, la demonizzazione dell’opposizione come nemico interno contrapposto ai veri e unici «patrioti», la guerra culturale al «fondamentalismo dei diritti umani», all’«ideologia gender», alla «dittatura woke»: sono tutti tic e ossessioni che Orbán ha coltivato con una maestria che i suoi interlocutori d’Oltreoceano – ma anche, come vedremo, in Italia – hanno ammirato da subito, traendone ispirazione.

Se c’è un concetto con cui il leader ungherese ha plasmato davvero la politica americana, quello è il rafforzamento del potere esecutivo, in un modo totalizzante che tende a – o finisce per – assoggettare gli altri poteri. Un tema particolarmente sentito in America, dove il potere presidenziale incontra – o incontrava – fortissimi limiti nel Congresso (anche se controllato dal partito del presidente), nell’indipendenza del potere giudiziario, nella struttura federale, nei media.

Si può affermare che l’influenza di Orbán è stata decisiva per fare uscire il Partito repubblicano dal suo dilemma esistenziale, quello tra l’anima (maggioritaria fino a Trump) che diffidava dell’estensione dei poteri dello Stato, prediligeva lo small government e anzi lo considerava l’essenza stessa dello spirito americano; e l’anima che, soprattutto a partire dall’amministrazione Reagan, ha visto diversi pensatori repubblicani promuovere la teoria dell’esecutivo unitario.

Come spiegano Jeremy Shapiro e Zsuzsanna Vegh in un saggio profetico dell’ottobre 2024 per lo European Council on Foreign Relations, «secondo i sostenitori di questa idea, il potere della presidenza è stato ostacolato in modo incostituzionale dai limiti imposti dai tribunali, dal Congresso e dalle norme della funzione pubblica sulla capacità del presidente di controllare il ramo esecutivo. Di conseguenza, il presidente non controlla più il proprio ramo di governo e non può attuare il mandato che gli è stato conferito dagli elettori. Il progetto dell’esecutivo unitario mira quindi a restituire al presidente il controllo del ramo esecutivo».

Questi concetti sono alla base del pensiero e dell’azione della Heritage Foundation, il think tank di destra che ha costruito le basi teoriche e preparato le conseguenze pratiche del secondo mandato di Trump, sulla base dell’esperienza fallimentare del primo: fallimentare, dal punto di vista di questa destra, per la mancata conquista dei pieni poteri, per il mancato riempimento delle caselle del deep state occupate storicamente dai liberal, vuoi l’amministrazione statale, vuoi le università, vuoi i media.

Dal gennaio 2025, vediamo dunque che Trump sta facendo o provando a fare tutto quello che Orbán ha fatto nei suoi lustri al potere (e che gli articoli della Rassegna documentano ampiamente).

Orbán è un modello polifunzionale, perché non solo ispira il trumpismo sul piano «valoriale», ma rappresenta il prototipo dello Stato-nazione europeo vagheggiato nella Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, il documento dello scorso autunno che tratteggia la visione del (e le mire sul) mondo dell’amministrazione Trump nell’interpretazione estrema di JD Vance.

Stato-nazione, in quest’ottica, è uno Stato non solo alleato degli Stati Uniti ma a loro ideologicamente allineato, nel presupposto sfacciato che gli Stati Uniti resteranno trumpiani a lungo o per sempre, e che solo governi europei affini al trumpismo saranno considerati amici. L’ovvia pre-condizione è che questi governi abbiano aiutato questi Stati Uniti a distruggere la costruzione europea, e nel bearsi del presunto recupero della loro sovranità e della loro identità (beninteso: anche, se non anzitutto, su basi etniche, con un apposito sfoltimento degli immigrati) si trasformino in Stati vassalli, protetti solo se servi (si dirà: non è sempre stato così in questi 80 anni? Fino a un certo punto: la condizione dell’alleanza tra governi americani ed europei era la condivisione dei principi democratici, non l’appartenenza alla destra).

Tutti questi principi sono frutto dell’elaborazione teorica di Vance. Anche per questo è stato sinistro (nel suo essere ultradestro) il suono di certe sue parole di questi giorni a Budapest, quando, a proposito della guerra in Ucraina, si è detto «deluso da gran parte della classe politica europea perché non sembra particolarmente interessata a risolvere questo specifico conflitto», per poi aggiungere però che «abbiamo ricevuto molto aiuto da alcuni dei nostri amici. Penso che Giorgia Meloni in Italia sia stata molto utile». Il tutto nel contesto del comizio pro-Orbán, con tanto di intervento via telefono di Trump. Un Orbán cui la presidente del Consiglio ha rinnovato l’appoggio in un video messaggio condiviso a gennaio con i leader di varie estreme destre europee, compresa la tedesca Afd.

Da allora, Meloni sull’Ungheria non si è più espressa. Le cronache raccontano un certo disagio, che le parole di Vance sua «utilità» hanno probabilmente accentuato: il vice di Trump, come ha scritto Massimo Franco, «sembra non rendersi conto di creare imbarazzo a Palazzo Chigi. Evoca un asse sovranista e trumpiano anche sull’Ucraina, che contraddice il sostegno a Kiev assicurato sempre dal governo italiano; e il fronte comune che la premier ha fatto con l’Ue contro l’invasione russa».

Il caso di Orbán e la sua contiguità col trumpismo, ribadita da entrambi i lati nel momento del possibile tramonto, fanno dunque riemergere il lato ambiguo del melonismo, la sua apparente sospensione tra il richiamo della foresta «nera» e l’approdo a un conservatorismo moderato e pienamente europeo. È un’ambiguità che, ancora una volta, è stato Orbán a modellare. E che, come ancora Zack Beauchamp ha spiegato nel suo libro, «è ciò che rende così pericoloso lo sforzo dell’Ungheria di esportare il proprio modello. Lo spirito reazionario, quando maschera a sufficienza le sue aspirazioni autoritarie, può sembrare estremamente simile al semplice conservatorismo culturale. La somiglianza invita ancora di più i conservatori mainstream ad aderire a politiche reazionarie e antidemocratiche. Più l’Ungheria diventa popolare nella destra mainstream internazionale, più la sua variante di autoritarismo reazionario influenza la politica mondiale».

Orbán, infatti, «ha deliberatamente confuso le sue tattiche di linea dura con il conservatorismo mainstream». Il giornalista cita un celebre discorso del leader ungherese alla Cpac (la Conservative Political Action Conference, che riunisce ogni anno gli attivisti conservatori americani, che ha ospitato anche Meloni e che ha aperto una filiale a Budapest), in cui sostenne che «noi (conservatori) non possiamo combattere con successo utilizzando mezzi liberali», perché «i nostri avversari usano istituzioni, concetti e linguaggi liberali per mascherare le loro idee marxiste ed egemoniche». Spiega Beauchamp che «il liberalismo, secondo Orbán, non è un baluardo essenziale della democrazia, ma una facciata per una sorta di autoritarismo di sinistra. Solo rifiutando il liberalismo e distruggendo le sue “istituzioni” i conservatori, di qualsiasi tipo, possono sperare di vincere la guerra culturale. Non sta convincendo la destra ad abbandonare del tutto la democrazia, ma la sta piuttosto seducendo, dichiarando che non ha altra scelta».

È evidente quanto questo apparato ideologico sia stato davvero seducente per Meloni, non tanto e non solo per il retroterra politico della leader della destra italiana, quanto per un’effettiva e sincera affinità culturale e valoriale con quanto predicato da Orbán. E da Vance, che non a caso firma la prefazione al libro della premier in uscita negli Usa a fine mese (Giorgia’s Vision). Meloni condivide, nel profondo delle sue convinzioni, l’avversione orban-vanceiana per l’egemonia culturale della sinistra che, agli occhi delle destre, si è trasformata negli ultimi decenni in un autoritarismo effettivo, in una svolta che a loro avviso tradisce (nel senso che rivela e conferma) il legame di fondo con i peggiori istinti del mondo «progressista», quelli che Orbán e in conservatori Usa chiamano «marxisti» e gli italiani di destra «comunisti». Meloni, d’altronde, ha detto esplicitamente, dopo il famigerato discorso di Monaco di Baviera in cui Vance insultava l’Europa (febbraio ’25), che «lo condivideva». Ma in questo slancio di condivisione «valoriale», la presidente del Consiglio sembra trascurare l’impronta nettamente autoritaria con cui Orbán ha gestito il potere, e che Vance asseconda in pieno dando l’idea di volerla imitare.

La domanda che si pongono i critici di Meloni, ma anche una parte del suo elettorato, è allora questa: la trascura e basta, l’impronta autoritaria di Orbán – e già questo non sarebbe rassicuarante – o la «condivide»?

Francesco Cundari ha spiegato perfettamente, su linkiesta, il dilemma meloniano, e quanto questo dilemma pesi sugli interessi e sul futuro della Nazione, dell’Italia. Vale la pena riportarlo in modo esteso:

«Meloni ha dimostrato, nel corso del suo governo, una capacità di navigazione europea non prevedibile. Ha tenuto la linea sul sostegno all’Ucraina. Ha gestito con equilibrio i rapporti con Bruxelles su dossier difficili. Ha capito – e lo ha detto, con parole sempre più esplicite – che l’Italia non ha nulla da guadagnare da un’Europa debole. Un Paese con il nostro debito pubblico, con la nostra dipendenza dai mercati internazionali, con la nostra storia di crisi valutarie, non può permettersi di scommettere contro le istituzioni che la proteggono. Lo sa Meloni. Lo sa il suo ministro dell’Economia. Lo sa chiunque abbia mai gestito i conti pubblici italiani. E allora, che cosa ancora la trattiene dal prendere le distanze da Orbán in modo netto e definitivo?

La risposta va cercata nella sua cultura identitaria? È da scommetterci. Orbán appartiene alla famiglia politica da cui Meloni proviene e in cui si è formata. Rompere con lui significa rompere con una parte di sé, con una narrativa, con una rete di relazioni consolidate. Significa forse anche perdere una sponda nel dibattito interno alla destra italiana, dove il celodurismo ha ancora peso e fascino.

Ma i costi di questa ambiguità crescono. Ogni volta che l’Italia appare esitante sulla questione ungherese – ogni voto rinviato, ogni condanna smorzata, ogni dichiarazione di solidarietà che suona come una copertura – il segnale che arriva ai partner europei è preoccupante. E quel che è peggio, il segnale che arriva a Mosca e a Washington è incoraggiante: l’Italia è separabile dalle nazioni più forti, è manovrabile, è disponibile a qualche forma di neutralità.

L’interesse nazionale italiano è tutt’altro: un’Europa forte, coesa, capace di parlare con una voce sola nelle trattative commerciali con gli Stati Uniti, nella gestione dei flussi migratori, nella difesa comune, negli investimenti infrastrutturali, un’Europa in cui l’Italia conti – e può contare, per peso demografico, economico e culturale – molto di più di quanto conterebbe da sola. Meloni sembra averlo compreso ma non interiorizzato. Le conviene restare a metà del guado?».

È la domanda centrale per la parabola che prenderà la politica italiana. Lunedì ne sapremo di più. Ma si può prevedere che se Orbán perderà, per Meloni sarà una liberazione. Anche se forse non se ne renderà conto proprio subito.

12 aprile 2026