di
Marta Serafini

Migliaia in piazza con Hezbollah, altri 5 morti nei raid. Martedì al via i negoziati a Washington

BEIRUT – Sventolano insieme il giallo delle bandiere di Hezbollah e il tricolore iraniano davanti al Grand Serail. «No al negoziato, morte agli Usa, Salam traditore», grida la folla dei sostenitori del partito di Dio. Suda sotto il casco antisommossa un poliziotto mentre si avvicina l’inizio del negoziato a Washington, dove martedì si incontreranno l’ambasciatrice libanese negli Usa, Nada Hamadeh Moawad, l’ambasciatore israeliano, Yechiel Leiter, e l’ambasciatore americano a Beirut, Michel Issa.



















































L’ultima volta nel 1983

Un incontro storico — l’ultima volta fu nel 1983 — già si spingono a dire gli analisti libanesi in tv. E se magari è presto per sbilanciarsi, di sicuro, sulla scia dei colloqui di Islamabad, l’opportunità di chiudere un conflitto lungo ormai tre anni, quello tra Hezbollah e Israele, c’è tutta. Il piano del governo è evitare un negoziato sotto il fuoco. Ieri nuovi raid, con altri cinque morti, mentre Netanyahu dice di volere «un patto vero» per la pace. Ma secondo fonti diplomatiche, gli israeliani hanno acconsentito a una de-escalation che risparmi solo Beirut e i suoi sobborghi. Così — ne sono convinti gli analisti militari — fino a martedì hanno tutto il tempo di lanciare diversi attacchi contro Hezbollah e consolidare le loro posizioni nel Sud del Paese.

Cosa farà Hezbollah?

Hezbollah accetterà il disarmo? La domanda rimbalza vicino alla statua di Riyad al-Sulh, il primo primo ministro del Libano, mentre i manifestanti continuano ad affluire. Nel negoziato, come sempre, è coinvolto il presidente del Parlamento Nabih Berri. Enigmatico, ha affermato che «la lenza è a Beirut ma i pesci sono a Hormuz». Ma c’è una novità rispetto al passato. Su pressioni diplomatiche esterne di Stati Uniti e mondo arabo, questa volta il principale alleato del partito di Dio nonché leader di Amal pare su posizioni meno oltranziste rispetto al passato. E non manca chi in rete lo dice senza troppi giri di parole. I raid israeliani di mercoledì a Barbour, dove si trova la casa della famiglia Berri, e anche ad Ain el-Tineh, vicino alla sua residenza ufficiale, sono un messaggio forte e chiaro a Hezbollah: non azzardatevi a fare un colpo di Stato o sabotare i negoziati.

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Pistole sotto la giacca

Difficile rivedere davanti al Grand Serail le folle oceaniche dei comizi di Nasrallah. Difficile anche pensare che tre anni di combattimenti non abbiano tolto forza alla milizia sciita. Ma basta anche solo immaginare una Beirut demilitarizzata che un paio di pistole spuntano sotto le giacche in piazza. Impossibile allora per un esecutivo nato proprio con la premessa del disarmo dopo l’accordo di fine 2024 portare a termine la propria missione?

Divisioni settarie

Su X passano le immagini degli scontri tra comunità sunnita e sciita. Perché se nessuna resa delle armi di Hezbollah è fattibile senza l’assenso di Teheran,  sul Libano torna ad aleggiare lo spettro delle divisioni settarie. «Taglieremo la mano che alimenta la guerra civile», ha tuonato il presidente Joseph Aoun nei giorni scorsi. Non è un caso allora che il primo ministro Salam cancelli il suo viaggio negli Stati Uniti per ragioni di sicurezza o che lo stesso vicepresidente del Consiglio Supremo Sciita, Sheikh Ali el-Khatib, lanci un appello alla calma, esortando i libanesi a non cedere alle provocazioni al grido di «siamo un solo popolo». E non è una coincidenza nemmeno che l’esercito libanese metta in guardia contro «qualsiasi mobilitazione che possa mettere in pericolo la stabilità e la pace civile».

Il drone che ronza

«Morte ai traditori», gridano ancora i sostenitori del Partito di Dio mentre passa il carro d’onore che trasporta il ritratto di Nasrallah e i motorini tornano a ronzare sulla Corniche. Poi il silenzio e la pace della Pasqua ortodossa calano di nuovo su Beirut. Ma è un attimo e il drone israeliano riprende a ronzare.

12 aprile 2026 ( modifica il 12 aprile 2026 | 15:42)